Indagine Indire, il 94% degli studenti usa l’intelligenza artificiale
Il 94% degli studenti utilizza strumenti di intelligenza artificiale e il 62% li usa almeno una volta alla settimana. È uno dei dati emersi dall’indagine nazionale “Io e l’intelligenza artificiale”, promossa da Indire e Festival dell’Innovazione scolastica e presentata al Senato su un campione di 5.342 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
L’84% impiega l’ai anche per lo studio, mentre il 53% dichiara di averla utilizzata almeno una volta come “confidente digitale” per affrontare problemi personali. “L’intelligenza artificiale, come tutte le grandi innovazioni tecnologiche, è un farmaco: può essere insieme cura e veleno”, ha osservato il sociologo Mauro Magatti, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Per Magatti occorre evitare contrapposizioni tra “tecno-ottimisti e pessimisti” e aiutare i giovani a “navigare” nel nuovo contesto digitale. “Non bastano le norme. Servono obiettivi etici e pedagogici chiari, il coraggio della sperimentazione dal basso e un investimento massiccio nell’educazione”, ha affermato, definendo quella dell’ai “una grande sfidadi civiltà”. Dalla ricerca emerge anche che il 44% degli studenti teme che l’ai possa ridurre la capacità di pensare autonomamente, mentre il 54% ritiene che debba restare sotto il controllo umano. Secondo i ricercatori, la familiarità con questi strumenti non coincide necessariamente con la capacità di verificarne criticamente i contenuti. Un dato definito “paradosso della fiducia” mostra infatti che sia chi si fida ciecamente dell’ai sia chi la rifiuta tende a controllare meno le informazioni ricevute rispetto a chi mantiene un atteggiamento più equilibrato.
Per Samuele Borri, dirigente tecnologo Indire, la scuola è chiamata a “togliere i ragazzi dall’inconsapevolezza”, aiutandoli a comprendere opportunità e rischi delle nuove tecnologie. Luigi Ballerini, psicoterapeuta e presidente del comitato scientifico del Festival, ha richiamato invece l’attenzione sul dato dei giovani che si confidano con l’ai: “Un chatbot può rispondere, ma non può prendersi cura”. La sfida educativa, ha concluso, resta quella di formare persone capaci di pensare con la propria testa e di costruire relazioni autentiche.




