Ilva: ancora un no per l’area a caldo, è il momento di decidere il futuro
Chiesto un Consiglio regionale monotematico
L’area a caldo deve chiudere. Per la terza vola la corte d’appello di Milano chiarisce i termini della questione respingendo la nuova richiesta di sospensiva avanzata dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva. Com’era facilmente prevedibile, dopo la posizione della procura generale, contraria alla sospensiva, lo stop alla produzione a caldo è confermato e tassativo. Resta solo da attendere ora, mentre gli impianti si avviano comunque a morte naturale, il giudizio finale della Corte di cassazione a sezioni riiunite. Che difficilmente sovvertirà le tre decisioni della corte d’appello espresse in diverse composizioni, quindi con parere pressoché unanime della sezione industria. Ma anche una poco probabile decisione della suprema corte di invalidare la decisione della immediata chiusura, cambierebbe davvero poco: gli impianti (i pochi ancora attivi) sono al lumicino, le materie prime sono terminate, lo Stato non ha più risorse da mettere in campo per tenere in vita gli impianti, di cessione ai privati, in queste condizioni, non se ne parla.
Occorre, quindi, innescare quella rivoluzione industriale di cui da anni si parla senza costrutto. Sono tre i punti principali su cui il governo soprattutto è chiamato ad attivare da subito le scelte inderogabili, schivando gli alibi giudiziari, che tanto non cambierebbero la realtà: garantire il reddito a tutti i lavoratori, diretti e indiretti, che perdono di fatto il lavoro; avviare un programma di investimenti produttivi diversificati; implementare immediatamente, con o senza partner esterni, produzione siderurgica decarbonizzata.
Lo sanno bene i sindacati che hanno inviato alla Regione Puglia, tramite il consiglio di fabbrica di Adi in AS, Ilva in AS e le segreterie provinciali di Fim, Fiom, Uilm e Usb, la richiesta di una convocazione urgente di un consiglio regionale straordinario monotematico sulla complicatissima vertenza ex Ilva.
“È del tutto evidente – si legge nella lettera – che siamo di fronte ad una fase emergenziale che coinvolge migliaia di lavoratori, sia diretti che di Ilva in AS e appalto, con conseguenze pesantissime che impatteranno inevitabilmente anche sul territorio ionico e pugliese. Ad oggi, in attesa della pronuncia della Corte di cassazione del 20 ottobre, all’interno dello stabilimento si procede con la fase di preriscaldo degli impianti determinando, di fatto, un aumento della cassa integrazione tra i sociali e il protrarsi di una fase di incertezza per i lavoratori dell’appalto”.
Per questo è necessario avviare “una fase straordinaria, dentro un’emergenza in cui ci troviamo, che necessita di un confronto costante con le istituzioni coinvolte per costruire un percorso condiviso con il quale si possano trovare soluzioni per mettere in sicurezza i lavoratori, attraverso misure straordinarie come già discusso presso il ministero del lavoro, e che possano garantire la continuità lavorativa. È necessario accelerare sul processo di una transizione ecologica e di una riconversione industriale con tappe certe e celeri, per garantire tutti i lavoratori diretti di Acciaierie d’Italia, di Ilva in A.S. e dell’appalto”.
“Tutte le istituzioni devono partecipare a questa fase storica assumendosi le proprie responsabilità provando, fino in fondo, a trovare tutte le soluzioni necessarie ad uscire da questa fase emergenziale”.
Numerose, naturalmente, le prese di posizione dopo il nuovo no della corte d’appello, a cominciare da quello del sindaco Piero Bitetti, che chiede un tavolo interministeriale da tenersi a Taranti: “Gli alibi per chi deve assumersi delle responsabilità vengono periodicamente meno, l’attesa verso i verdetti della magistratura comincia a non essere più sufficiente per rinviare le decisioni. La tutela della salute è ormai scolpita a caratteri nitidi nelle coscienze di tutti, semmai ce ne fosse stato bisogno, ora tocca al Governo dire cosa intenda fare di Taranto, quali scelte di politica industriale vuole mettere in atto”.
“Se stiamo assistendo – aggiunge Bitetti – all’epilogo della siderurgia in riva allo Ionio, da Roma ci attendiamo investimenti che sappiano valorizzare le alternative economiche. Ci aspettiamo che la città rivesta un ruolo centrale nel tavolo interministeriale che abbiamo chiesto e che, oggi, ci sembra improcrastinabile. Dovremmo tenerlo proprio a Taranto, affinché sia chiaro che le decisioni si prendono qui. Non serve rimandare ancora, serve decidere”.




