Ecclesia

Quando il sacro viene ferito: Medjugorje tra profanazione e conversione

ph Ansa-Sir
29 Lug 2026

di Luana Comma

Il nero sul volto della Madonna e il fuoco sull’altare. A Medjugorje la violenza ha scelto due segni che appartengono al cuore della fede cristiana: il volto di colei che ha accolto il Verbo e la mensa sulla quale la Chiesa celebra il dono pasquale di Cristo. Non si è trattato soltanto di danneggiare una statua o una struttura liturgica. Quando viene colpito un simbolo religioso, ciò che si tenta di ferire è il legame invisibile che quel segno custodisce: la memoria di una preghiera, il dolore affidato, la speranza ritrovata, la fede di quanti in quel luogo hanno cercato Dio.

Nelle prime ore del 28 luglio, sul Podbrdo, il volto e le mani dell’immagine mariana sono apparsi imbrattati di vernice nera. Poco dopo, davanti alla chiesa di San Giacomo, le fiamme hanno raggiunto l’altare esterno, luogo delle grandi celebrazioni alle quali partecipano migliaia di pellegrini. Uno striscione, scritto in polacco, accusava inoltre di inganno le persone legate alle presunte apparizioni iniziate nel 1981. La polizia bosniaca ha fermato un uomo sospettato di essere coinvolto nei fatti, mentre le indagini proseguono per accertarne le responsabilità e chiarire il movente.

L’immagine di Maria può essere ripulita e l’altare restaurato, come è già stato fatto. Eppure la profanazione lascia una traccia che non si cancella con la stessa facilità della vernice. Essa rivela qualcosa dell’uomo, della sua inquietudine e del rapporto, spesso irrisolto, con Dio. La violenza contro il sacro non è mai del tutto muta: persino quando distrugge, dice qualcosa. Dice il bisogno di spezzare un rimando, di oscurare una presenza, di ridurre al silenzio ciò che continua a interrogare la coscienza.

La fede cristiana non adora la materia. Una statua non è Maria e un altare non è Dio. Ma il cristianesimo non considera la materia estranea alla rivelazione, perché al suo centro vi è un annuncio sorprendente e irriducibile: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). Dio non ha salvato l’uomo sottraendosi alla storia, ma entrando in essa attraverso un corpo, una voce, delle mani, il pane spezzato e il sangue versato.

Per questo il visibile può diventare soglia dell’Invisibile. L’immagine di Maria rimanda alla donna che ha accolto la Parola senza trattenerla per sé e ha orientato ogni cosa verso il Figlio: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). L’altare rinvia a Cristo, che nella Pasqua non offre qualcosa, ma dona se stesso. Colpire questi segni non significa raggiungere Maria o Cristo, ma tentare di ferire la fede di chi, attraverso di essi, ha imparato a rivolgere lo sguardo oltre se stesso.

Un particolare emerso nelle ricostruzioni giornalistiche rende tuttavia la vicenda ancora più dolorosa. Il sospettato si sarebbe già recato a Medjugorje nel 2017 come pellegrino e avrebbe raccontato di avere trovato nella religione conforto e pace. Il dato deve essere accolto con estrema prudenza: non conosciamo il suo percorso interiore, non sappiamo che cosa sia accaduto negli anni successivi e non è lecito attribuirgli motivazioni che le indagini non hanno ancora chiarito.

Eppure, qualora la circostanza venisse confermata, non sarebbe un elemento marginale. L’uomo oggi sospettato di avere colpito quel luogo lo avrebbe già visitato come qualcuno che cercava consolazione. La profanazione, allora, non proverrebbe da una lontananza assoluta, ma da una prossimità divenuta forse conflittuale. E ciò obbliga a superare la divisione troppo semplice tra chi crede e chi non crede, tra chi ama il sacro e chi gli è estraneo.

Si può raggiungere un santuario senza lasciarsi raggiungere dal suo significato. Si può salire una collina, sostare davanti a un’immagine, partecipare a una celebrazione e tuttavia non essere interiormente trasformati secondo quella metánoia che il Vangelo chiama: conversione della mente, del cuore e del desiderio. Il pellegrinaggio non coincide con il semplice cammino verso una meta geografica. Comincia quando l’uomo lascia che Dio metta in discussione le sue pretese e gli cambi il modo di vivere la propria esistenza.

Il bisogno di sacro appartiene profondamente alla persona umana, ma può imboccare strade differenti. Può aprire alla trascendenza e alla libertà oppure richiudersi nella ricerca di una protezione immediata; può diventare affidamento oppure pretesa; può condurre a Cristo oppure fermarsi alla fascinazione per il fenomeno straordinario.

Quando il sacro viene cercato come una forza da utilizzare, la relazione con Dio rischia di assumere la forma di un contratto: io prego, compio un pellegrinaggio, ripeto determinate pratiche e, in cambio, attendo che la realtà corrisponda ai miei desideri. Ma il Dio cristiano non è un idolo da dominare né una garanzia contro ogni sofferenza. Egli è il Vivente che chiama l’uomo a una relazione libera, nella quale la preghiera non costringe il Mistero, ma apre chi prega alla conversione.

L’attenzione propria del Gris si colloca precisamente su questo crinale. Discernere non significa disprezzare la pietà popolare o considerare sospetta ogni esperienza religiosa. Significa distinguere la fede dalla credulità, la devozione dalla dipendenza, la speranza evangelica dalla promessa di soluzioni facili. Non ogni ricerca del sacro conduce necessariamente al Dio di Gesù Cristo. Anche la religiosità può ripiegarsi sull’io, alimentare paure, produrre aspettative assolute o consegnare la libertà a presunti mediatori del divino.

Il criterio cristiano non è l’intensità dell’emozione né il carattere eccezionale di un’esperienza. Sono i frutti: la libertà ritrovata, la capacità di amare, la riconciliazione, la comunione ecclesiale, l’adesione a Cristo. «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16). Dove il fenomeno religioso diventa più importante del Vangelo, dove il messaggio privato oscura la Parola, dove il veggente prende il posto di Cristo, il discernimento non è mancanza di fede: è servizio alla verità.

Anche la posizione della Chiesa su Medjugorje segue questa via di sapiente equilibrio. Nel 2024 il Dicastero per la Dottrina della fede ha concesso il nihil obstat all’esperienza spirituale maturata attorno a quel luogo, riconoscendone i numerosi frutti positivi e consentendo il culto pubblico. Non ha tuttavia dichiarato la soprannaturalità delle presunte apparizioni, né ha imposto ai fedeli l’adesione ai messaggi ad esse attribuiti. Ha ricondotto tutto al centro: la preghiera, la conversione, l’Eucaristia, la riconciliazione, l’incontro con Cristo.

Questa prudenza ecclesiale non spegne lo Spirito, ma protegge il credente dalla tentazione di confondere Dio con i segni attraverso i quali lo cerca. San Paolo indica la stessa via: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,19-21). Il discernimento autentico non mortifica il desiderio religioso; lo riscatta da ciò che potrebbe deformarlo.

La riflessione di René Girard consente di cogliere un ulteriore aspetto della vicenda. La violenza, secondo il pensatore francese, tende a cercare un bersaglio visibile sul quale riversare tensioni, conflitti e frustrazioni che hanno origini più profonde. Essa trasferisce su una persona, un gruppo o un simbolo il peso di un male che non riesce a nominare. Il bersaglio diventa così il punto sul quale imprimere la propria ostilità.

A Medjugorje la violenza ha annerito un volto e incendiato un altare. Non ha cercato un confronto, ma un segno da colpire. La violenza non argomenta: marchia, deturpa, brucia. Tenta di imporre il silenzio eliminando ciò che percepisce come ostacolo o provocazione.

Ma la rivelazione cristiana rompe in modo silenzioso e profondo questa logica. Nella croce, Cristo assume il posto della vittima sulla quale la comunità scarica la propria violenza. Viene accusato, respinto e condotto fuori dalla città; la risurrezione, però, rovescia il giudizio degli uomini e manifesta l’innocenza del Crocifisso. Dio non è dalla parte della folla che condanna, ma di colui che viene escluso.

Per questa ragione la risposta della comunità di Medjugorje possiede una forza che nessuna immagine vandalizzata può cancellare. La parrocchia ha invitato alla preghiera, al digiuno e al perdono, chiedendo di non restituire male per male e di pregare per la conversione del responsabile. Intanto, le celebrazioni sono proseguite.

Perdonare non significa negare la gravità dell’accaduto, rinunciare alla verità o sottrarre il colpevole alla giustizia. Significa non consentire al male di dettare la forma della risposta. «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). È questa la vera opposizione cristiana alla violenza: non un sentimentalismo fragile, ma la decisione di interrompere la sua capacità di riprodursi.

Rimane, tuttavia, una domanda che riguarda non soltanto chi ha compiuto la profanazione, ma anche chi oggi se ne indigna. Il senso del sacro non viene meno soltanto quando un’immagine è imbrattata o un altare viene incendiato. Può spegnersi anche dentro la religione, quando il simbolo non conduce più oltre se stesso, la devozione non genera conversione e la difesa di Dio non si traduce nella custodia dell’uomo.

Esiste una profanazione rumorosa, che lascia sulle pietre i segni del fuoco, ed esiste una profanazione più sottile: quella di chi onora un’immagine di Maria ma rifiuta la sua obbedienza alla Parola; quella di chi difende l’altare e ignora la carne ferita del fratello; quella di chi invoca il nome di Dio per alimentare divisione, disprezzo o superiorità.

Cristo ha legato per sempre il sacro alla vita. Ha identificato il proprio corpo con il tempio — «Egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,21) — e la propria presenza con quella degli affamati, degli stranieri, dei malati e dei prigionieri. Dopo l’Incarnazione non è possibile separare il culto reso a Dio dalla dignità riconosciuta all’uomo. L’altare e il volto dell’altro appartengono alla medesima responsabilità.

Le tracce del fuoco saranno cancellate e la vernice verrà rimossa. Ma la domanda lasciata da quella notte rimane davanti a noi. Che cosa chiamiamo davvero sacro? Un oggetto da difendere, una protezione da invocare, un’identità da contrapporre agli altri? Oppure la soglia dinanzi alla quale riconosciamo di non bastare a noi stessi e accettiamo di essere trasformati?

Il sacro non è custodito soltanto quando le sue immagini restano intatte. È custodito quando esse continuano a condurre oltre se stesse, verso il Dio vivente e verso l’uomo nel cui volto Cristo ha scelto di lasciarsi incontrare. La ferita di Medjugorje non chiede soltanto riparazione. Chiede conversione.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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