Ecclesia

Le parole di papa Leone XIV al Regina caeli della seconda domenica di Pasqua

“Mai più la guerra”, ha ribadito il pontefice. Nel Regno di Dio “non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”

ph Vatican media-Sir
14 Apr 2026

di Fabio Zavattaro

La veglia di preghiera sabato 11 sera nella basilica vaticana, il regina caeli domenica 12 in piazza San Pietro: a poche ore di distanza, papa Leone chiede con forza la pace e fa sue le parole di Paolo VI e Giovanni Paolo II: “Mai più la guerra”. Nel Regno di Dio “non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”, afferma la sera in basilica: “abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”. Domenica mattina affacciandosi dalla finestra del Palazzo Apostolico nelle sue parole c’è il dramma dell’Ucraina, del Libano, del Sudan: “la luce di Cristo porti conforto ai cuori afflitti e rafforzi la speranza di pace. Non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra”.

Il grido di Leone XIV è contro la “demoniaca catena del male”, contro l’‘incubo notturno’ di una realtà che “si popola di nemici”. Il fallimento dei colloqui in Pakistan, durati 20 ore, non impedisce al Papa di indicare con forza la strada del dialogo: “vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”.

In questa seconda domenica di Pasqua, domenica della Divina Misericordia con Giovanni Paolo II, il Vangelo ci fa tornare agli avvenimenti delle prime comunità cristiane, che avevano la consuetudine di riunirsi il primo giorno della settimana per fare memoria della Pasqua del Signore. “Otto giorni dopo” Cristo si manifesta agli apostoli riuniti nel cenacolo “mentre le porte erano chiuse”; come scrive Giovanni nel quarto Vangelo Gesù “mostrò loro le mani e il fianco” e disse: “pace a voi”. È ciò che il vescovo di Roma augura alle chiese orientali che celebrano la Pasqua in questa domenica. un augurio di pace che accompagna con “più intensa preghiera per quanti soffrono a causa della guerra, in modo particolare per il caro popolo ucraino. Pace “all’amato popolo libanese” in questi giorni di dolore e di paura e di “invincibile speranza in Dio”. Di qui l’appello a cessare il fuoco e ricercare una soluzione pacifica: “il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra”. Infine, il Sudan, a tre anni dall’inizio del conflitto; Papa Leone rinnova la richiesta di far tacere le armi e dare inizio a un sincero dialogo per mettere fine al conflitto.

“Pace a voi”: per tre volte Giovanni nella pagina del Vangelo ripete questo augurio di Gesù ai discepoli che lo vedono con i segni della crocifissione; un augurio quanto mai urgente anche oggi mentre si prosegue a “annientare la vita, senza diritto e senza pietà”, afferma il Papa: viviamo in “un mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri perché si continua a crocifiggere”. È un dramma che ci deve interrogare e invitare a sperare in un futuro senza più violenze e conflitti. Aprendo sabato sera la preghiera del Rosario per la pace il vescovo di Roma chiede di essere uniti “con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio”.

Nel Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua leggiamo che alla paura dei discepoli chiusi per paura nel cenacolo, Gesù appare e invita ad avere fede, ad aprirsi al mondo. Commentando il testo giovanneo papa Leone riflette sulla fatica di avere fede; per questo, afferma, c’è bisogno di nutrirla e sostenerla, e per questo “l’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana”. Così, alla vigilia del suo viaggio in Africa, ricorda la “bellissima testimonianza” dei 49 martiri di Abitene, oggi in Tunisia, uccisi, nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano, perché, accusati di aver celebrato illegalmente l’eucaristia, si rifiutarono di rinunciare al culto domenicale dicendo “di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore”.

È attraverso l’eucaristia, afferma il vescovo di Roma, che “anche le nostre mani diventano ‘mani del Risorto’, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità”.

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