Lavoro

Oggi l’Ilva si ferma per lo sciopero mentre Urso cerca nuove soluzioni

03 Ago 2026

di Silvano Trevisani

L’Ilva oggi è ferma. I lavoratori di tutti gli stabilimento del gruppo hanno incrociato le braccia per esprimere la forte preoccupazione per il futuro, in assenza di un progetto credibile e in presenza di ripetute sentenza della magistratura che, a vario livello, hanno disarticolato il ciclo produttivo. Ultima, in ordine di tempo, ma più importante per gli effetti reali, la sentenza della corte d’appello di Milano che ha assegnato il termine di 90 giorni per la chiusura dell’area a caldo, cioè quella nella quale si produce l’acciaio. Anche se, come abbiamo già spiegato nei giorni scorsi, e come ha ribadito lo stesso ministro delle Imprese, Adolfo Urso, rispettare il termine di 90 giorni per la chiusura è praticamente impossibile.

Lo stesso Urso ha dichiarato, in queste ore, che bisogna accelerare la realizzazione di nuovi insediamenti produttivi per dare una risposta anche sul piano occupazionale. Abbiamo inoltre convocato le imprese siderurgiche italiane, insieme a Confindustria, Federacciai e Federmeccanica, per rivolgere un nuovo appello alla costituzione di una cordata italiana”. Con quali obiettivi? Da un lato precostituire una diversificazione produttiva, intento giusto e necessario, ma irrealizzabile in tempi brevi, dall’altro trovare una soluzione produttiva nel settore dell’acciaio, facendo leva sui produttori italiani, che sono molti e tutti in grado di fare la loro parte, ma individuando una strategia attuabile. Che non è certo quella di Jindal, che in questi giorni vanta un accordo con i commissari di Acciaierie d’Italia, più o meno “a qualsiasi costo”, ma che sembra comunque non tenere conto adeguato della rivoluzione in vista, anche se assicura che la sentenza di Milano non lo spaventa (una dichiarazione che invece spaventa un po’ tutti!) e ritiene di tener viva la produzione con le bramme prodotte in India. Proposta al vaglio ma, a nostro parere, non esaltante e poco chiara negli intenti.

Per provare in qualche modo a disinnescare i traumatici effetti di questa imposta chiusura, Urso terrà, già a partire da domani, una serie di riunioni con tutti gli attori coinvolti. Si inizia con l’incontro già fissato con i sindacati, domani mattina, il 5 agosto si terrà alle 10 il tavolo per Taranto con i soggetti che hanno manifestato interesse a realizzare nuovi investimenti nell’area e alle 12 il tavolo con Confindustria, Federacciai e Federmeccanica. Giovedì 6 agosto è atteso il confronto con le associazioni che rappresentano le imprese dell’indotto.

Tornando allo sciopero, dopo l’assemblea svoltasi nell’area antistante il Consiglio di fabbrica, durante la quale i rappresentanti sindacali hanno illustrato ai lavoratori lo stato della vertenza e le ragioni dello sciopero, i lavoratori sonno scesi a manifestare sulla statale 100, in zona direzione, nonostante il caldo asfissiante della tarda mattinata, e poi, per un periodo limitato, anche la statale 7. È arrivato il momento di prendere decisioni che restituiscano ai lavoratori e alla città un futuro certo, garantendo a tutti i diritti costituzionali, dal lavoro, all’ambiente e alla salute senza che alcuni vengano esclusi a discapito di altri”, hanno sostenuto i rappresentanti di Fim Fiom Uilm, che rimarcano i rischi di una bomba sociale che rischierebbe di allargarsi a macchia d’olio e della quale le prime vittime sono i lavoratori, da anni considerati una patata bollente più che una risorsa da custodire.

Chiudere l’Ilva non significa solo togliere lavoro a circa 20.000 persone, compresi appalti e trasportatori, ma significa penalizzare tutte le attività economiche legate all’acciaio e all’economia prodotta, che è un pezzo significativo del Pil pugliese: dalle forniture, al commercio, a tutto il terziario.

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