Storia

Da antichi documenti inediti nuova luce su culto e storia di San Cataldo

09 Lug 2026

di Lucio Pierri

l reperimento di due manoscritti antichissimi rimette in discussione quanto sostenuto dalla moderna storiografia su san Cataldo, che contesta il ritrovamento del corpo in cattedrale: si torna all’antico, alla tradizione della Chiesa tarantina: il corpo di san Cataldo, come da narrazione del Berlengerio, è stato effettivamente ritrovato durante lo scavo delle fondamenta per il rifacimento della cattedrale da parte dell’arcivescovo Drogone, l’origine irlandese non è documentata, ma ha un fondamento molto antico nella narrazione popolare.

Sino al secolo scorso nessuno aveva messo in dubbio il ritrovamento del corpo nella cattedrale nel 1071, la discussione storiografica verteva sulla origine irlandese o meno del santo, sull’epoca della sua vita, sulla autenticità della scritta sulla crocetta aurea rinvenuta nella tomba. I documenti più antichi che si possedevano erano però molto tardi: l’Officium pubblicato dal De Algeritiis nel 1555, per altro conosciuto attraverso la trascrizione che ne era stata fatta negli Acta Sanctorum nel secolo successivo, perché di quell’Officium ne residua una solo copia presso La Biblioteca Vaticana; il Legendarium di Pietro Calo della prima metà 14° secolo, rimasto manoscritto presso la Biblioteca Marciana, conosciuto attraverso la riduzione di Pietro Natali pubblicata nel secolo successivo.

Quando nel 1924 il filologo tedesco A. Hofmeister pubblicava su una rivista del Museo di Monaco un codice databile al 1150, ritrascritto nel 1174, proveniente dal monastero di san Severino a Napoli, e custodito presso la biblioteca Nazionale di Vienna: il Sermo de inventione corporis sancti Kataldi, tutta la storia veniva ribaltata. In quel codice, la cui attendibilità non poteva essere messa in dubbio, data la età, gli avvenimenti erano narrati in maniera totalmente diversa: San Cataldo, siamo secondo questa narrazione nel 1094, appare in sogno al preposto di una chiesa di campagna, di nome Atenulfo, e gli ordina di portare il suo corpo all’interno della città perché vuole meglio essere onorato dai suoi cittadini. Dopo varie vicende e contrasti tra il vescovo e i cittadini sulla collocazione delle reliquie, il santo viene prima trasferito nella chiesa di San Biagio all’interno delle mura, e successivamente in una nuova chiesa appositamente costruita in suo onore.

Tutta la storiografia moderna si è adeguata a questa narrazione, pur non avendo a disposizione l’originale di questo codice, ma solo la parte trascritta da Hofmeister, prova ne è il fatto che tutti lo danno custodito a Vienna, mentre il codice nel 1923 era stato restituito allo Stato italiano, e si trova custodito presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla quale abbiamo ottenuto l’intero file. Eppure quel codice qualche dubbio poteva darlo, due cose in particolare: Taranto era indicata come Urbs Taranenses, e taranenses cives erano i suoi abitanti; la denominazione dei paesi da cui provenivano i miracolati non trovava riscontro nella toponomastica cittadina, e poi si descriveva un improbabile monte vicino Taranto dove erano accampati i Normanni.

Veniamo ai due documenti inediti che danno un solido fondamento di antichità alla tradizione tarantina: il primo, un gioiellino del XII secolo, scritto in carolina minuscola, Beatus Kataldus ex Rancando oppido oriundus, conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, consta di un solo foglio di pergamena; è tarantino, scritto da un tarantino, probabilmente un cartiglio che accompagnava una reliquia del santo. Contiene la favolosa e poetica storia della nascita in Irlanda, che vedremo riprodotta identica in tutti i documenti successivi sino ai nostri giorni: la nascita miracolosa con la stella cometa che indica ad un mago la casa dove sta per nascere, il miracolo della resurrezione della madre morta per i dolori del parto, la sapienza , i miracoli operati, l’episcopato irlandese.

Documento sicuramente tarantino perché sul retro del foglio, terminata la storia di san Cataldo, inizia un’altra narrazione, le cui prime righe testualmente tradotte dicono: “ ho tratto dalla storia di san Possidonio quanto qui si riporta circa il sito di Taranto, un religioso per ingraziarsi maggiormente il santo fece decorare la basilica a suo nome fabbricata a Taranto”.

Qui si apre tutta una serie di interrogativi, che non possono essere esplicitati in questa sede. Secondo una tradizione agostiniana Possidonio, vescovo di Calama, era discepolo e biografo di Sant’Agostino, naufrago sulle coste della Puglia per sfuggire alle persecuzioni vandaliche in Africa. Un’altra tradizione lo vuole greco di Tebe, anche esso approdato in Puglia. Il suo corpo trafugato dall’imperatore Ludovico II (825-875) venuto in Puglia a combattere i Saraceni, fu donato nel 862 in occasione del Concilio di Aquisgrana al vescovo Izzo della contea della Mirandola presso Carpi, lì si trova tutt’ora nella chiesa a lui intitolata nel paese di San Possidonio. A Crispiano, presso Taranto, si trova una piccola chiesa rupestre dedicata a Possidonio. Ma quello che più importa per la autenticità del nostro documento, è che il suo autore, dopo quella breve nota relativa alla basilica tarantina costruita in onore di Possidonio, dice di non potersi esimere, nominando Taranto, dal tacere le bellezze di questa città. Segue una poetica e lirica descrizione del Mar Piccolo, del Galeso, della pesca, delle delizie di Taranto. Siamo nel XII secolo, cinquecento anni prima che il D’Aquino scrivesse le sue Delizie!

Il secondo documento antico fortunosamente ritrovato, perché catalogato anonimo, scritto in protogotico, contiene una trascrizione del Berlengerio, del misterioso Berlengerio, come ebbe modo di dire la Belli D’Elia. Si tratta di un intero volume, databile al 1200, di ben 37 fogli, 74 pagine, che riporta la versione integrale del Berlengerio, poi trasmessaci sforbiciata dal Legendarium di Pietro Calo nel XIV secolo e ulteriormente ridotta dal de Algeritiis. Il Documento è custodito nella Biblioteca capitolare di Vercelli, che ce ne ha fornito copia fotografica integrale.

Considerazioni essenziali riguardo questo codice: il Berlengerius narra qui i fatti avvenuti a Taranto: la costruzione dalle fondamenta della nuova cattedrale, il ritrovamento del corpo ad opera dell’arcivescovo Drogone, la crocetta aurea rinvenuta con il nome Cataldus, la prima sepoltura nel soccorpo e la successiva traslazione sopra l’altare maggiore ad opera di Giraldo, alla quale intervengono anche i vescovi suffraganei, il vescovo di Mottola e Leone di Castellaneta, i miracoli operati dal Santo, ricchi di particolari narrativi. La città di Taranto è correttamente indicata con Tarentum , e i miracolati provengono dai nostri paesi: Alessano, Policario, Monte Albano, Biscilio, Taranto, Pomarico, Cupersano etc. Si tratta indubbiamente di un documento autentico, una narrazione che a tratti appare de visu.

Particolare inedito è che, nella traslazione dal soccorpo alla chiesa superiore, per rispetto del luogo e del santo, vengono prelevate per essere racchiuse nell’urna di argento solo parte delle reliquie, il resto delle ossa rimase nella sepoltura del soccorpo. Quale sia stato il loro destino non sappiamo, perchè se ne è persa traccia, ancora custodite in qualche parte della cattedrale?

Il Berlengerio non si esprime sulla origine irlandese, nella prefazione alla sua storia dice esplicitamente “Qua vero provincia, qua natione, quibus parentibus sanctus confessor editus fuit, aliquem querere supervacaneum estimamus”, (Da quale provincia, da quale nazione provenga, da quali genitori sia nato il santo confessore, stimiamo del tutto vano indagare per sapere qualcosa ), segno evidente che già nel XII secolo vi era un dibattito in corso e pareri discordanti.

Rimane il mistero della diversa narrazione proveniente dal Monastero di san Severino a Napoli, il sermo de inventione corporis sancti Catadi, con la storia di Atenulfo, che ritrova il corpo di Cataldo in una chiesetta di campagna, la sepoltura in san Biagio e il trasferimento successivo nella nuova chiesa. Troppo semplicistico parlare di falso , difficile un falso integrale tra documenti coevi. Probabilmente entrambe le narrazioni sono vere, si tratterebbe come anche ipotizzato dalla introduzione dello Hofmeister, rimasta pressoché inedita, di ossa diverse e, aggiungiamo noi, di luoghi diversi. Il fatto è che lo studio dell’Hofmeister, non riportato in storiografia nella sua integrità, non aveva rigettato la narrazione del Berlengerio; a suo parere si poteva trattare di ossa diverse entrambe attribuite a Cataldo: “doch handelt es sich wohl uberhaupt um ganz versciedene Gebeine, die beide mitgleich viel oder gleich wenig Recht dem ebenfall sehr problematische Bischof von Racau und dann von Tarent beigelegt wurden”, (Si tratta, di fatto, con ogni probabilità di due serie di resti del tutto distinte, entrambe attribuite — con pari fondatezza o infondatezza — all’altrettanto problematico vescovo di Racau e successivamente di Taranto).

Orbene, proprio il codice del Berlengerio ritrovato nella biblioteca Capitolare di Vercelli potrebbe chiarire il mistero. Premesso che in campo agiografico è sempre difficile distinguere gli accadimenti storici dalle narrazione di fede, possiamo azzardare una ipotesi. Il codice, come detto in precedenza, consta di 37 carte, orbene, a carta 32, terminata la narrazione del Berlengerio, viene inserita la narrazione del monastero di San Severino: sullo stesso codice, senza soluzione di continuità troviamo appaiate le due narrazioni coeve e contrapposte, segno evidente che erano considerate entrambe attendibili, la prima riferita a Taranto, la seconda, ipotizziamo, a Tarano, cittadina della Sabina in provincia di Rieti, da qui la dizione urbs taranenses e cives taranenses. Vicino Tarano vi è il villagio di Cottanello, che ha avuto come santo protettore Cataldo, tutt’ora luogo di pellegrinaggio dove sorge l’eremo di san Cataldo, una piccola grotta ricca di affreschi e una scritta scolpita nella roccia “qui riposava il capo di san Cataldo”, ai lati due effigi del santo; la pala dell’altare sempre con l’effige del santo è andata perduta . A Cottanello il santo si festeggia lo stesso 10 maggio come a Taranto. È possibile che dietro la suggestione del ritrovamento del corpo a Taranto, a venti anni circa di distanza, (la invenzione del Berlengerio secondo la tradizione è del 1071, il ritrovamento secondo il Sermo avviene nel 1094), qualcosa di simile sia avvenuta a Cottanello, di qui la narrazione del Marinulus, il monaco benedettino di San Severino che ha redatto la storia del ritrovamento in una chiesetta di campagna ad opera del preposto Atenulfo e la traslazione a Tarano, non a Taranto delle ossa del santo. Anche il nome del monaco Atenulfo, di origine longobarda, si sposa bene col luogo, facente parte del ducato longobardo di Spoleto. Insomma si parte da eventi reali, la scoperta di un corpo, una apparizione in sogno, e si costruisce una storia utilizzando gli elementi di una struttura narrativa già accreditata, in questo caso il Marinulus avrebbe utilizzato per la redazione del suo libro di letture per il convento di san Severino, sia quanto poteva giungere a Napoli degli avvenimenti tarantini, sia quanto si narrava intorno al trafugamento e trasporto a Bari delle reliquie di san Nicola, avvenuto nel 1087. Levando i nomi degli attori, il vescovo Ursone per Bari, Gilberto per Tarano, la narrazione procede identica con la descrizione dei contrasti per la collocazione delle reliquie, tra il vescovo locale e la cittadinanza, il vescovo che vorrebbe custodirle in cattedrale, i cittadini in una nuova chiesa.

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