Città

L’Ilva chiude? Ma per il governo, che getta la spugna, sarà un nuovo incubo

30 Lug 2026

di Silvano Trevisani

Si apre una nuova fase per l’Ilva. Preceduto dallo sciopero di 8 ore in tutti gli impianti, proclamato da Fim Fiom Uilm e Usb per lunedì 3 agosto, martedì 4 si svolgerà, al ministero dell’Industria, l’incontro fissato dal governo per fare il punto della situazione. Già il fatto che il confronto venga spostato da Palazzo Chigi al Mimit lascia un po’ d’amaro in bocca, ma le premesse non sono molto incoraggianti né chiare, per qualsiasi scelta venga fatto. Di sicuro, a differenza di quanto accade di solito, il governo esprime pieno rispetto per una sentenza della magistratura, questa che ha deciso di far chiudere l’area a caldo dell’Ilva in 90 giorni: è il modo semplice per togliersi dalle mani una patata bollente che il governo non sapeva e non voleva gestire. Più o meno quello che è accaduto da sempre e più specificamente da 14 anni a questa parte. Non condividiamo le analisi estreme di coloro che sostengono che la chiusura di una grossa fabbrica tenda a indebolire il sindacato e la sinistra in particolare, ma riteniamo che di fronte all’assoluta mancanza di volontà politica, è più agevole lasciar morire l’azienda che non perdere il sonno per essa.

Solo che ministero e governo non hanno fatto i conti con la realtà: 90 giorni sono un termine ridicolo per chiudere l’area a caldo di uno stabilimento siderurgico che richiede tempi molto più lunghi, a partire dalla progettazione e dagli incarichi ad aziende esterne che l’attueranno. Questo un giudice non poteva saperlo ma un ministro dovrebbe saperlo. Come dovrebbe sapere che i costi per la chiusura e lo smantellamento dell’area a caldo dell’impianto siderurgico più grande d’Italia richiedono un investimento di molti miliardi di euro. Per non parlare della bonifica, indispensabile a rendere possibile quelli che Urso, con eccesso di ottimismo, chiama possibili nuovi investitori che diversifichino. Si è già parlato di 10 miliardi di euro. Nessuno impianterà un’azienda su un terreno altamente inquinato. Se pensiamo che per la minuscola Belleli sono passati oltre 20 anni e che Bagnoli, pari a un sesto di Taranto, sta ancora aspettando, capiremo che i processi proclamati di diversificazione sono pura propaganda.

Del resto, dal 1972 al 1995, cioè quasi 25 anni, si sono spesi centinaia di incontri e proclami per la cosiddetta “reindustrializzazione” mai avvenuta. E se ne parlava solo perché la produzione siderurgica era in calo per cui bisognava pensare a qualcos’altro. Ora che l’acciaio finisce chi può pensare veramente di dare lavoro a 20.000 operai?

Se pensiamo che i 332 lavoratori dell’ex Tct stanno aspettando da oltre dieci anni di conoscere il nuovo destino produttivo, che sfugge continuamente, se pensiamo che a fronte delle poche decine di nuove unità assorbite da Vestas e Leonardo (dove si proclamano scioperi per le pulizie) si chiudono molte altre aziende, come illudersi che basteranno i 5 milioni della volenterosa Regione Puglia, attraverso corsi di formazione, a creare nuove opportunità?

Si svilupperà la lavorazione a freddo? Non possiamo approfondire un tema così complicato, ma ora l’area a freddo di Taranto è ferma e imprese che effettuano queste lavorazioni anche in Italia ce ne sono già tante, compresi gli altri stabilimenti Ilva. E anche nell’ipotesi tutta da provare che investimenti esterni possano riattivare laminazioni e tubifici, saranno sufficienti poche migliaia di operai, a regime. E occorrerà importare molto acciaio!

Allora? Lo abbiamo scritto tante volte: competeva allo stato obbligare Riva a risanare gli impianti, ma non lo ha mai fatto per non disturbare un potente molto vicino alla politica. L’allora ministro per l’Ambiente Prestigiacomo, anzi, disse che tutto andava alla perfezione. Spettava ancora allo Stato avviare la decarbonizzazione, ma subito dopo i fatti del 2012, quando l’Ilva fu tolta all’Ilva, ma questo non è avvenuto, preferendo vendere a Mittal che aveva già mostrato ampiamente al mondo la sua inaffidabilità. Purtroppo le cose stanno così e sarebbe ancora compito dello Stato risolvere il problema, magari, investendo nella totale innovazione quello che spenderà comunque per la chiusura.

Ma questo non avverrà e sarà forse per questo che l’Istat ha già previsto che entro il 2050 la popolazione di Taranto scenderà al di sotto dei 150.00 abitanti ma già fra quattro anni ne avrà 176.000.

Insomma: per il governo sarà un nuovo incubo che però, come al solito, si andrà a scaricare sul prossimo…

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