Drammi umanitari

“Seminare speranza tra le macerie di Gaza”

Al Meeting di Rimini, padre Gabriel Romanelli ha raccontato la drammatica realtà in Palestina, segnata da distruzione, scarsità di beni essenziali e lutti

ph Sir
27 Ago 2026

di Daniele Rocchi

“Gaza è tritata, come se fosse passato uno tsunami”: con questa immagine forte e dolorosa padre Gabriel Romanelli, parroco latino della Sacra Famiglia di Gaza, ha descritto la situazione nella Striscia intervenendo in collegamento al Meeting di Rimini nell’incontro ‘Amare la Terra Santa’, insieme al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo.

ph Latin Parish Gaza

Le condizioni di vita
“È quello che sperimentiamo ogni giorno”, ha raccontato il sacerdote. La maggior parte della popolazione vive in tende di fortuna o tra le macerie delle proprie abitazioni. La quotidianità è segnata dalla ricerca dell’acqua e dell’energia elettrica, beni divenuti rarissimi. “La mattina ci si sveglia ringraziando il Signore se le batterie hanno resistito durante la notte. Poi inizia la lotta per trovare acqua potabile e acqua per lavarsi”. Nella piccola comunità cristiana rimangono oggi 541 persone tra cattolici e ortodossi. Dall’inizio della guerra sono morte 60 persone: 23 uccise direttamente da azioni militari all’interno dei complessi parrocchiali cattolico e ortodosso, 23 per mancanza di cure mediche e 14 anziani che, secondo i medici, avrebbero potuto vivere più a lungo se non fossero venute meno le condizioni minime di assistenza. Nonostante le enormi difficoltà, la parrocchia continua a sostenere la popolazione. Grazie a una grande cisterna d’acqua, definita da Romanelli “miracolosa”, vengono aiutate oltre 400 famiglie della zona. Un unico generatore elettrico, dopo che gli altri due sono andati distrutti o fuori uso, alimenta il sistema di purificazione dell’acqua, le strutture delle Missionarie della Carità, la scuola e la clinica aperta dal Patriarcato latino insieme all’Ordine di Malta.

Restare non è una sfida
Il sacerdote ha spiegato anche la scelta di restare a Gaza nonostante i ripetuti ordini di evacuazione: “Non è stata una sfida politica, ma la risposta naturale di un pastore che deve rimanere con il suo gregge. Non potevamo abbandonare i disabili, i bambini, le famiglie. Siamo qui anche per custodire la presenza eucaristica. L’altare di questa chiesa è un altare di pace”. Particolare attenzione è rivolta ai più piccoli. La parrocchia sta cercando di garantire un ambiente il più possibile sereno ai bambini attraverso la scuola, attività educative, spirituali e di sostegno psicologico. “I bambini hanno bisogno di certezze. Sentono quando gli adulti riescono a trasmettere sicurezza”, ha osservato. Nonostante le sofferenze, Romanelli ha sottolineato di non aver mai percepito, né nella comunità cristiana né tra i vicini musulmani, desideri di vendetta. “Questo è già un tesoro. Tutti portano ferite nell’anima e molti anche nel corpo, ma continuiamo a pregare per il perdono, la misericordia e la pace”. Il parroco ha infine affidato un messaggio di speranza: “L’ultima parola non è la croce, ma la risurrezione. Siamo convinti che la pace sia possibile e necessaria. Nessuno chiede vendetta: chiediamo pace per tutti, palestinesi e israeliani. Continuiamo a seminare pace, nella certezza che il Signore non abbandona il suo popolo”.

© Custodia di Terra Santa

La missione francescana
Da parte sua il Custode Ielpo, ribadendo pensieri condivisi ad un incontro di ieri, sempre al Meeting, con la Fondazione Terra Santa ha voluto raccontare “la vita dei francescani che vivono la loro missione in diversi Paesi del Medio Oriente: non solo in Terra Santa, tra Israele e Palestina, ma anche in Giordania, Libano, Siria, Cipro ed Egitto, e la voce delle comunità cristiane che vivono in quelle terre e che continuano a testimoniare una fede grande, anche in situazioni spesso molto difficili e complesse”. “La nostra missione – ha aggiunto – non è salvare il mondo intero, ma cominciare a prenderci cura di chi si presenta davanti a noi e bussa alla nostra porta. Questo aiuta a non lasciarsi schiacciare dall’enormità dei bisogni e dalla vastità del male con cui ogni giorno ci si confronta”.

parrocchia di Taybeh – ph Rocchi-Sir

Taybeh
A tale riguardo, sollecitato dai giornalisti, al termine dell’incontro, sulla vicenda di Taybeh, l’unico villaggio cristiano rimasto in Cisgiordania, vittima di continue aggressioni, violenze e intimidazioni da parte dei coloni ebrei, padre Ielpo ha affermato che “ci sono ingiustizie condannate da tutti ma che rimangono in essere. Penso non solo a Taybeh ma anche agli accampamenti beduini, minoranze che non hanno voce, che vivono in questa precarietà, con il perpetrarsi di ingiustizie, condannate da tutti ma rimangono in essere. Oltre a denunciare – ha annotato il francescano – poi sperimenti una sorta di incapacità e di impotenza. Quindi bisogna trovare soluzioni realistiche, concrete, ma anche efficaci perché ci sia il rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona e di ogni popolo”. Da padre Ielpo è arrivato anche un appello a tornare pellegrini in Terra Santa: “i pellegrinaggi servono a rinnovare il legame di chi li compie con l’Incarnazione di Cristo che qui è vissuto. E sono una grazia per i cristiani di qui che riscoprono la loro vocazione e il loro scopo nel mondo, quello di custodire e rendere vivi questi luoghi”.

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