Sogno di una tregua mai nata
Nell’intervista rilasciata l’8 gennaio da Trump al New York Times c’è la sua visione del mondo: il suo potere di comandante in capo è limitato soltanto dalla sua “morale personale”. La domanda era se ci fossero limiti al suo potere: “La mia morale personale, la mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Ergo, nessuna morale e nessun limite. Dopo le esecuzioni sommarie nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale di naviganti ritenuti narcotrafficanti, dopo il blocco delle petroliere ombra e il sequestro dei loro carichi in un settore oceanico ancora più vasto, dopo la cattura di Maduro e la condanna a morte emanata verso i cubani attraverso le sanzioni rivolte a chi li aiuti a sopravvivere, è arrivata l’aggressione all’Iran. È arrivata due giorni dopo il terzo round di colloqui fra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare e pochi giorni prima dell’avvio del quarto round poi annullato. È arrivata con bombe su scuole, asili, ospedali, università, ponti, centrali elettriche: veri e propri crimini di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra e la Carta dell’Onu. Del resto, quei crimini di guerra li aveva già annunciati, nel corso di un briefing al Pentagono il 2 marzo, Pete Hegseth, Segretario alla Guerra, ribadendo la assenza di “regole di ingaggio stupide”. E se le regole di ingaggio, che avrebbero dovuto limitare le morti dei civili sono “stupide”, allora non vanno rispettate. La morale di Trump e Hegseth non include il rispetto del diritto internazionale né alcun principio di umanità, laddove la vita e la sofferenza degli altri valgono meno di niente. Sebbene Trump abbia continuato a sfoggiare la superiorità militare statunitense e abbia sostenuto di poter distruggere “un’intera civiltà” qualora lo stretto di Hormuz non fosse stato riaperto, i limiti dettati dalla capacità bellica della repubblica islamica dell’Iran, che da venti anni si sta preparando alla eventualità di un conflitto, hanno obbligato ad accettare una tregua di due settimane a condizioni diverse da quelle dapprima prospettate. Non si tratta infatti di quella resa incondizionata che Trump avrebbe voluto, ma della sua accettazione a negoziare un piano di pace condiviso con Teheran. Che, al di là di ogni frase di Trump in senso differente, l’operazione “Furia Epica” in Iran si sia rivelata fallimentare per gli Stati Uniti è evidente. Nelle intenzioni di Trump si sarebbe dovuta sfruttare la opposizione interna a un regime repressivo per ottenerne in breve il cambio di regime, ciò che avrebbe portato al controllo americano del petrolio iraniano, in analogia a quanto Washington sembra stia riuscendo a fare in Venezuela. L’analogia diventa più significativa se si torna al colpo di Stato in Iran del 1953, programmato dai governi di Stati Uniti e Regno Unito e concretizzato dallo scià Reza Pahlavi, per deporre il primo ministro, legittimamente eletto, Mohammad Mossadeq, che aveva da poco nazionalizzato l’attività produttiva petrolifera. Ma mentre il Regno Unito puntava a rafforzare il potere dello scià per recuperare il controllo sui giacimenti petroliferi, gli Stati Uniti temevano che la crisi economica e politica dell’Iran causata dalle politiche di Mossadeq potesse aprire la porta a una penetrazione sovietica nell’area. “Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato” scrisse il romanziere William Faulkner in Requiem for a Nun: l’operazione odierna, se portata a termine, avrebbe avuto il gigantesco e ulteriore vantaggio di controllare e limitare il flusso di petrolio iraniano verso la Cina, la cui ossessione, quale potenza globale concorrente, motiva molte condotte belliche americane. Come il petrolio venezuelano fino ai primi giorni di questo anno, anche quello iraniano è esportato, per circa l’ottanta per cento in Cina che, al fine di sottrarsi ai rischi derivanti dall’importazione di greggio sanzionato, lo ha sempre acquistato a prezzi scontati da piccole raffinerie private invece che dalle compagnie petrolifere statali. Al di là delle dichiarazioni statunitensi, che raccontano di umiliazioni inflitte in cinque settimane all’Iran, è questo il quadro del negoziato che si presenta all’orizzonte, che di per sé è già una sconfitta per la Casa Bianca, ormai finalmente consapevole che i possibili attacchi iraniani agli impianti di estrazione petrolifera o a quelli di dissalazione degli stati del Golfo, nonché il blocco dello stretto di Hormuz, sono un problema non solamente per gli altri ma, prima di tutto e più di tutto, per sé stessa. La crisi energetica globale senza precedenti che discenderebbe dalla prosecuzione di un conflitto i cui effetti già ora appaiono serissimi, colpirebbe a dismisura, anzi sconvolgerebbe, gli Stati Uniti. Per quanto Trump abbia dichiarato che la riapertura dello stretto di Hormuz è affare degli altri, perché gli americani sono autosufficienti, sa piuttosto bene che così non è. Le prossime ore appaiono tremendamente decisive per Trump e la sua amministrazione: domenica mattina la delegazione in Pakistan per il negoziato ha abbandonato dopo 21 ore di trattative il tavolo dei colloqui. Secondo il vicepresidente Vance, i negoziatori iraniani si sono rifiutati di accettare i termini dell’accordo proposti dagli Stati Uniti. È evidente a questo punto che la situazione torna in alto mare tanto quanto è anche chiaro che è sicuramente Trump il più preoccupato, stretto come è fra i due fuochi dei rischi conseguenti da una ripresa del conflitto, da un lato, e quelli della resa ai dieci punti fissati da Teheran, su cui non hanno intenzione di retrocedere nemmeno di un millimetro ma sulla base dei quali aveva accettato la tregua, dall’altro lato. Il ritorno a una normalità non sarà breve: richiederà i tempi dettati dal ripristino dell’attività degli impianti di estrazione del petrolio e del gas naturale e dall’apertura dello stretto di Hormuz. Se però Trump si facesse convincere da chi lo esorta, come Netanyahu, a “finire il lavoro”, non gli resterebbe altro che cancellare le elezioni di metà mandato ed entrare nel tunnel più mortale che esista. E al mondo di entrare nella peggiore recessione che si ricordi.




