Il coraggio di ricredersi
Nel Vangelo di questa domenica accade qualcosa di sorprendentemente vicino. Un padre chiede a due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde senza esitazione: «Non ne ho voglia». Poi, però, cambia decisione e va. Il secondo offre invece la risposta perfetta: «Sì, signore». Ma nella vigna non arriverà mai. Con poche parole Gesù porta così allo scoperto una distanza che attraversa anche la vita di fede: quella tra ciò che professiamo e ciò che scegliamo realmente di vivere.
La parabola nasce, non casualmente, dentro un confronto con uomini religiosi. Gesù si trova nel Tempio e sta discutendo con i capi dei sacerdoti e gli anziani, che poco prima gli hanno chiesto con quale autorità agisca. Sono uomini che conoscono la Legge, abitano lo spazio sacro e possiedono il linguaggio della fede. Proprio a loro Gesù domanda: «Che ve ne pare?», coinvolgendoli in un racconto destinato a diventare uno specchio della loro stessa posizione.
La domanda conclusiva di Gesù porta al cuore del racconto: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Matteo usa l’espressione poieîn tò thélēma toû patrós, «fare la volontà del Padre», che nel suo Vangelo indica qualcosa di più di un’adesione dichiarata. La volontà di Dio chiede di tradursi nella concretezza delle scelte. La stessa espressione ritorna nel Getsemani, quando Gesù prega: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà» (Mt 26,42). Anche qui emerge la distanza che la parabola mette in luce: tra ciò che si riconosce e si pronuncia e ciò che, alla fine, si è disposti realmente a vivere.
Anche il primo figlio, però, ha inizialmente rifiutato. Matteo usa metamélomai: cambiare parere, ricredersi, lasciarsi raggiungere da un ripensamento capace di modificare la direzione presa. La sua grandezza non consiste nell’aver risposto bene fin dall’inizio, ma nell’aver permesso a quella risposta sbagliata di essere corretta.
Si potrebbe pensare a una rotta tracciata su una carta nautica. Accorgersi che conduce nella direzione sbagliata non obbliga a proseguirla soltanto per restare fedeli alla scelta iniziale. Ricredersi non significa rinnegare la propria storia, ma riconoscere che una decisione già compiuta non deve necessariamente determinare anche quella successiva. Il pentimento apre proprio questa possibilità: guardare con verità ciò che è stato e assumere una direzione diversa.
È in questo senso che acquistano peso le parole di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Non perché la loro condotta venga approvata, ma perché hanno creduto alla predicazione di Giovanni e si sono lasciati mettere in discussione. Chi appariva lontano ha saputo cambiare direzione; chi, invece, si riteneva già dalla parte di Dio non ha riconosciuto in sé alcuna necessità di conversione.
Anche il verbo «precedere» è importante. Gesù non sta necessariamente pronunciando una sentenza di esclusione, ma indicando una priorità inattesa: quelli che sembravano ultimi stanno entrando prima. Il problema non è la familiarità con le cose di Dio, ma la possibilità di trasformarla in una sicurezza che rende superfluo ogni cambiamento.
La parabola diventa allora particolarmente esigente proprio per chi vive dentro la Chiesa. Il rischio non è soltanto quello, evidente, di proclamare una fede smentita dai comportamenti. Ne esiste uno più sottile: abituarsi talmente al linguaggio cristiano da non sentirne più la forza provocatoria. Si possono conoscere le parole, frequentare i sacramenti, abitare da anni gli spazi ecclesiali e finire lentamente per considerare tutto questo una garanzia. Il «sì» pronunciato da tempo può diventare un’abitudine, se la vita smette di confermarlo.
Il secondo figlio è vicino proprio per questo. Non rifiuta il padre né contesta la vigna: risponde «Sì, signore», ma non va. Il problema non è ciò che dice, bensì il fatto che quel «sì» non modifica il suo agire. Anche la familiarità religiosa può diventare una forma di immobilità, quando ci fa sentire già dalla parte giusta e quindi non più bisognosi di cambiare.
Il primo, invece, dice apertamente: «Non voglio». È una risposta sbagliata, ma non definitiva. Proprio la possibilità di riconoscere il proprio rifiuto gli permette di ripensarlo e di agire diversamente. La parabola non premia il «no»: mostra che un «no» può essere corretto, mentre un «sì» soltanto pronunciato può lasciare tutto com’è.
Per questo il pentimento non è un accessorio della fede né qualcosa che riguarda soltanto chi ha compiuto scelte eclatanti. È una delle forme più profonde della libertà cristiana. Dice che nessun essere umano coincide definitivamente con il proprio errore e che il passato, per quanto reale, non possiede l’ultima parola. La grazia può raggiungere una decisione sbagliata e riaprirla al futuro.
La fede matura, allora, non è quella di chi non ha mai pronunciato un «no». È quella di chi non teme di riconoscerlo e di trasformarlo in un cammino diverso. Talvolta essere fedeli al Vangelo richiede persino di smentire una posizione difesa a lungo, un giudizio diventato abitudine, un modo di pensare che avevamo finito per confondere con la fede stessa.
Che cosa resta, dunque, dei nostri «sì» quando escono dalle parole? In quali scelte diventano riconoscibili? E soprattutto: conserviamo ancora la libertà di ricrederci quando il Vangelo ci mostra che la strada intrapresa non conduce alla vigna?
La differenza tra i due figli non sta nella prima risposta, ma in ciò che ciascuno ne fa dopo. Uno lascia che la parola del padre continui a lavorare dentro di sé anche dopo averla respinta. Forse la conversione nasce proprio qui: non nell’illusione di non sbagliare mai, ma nella libertà di lasciare che Dio trasformi anche un «no» già pronunciato in un passo che prende, finalmente, la direzione della vigna.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




