Ecclesia

La grazia oltre il merito

18 Set 2026

di Luana Comma

Non è facile accettare una bontà che non segue le nostre proporzioni. Finché Dio dà a ciascuno ciò che riteniamo meritato, il suo agire ci appare comprensibile; lo diventa molto meno quando la sua generosità raggiunge chi, ai nostri occhi, ha fatto troppo poco, è arrivato troppo tardi o non possiede gli stessi titoli di chi c’era dall’inizio. È precisamente in questa distanza tra la misura dell’uomo e la gratuità di Dio che Gesù colloca la parabola degli operai nella vigna.

Il racconto nasce da una domanda che Pietro ha posto poco prima: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19,27). Una domanda comprensibile, nella quale affiora però il rischio di tradurre anche la sequela nel linguaggio della prestazione e della ricompensa. Gesù risponde raccontando di un padrone che esce all’alba e continua a tornare sulla piazza durante tutta la giornata.

Le sue cinque uscite non rivelano una cattiva organizzazione del lavoro, ma qualcosa del modo di agire di Dio. All’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e infine alle cinque del pomeriggio, il padrone continua a cercare. Agli ultimi domanda: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». La risposta è disarmante: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Non dicono di aver rifiutato il lavoro; semplicemente, nessuno li aveva scelti.

È qui che acquistano particolare forza le parole di Sant’Anselmo, in una sua omelia: «Dio è un padre in stato di instancabile ricerca dei suoi figli». Il padrone non si rassegna a lasciare qualcuno ai margini della piazza. La sua continua uscita non risponde soltanto alla necessità della vigna, ma rivela una premura per coloro che rischiano di attraversare l’intera giornata senza essere chiamati, senza lavoro e quindi senza ciò che occorre per vivere.

Con i primi concorda un denaro per la giornata; agli altri promette «quello che è giusto»; agli ultimi dice soltanto: «Andate anche voi nella vigna». È al momento della paga che emerge il paradosso. Il padrone ordina di cominciare proprio dagli ultimi e consegna loro un denaro. I primi, vedendo quella somma, immaginano di ricevere di più. Invece ottengono esattamente quanto era stato pattuito.

Da qui nasce la protesta: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Eppure nessuno è stato defraudato. Il problema non è ciò che i primi hanno ricevuto, ma ciò che è stato dato agli altri.

Matteo descrive la loro reazione con il verbo goggýzō, «mormorare», che richiama le proteste di Israele nel deserto. È il disagio di chi non riesce a comprendere un Dio che non si lascia rinchiudere nelle nostre equivalenze. Il padrone lo chiarisce: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?». La sua bontà non contraddice la giustizia, ma non si esaurisce in essa.

La salvezza non è un salario proporzionato alle ore accumulate davanti a Dio. La grazia, proprio perché è grazia, non può diventare il premio di una graduatoria religiosa. Chi è nella vigna dall’alba non possiede per questo un diritto maggiore sul Padre rispetto a chi vi entra quando il giorno sta ormai finendo.

Perciò la domanda conclusiva del padrone raggiunge un punto ancora più profondo: «Sei invidioso perché io sono buono?». Letteralmente Matteo parla di un «occhio malvagio», un modo di guardare che non riesce più a contemplare il bene dell’altro senza confrontarlo con il proprio. Il dono ricevuto da qualcuno ci appare quasi come qualcosa sottratto a noi.

È una tentazione che può attraversare anche la vita di fede. Anni di appartenenza ecclesiale, di servizio, di pratica religiosa possono trasformarsi silenziosamente in una sorta di credito accumulato. E allora chi ritorna dopo molto tempo, chi arriva da una storia diversa, chi sperimenta la misericordia dopo essersi smarrito rischia di apparire come qualcuno che riceve troppo facilmente ciò per cui noi abbiamo faticato.

Proprio qui Sant’Anselmo apre una prospettiva decisiva: il privilegio degli operai della prima ora non consiste nell’aver maturato un credito maggiore, ma nell’essere stati nella vigna fin dall’inizio. Hanno conosciuto prima degli altri la chiamata, la vicinanza del padrone, la possibilità di spendere la propria giornata dentro un’opera che aveva senso. La ricompensa, in qualche modo, era già cominciata nel momento stesso in cui erano stati chiamati. Se, invece, alla sera ricordano soltanto «il peso della giornata e il caldo», significa che la relazione con il padrone si è lentamente trasformata in prestazione e la fedeltà in una contabilità del merito. Ciò che era dono viene allora percepito come fatica da far valere.

Gli ultimi, perciò, non sottraggono nulla ai primi: rendono visibile una bontà che i primi, proprio perché abituati alla vigna, rischiano ormai di non riconoscere più. Il loro arrivo smaschera la tentazione di considerare la familiarità con Dio come un titolo di precedenza. Per questo «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» non inaugura una nuova graduatoria, capovolta rispetto alla precedente. Gesù mette in discussione la graduatoria stessa. Davanti alla grazia non esistono anzianità capaci di fondare privilegi: esistono soltanto uomini raggiunti, in ore diverse, dalla medesima chiamata.

Forse la vera conversione degli operai della prima ora consiste proprio nel riscoprire che essere stati nella vigna più a lungo non significa aver dato di più a Dio, ma aver ricevuto prima degli altri la possibilità di vivere con lui. Solo allora la gioia dell’ultimo non appare più come una diminuzione del proprio bene, ma come l’ulteriore manifestazione di una grazia della quale anche i primi vivono.

San Paolo comprenderà radicalmente questa logica quando scriverà: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio» (Ef 2,8). Le opere restano, ma senza la pretesa di acquistare ciò che si può soltanto accogliere come dono.

Forse, allora, la parabola ci domanda qualcosa di molto concreto: sappiamo gioire quando la bontà di Dio raggiunge qualcuno che, secondo i nostri criteri, è arrivato tardi? Riusciamo a riconoscere il bene dell’altro senza trasformarlo in un confronto? E consideriamo ancora una grazia essere nella vigna, oppure abbiamo cominciato a contare le ore?

Il padrone continua a uscire finché resta luce. È forse questa l’immagine più intensa del racconto: un Dio che non si rassegna a lasciare qualcuno sulla piazza. La grazia oltre il merito comincia proprio qui, in una chiamata che raggiunge anche l’ultima ora. E la conversione dei primi consiste forse nell’imparare a non sentirsi diminuiti dalla bontà di Dio, ma a gioire perché anche l’ultimo ha finalmente trovato posto nella vigna.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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