Diocesi

Una comunità che si interroga per accompagnare meglio i giovani

Attraverso l’attività formativa dal titolo ‘Adolescenti… chi li capisce?’

28 Apr 2026

di Francesco Mànisi

Si è conclusa nell’oratorio ‘Nostra Signora di Lourdes’ della parrocchia Santa Maria la Nova di Pulsano un’intensa e partecipata attività formativa dal titolo ‘Adolescenti… chi li capisce?’, svoltasi dal 21 al 23 aprile. L’iniziativa è stata pensata come spazio di ascolto, confronto e discernimento per genitori, catechisti e operatori pastorali: tre serate dense di contenuti, provocazioni e domande profonde, che hanno offerto alla comunità non semplicemente un ciclo di incontri, ma un laboratorio sul delicato compito dell’accompagnamento degli adolescenti. In un tempo in cui il mondo giovanile appare spesso enigmatico e sfuggente, si è voluto ribadire una convinzione fondamentale: gli adolescenti non sono un problema da risolvere, ma una realtà da comprendere e accompagnare.

Ad aprire il percorso è stata la prof.ssa Silvia Ruggiero, docente e psicoterapeuta, che ha aiutato i presenti a leggere alcune fragilità educative del nostro tempo, mostrando con lucidità come certi modelli di socializzazione primaria rischino di far crescere ragazzi abituandoli a una gratificazione immediata e non allenandoli sufficientemente ad affrontare il limite e la frustrazione. Da qui la difficoltà, spesso esplosiva, nell’impatto con i contesti educativi e relazionali in età adolescenziale. Una riflessione che ha interpellato profondamente il ruolo degli adulti: educare non significa evitare il disagio ai figli, ma accompagnarli ad attraversarlo, dando parole alle emozioni perché non degenerino in agiti impulsivi o aggressivi. Centrale il richiamo a una presenza adulta autentica, capace di trasparenza emotiva: “I ragazzi – ha ricordato – percepiscono ciò che gli adulti tacciono, leggono ferite e incoerenze nei silenzi, negli sguardi mancati, nella comunicazione impoverita da relazioni sempre più mediate dagli schermi”. Un invito, dunque, a recuperare la forza educativa della relazione vera.

La seconda serata, guidata dalla dott.ssa Valeria Alfarano, psicologa, ha approfondito l’adolescenza come stagione necessaria e feconda di ricerca identitaria, tempo fragile e potente insieme, segnato da slanci creativi e inevitabili conflitti. Attraverso il contributo delle neuroscienze, l’incontro ha offerto una lettura illuminante di questa fase della vita, evidenziando come lo squilibrio tra un sistema limbico emotivamente molto attivo e una corteccia prefrontale ancora in maturazione renda i ragazzi intensi, impulsivi, assetati di senso. In questa prospettiva, il conflitto non è stato presentato come fallimento educativo, ma come luogo trasformativo, occasione di crescita reciproca. Un passaggio particolarmente significativo è stato il richiamo alla necessità, di accompagnare gli adolescenti a riconoscere le proprie emozioni, senza subirle o reprimerle: solo ciò che viene riconosciuto può essere abitato e trasformato. Preziosi, in questo senso, gli strumenti offerti agli educatori: l’ascolto attivo, la tecnica dello ‘specchio’, la restituzione delle emozioni senza giudizio, e il difficile ma necessario esercizio di non fornire soluzioni immediate che sottraggano ai ragazzi la fatica e la bellezza del diventare se stessi.

A concludere il percorso è stato don Davide Abascià, responsabile del Servizio regionale per la pastorale giovanile, che ha proposto non una relazione frontale, ma un laboratorio esperienziale attraverso una dinamica concreta sull’accompagnamento. Divisi in due gruppi, i partecipanti sono stati coinvolti in un esercizio simbolico: aiutarsi reciprocamente ad attraversare una rete senza toccarla. Un gesto semplice ma denso di significato, che ha permesso di riflettere su come l’educazione passi anzitutto dalla condivisione, dalla fiducia reciproca e dalla capacità di lasciarsi sostenere dagli altri. È emersa con forza l’idea che ‘nessuno si salva da solo’: ci si lascia portare per poter portare, si impara a sostenere l’altro proprio mentre ci si scopre bisognosi di sostegno. La dinamica ha restituito il senso profondo del servizio educativo come cammino condiviso e non come prestazione individuale. Da qui l’invito a rispettare il tempo dell’altro e a rileggere i propri vissuti perché diventino esperienza: ciò che non viene interiorizzato e riletto rischia di restare in superficie. Il compito di chi educa non è sostituirsi ai ragazzi nel cammino, ma accompagnarli nell’attraversare i grandi passaggi della vita, con discrezione, fiducia e presenza.

L’esperienza vissuta a Pulsano si inserisce così in un orizzonte pastorale quanto mai urgente: quello di una Chiesa che non osserva i ragazzi da lontano, ma si mette accanto ai loro desideri, alle loro inquietudini e alle loro ferite, nella consapevolezza che i giovani non chiedono adulti impeccabili, ma persone credibili. Una comunità educante nasce proprio da qui: da adulti capaci di ascoltarsi, fidarsi e camminare insieme, per accompagnare i più giovani non con risposte prefabbricate, ma con una presenza vera, paziente e generativa.

 

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