Pasqua

Il Risorto e la verità in cammino: Emmaus e la sfida del relativismo religioso contemporaneo

17 Apr 2026

di Luana Comma

Nel cuore del tempo liturgico in cui la Chiesa ancora custodisce la luce della Risurrezione come evento che interpella la fede e ne mette alla prova lo sguardo, il racconto di Emmaus (Lc 24,13-35) si distingue come una delle più alte sintesi dell’esperienza cristiana del Risorto. Non si tratta semplicemente di una narrazione post-evento, ma di una vera e propria grammatica dell’incontro con il mistero: Dio si rende presente proprio là dove la comprensione umana sembra spegnersi e la storia appare chiusa nella sua opacità.

Due discepoli si allontanano da Gerusalemme, portando con sé non soltanto il peso di una speranza delusa, ma anche l’incapacità di leggere gli eventi accaduti secondo la logica di Dio. Il loro cammino, dietro l’apparenza di un movimento, manifesta in realtà un ripiegamento interiore: essi lasciano il luogo della promessa per cercare una distanza più sicura, dove la memoria della vicenda di Gesù possa gradualmente attenuarsi senza ulteriori interrogazioni.

La loro condizione è segnata da una forma di cecità che non è fisica, ma spirituale. Avevano creduto in Gesù, avevano riposto in lui le attese di Israele, ma la croce ha dissolto ogni prospettiva. «Noi speravamo…» (Lc 24,21): in questa espressione si condensa la crisi del discepolato. La loro speranza, tuttavia, si rivela insufficiente, perché costruita su attese semplicemente umane: un Messia potente, capace di dominare la storia secondo logiche visibili e immediate. La croce, al contrario, appare come il segno inequivocabile di un fallimento. Se Dio era con lui, come è stato possibile tutto questo? La domanda, non formulata esplicitamente, attraversa il loro cuore.

È precisamente in questo spazio di incomprensione che il Risorto si fa presente. L’incontro, agli occhi dei due, sembra casuale; in realtà, esso manifesta una dinamica decisiva: Cristo si accosta all’uomo proprio nel momento in cui questi non è più in grado di riconoscerlo. «I loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16): non si tratta di una semplice difficoltà percettiva, ma di un’incapacità più radicale, che riguarda il modo stesso di interpretare la realtà.

Qui il racconto evangelico si apre a una risonanza profondamente attuale. A distanza di duemila anni, la domanda si ripropone con forza: siamo davvero capaci di riconoscere il Risorto? Oppure anche il nostro sguardo è segnato da una forma di cecità, alimentata da una cultura che ha progressivamente smarrito i propri riferimenti?

In questo orizzonte si colloca il fenomeno del relativismo, che eccede l’ambito della mera elaborazione teorica per assumere la forma di una mentalità diffusa, capace di plasmare il modo di pensare e di vivere. Esso si radica nella convinzione che non esista una verità stabile e condivisibile, ma soltanto prospettive soggettive, tutte equivalenti. In un simile contesto, anche la fede rischia di essere ridotta a opinione privata, priva di rilevanza pubblica.

Le parole di Joseph Ratzinger risultano, a questo proposito, particolarmente illuminanti. Egli osservava come la cultura contemporanea tenda a costruire un pantheon nel quale tutte le visioni religiose sono accolte, ma al prezzo di essere relativizzate. Il cristianesimo, tuttavia, non può essere inserito in tale orizzonte senza essere snaturato, poiché la sua identità è intrinsecamente legata alla pretesa di verità del kérigma: in Gesù Cristo, Dio si è rivelato in modo pieno e definitivo.

Non si tratta di una chiusura esclusivistica, ma di un’affermazione teologica che scaturisce dal dato stesso della rivelazione. La fede cristiana non propone un’opzione tra le altre, ma annuncia un evento: l’incarnazione del Verbo, la sua morte e risurrezione come compimento della storia della salvezza. Come ricorda la Dominus Iesus, tale rivelazione possiede un carattere unico e universale, che non può essere ridotto a una tra le molte possibili vie.

In questo senso, il relativismo produce una conseguenza decisiva: la perdita di orientamento. Se non esistono punti di riferimento stabili, anche l’etica si dissolve in una pluralità di opzioni equivalenti, e la coscienza rischia di diventare pura autodeterminazione. L’uomo, lasciato a se stesso, non è più in grado di discernere il vero dal falso, il bene dal male.

E tuttavia, proprio questa situazione illumina in modo nuovo il racconto di Emmaus. I due discepoli non sono semplicemente tristi: sono disorientati, incapaci di leggere gli eventi alla luce di un criterio autentico. La loro interpretazione è parziale, frammentaria, chiusa dentro una prospettiva che non riesce ad aprirsi al mistero.

Il gesto di Gesù diventa allora paradigmatico: egli non sostituisce la loro libertà, ma la educa. «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). Il Risorto introduce i discepoli in una lettura nuova della storia, nella quale la croce non appare più come negazione, ma come compimento.

La cecità, dunque, non viene superata attraverso una evidenza immediata, ma mediante un cammino. Solo nel momento della frazione del pane, quando la Parola ascoltata si coniuga con il gesto sacramentale, «si aprirono loro gli occhi» (Lc 24,31). Il riconoscimento non è il risultato di uno sforzo umano, ma il dono di una rivelazione accolta.

In questa luce, emerge con chiarezza anche il rischio delle letture chiuse o esoteriche del Vangelo. Quando la Scrittura viene separata dalla sua radice ecclesiale e dal suo centro cristologico, essa può essere facilmente piegata a interpretazioni arbitrarie: soggettivistiche, razionalistiche o, al contrario, magiche. Si tratta, in fondo, di diverse forme della medesima cecità: l’incapacità di lasciarsi condurre dalla verità che la Parola stessa comunica.

La tradizione della Chiesa, al contrario, custodisce un criterio fondamentale: la Scrittura va letta nella fede della comunità e alla luce di Cristo, che ne è il compimento. Solo così essa si sottrae alla frammentazione e rivela la sua unità profonda.

Il cammino dei discepoli di Emmaus si conclude con un’inversione di rotta: essi ritornano a Gerusalemme. Ciò che prima era luogo di fuga diventa ora spazio di testimonianza. La loro esperienza personale si apre alla dimensione ecclesiale: il Risorto non è proprietà privata, ma evento da condividere.

Il racconto evangelico consegna una domanda che attraversa ogni epoca: quale sguardo portiamo sulla realtà? Siamo disposti a lasciarci educare da Cristo, oppure restiamo prigionieri delle nostre interpretazioni?

Nel tempo presente, segnato da smarrimento e frammentazione, la parola del Risorto continua a risuonare come invito e promessa. Ma essa chiede una disponibilità radicale: quella di uscire dalla propria cecità per entrare in una visione nuova, nella quale la verità non è possesso, ma incontro.

E allora la domanda decisiva, che il Vangelo affida alla coscienza credente, rimane aperta: riconosciamo davvero il Risorto che cammina con noi sulle strade della storia? Oppure, come i discepoli di Emmaus, continuiamo a non vederlo, mentre egli già illumina il nostro cammino?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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