L'argomento

Quando costruiamo Dio a nostra immagine

13 Ott 2026

di Luana Comma

Nel racconto del vitello d’oro, più ancora del vitello inquieta forse ciò che Aronne proclama dopo averlo costruito: «Domani sarà festa in onore del Signore» (Es 32,5). L’idolo è appena nato e già si veste di devozione. Israele non ha semplicemente deciso di abbandonare Dio. Continua a cercarlo, mantiene un linguaggio religioso, costruisce un altare e prepara una festa. Eppure qualcosa è ormai profondamente mutato. Mosè tarda a scendere dal monte e la sua assenza diventa insopportabile; il popolo chiede allora ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa». Il Dio che aveva liberato Israele dall’Egitto, invisibile e non disponibile, viene sostituito da una presenza finalmente visibile, circoscritta, portabile.

È questo a rendere l’episodio particolarmente significativo. La falsa religione non nasce necessariamente quando scompare ogni riferimento a Dio. Può nascere anche mentre il suo nome continua a essere pronunciato. Le forme esteriori rimangono religiose, ma l’immagine di Dio che le sostiene non è più quella ricevuta: è diventata progressivamente quella desiderata.

La superstizione riguarda meno i gesti che l’idea di Dio che c’è dietro. Anche il “non si sa mai” dice qualcosa su chi pensiamo di avere davanti. Ogni pratica religiosa porta con sé, anche implicitamente, una certa idea di Dio. Il modo in cui preghiamo, ciò che attendiamo da un rito, il significato attribuito a un oggetto o a una determinata circostanza dicono qualcosa del Dio al quale pensiamo di rivolgerci.

Per questo anche gesti apparentemente marginali meritano attenzione. Accade, per esempio, quando formule tramandate come preghiere vengono utilizzate per «togliere il malocchio», quasi che parole e gesti potessero neutralizzare una forza ostile; oppure quando pratiche legate a ricorrenze cristiane vengono caricate di aspettative estranee al loro significato religioso. È il caso della cosiddetta acqua di San Giovanni, preparata alla vigilia della festa con acqua, fiori ed erbe e talvolta associata alla fortuna, alla prosperità o alla protezione; qualcosa di analogo avviene in pratiche diffuse attorno alla notte degli Arcangeli, nelle quali acqua, candele o altri elementi vengono investiti di una particolare capacità benefica.

Il punto non è semplicemente la sopravvivenza di usanze popolari, ma il significato religioso che viene loro attribuito. Quando si pensa che l’acqua preparata in una certa notte, una formula contro il malocchio o un gesto legato al nome di un santo possano portare fortuna, tenere lontano il male o assicurare una protezione particolare, siamo davanti a qualcosa di più di una tradizione. È cambiato il modo di intendere l’azione del sacro: le parole del vocabolario cristiano finiscono dentro una logica che non è la loro.

È questo l’aspetto più delicato. I riferimenti possono restare cristiani — san Giovanni, gli Arcangeli, una preghiera, una benedizione — mentre sotto quelle parole si costruisce progressivamente un’altra concezione religiosa. Dio rischia di essere pensato come una forza dalla quale ottenere determinati effetti; i santi come mediatori di prestazioni specifiche; alcune date come momenti dotati di una particolare potenza; la preghiera come strumento attraverso cui neutralizzare il male o propiziare il bene. Si prega con parole cristiane, ma da Dio si pretende ciò che si pretenderebbe da un talismano.

La superstizione diventa falsa religione quando non altera più soltanto il modo di rivolgersi a Dio, ma l’immagine stessa di Dio. Il vitello d’oro mostra bene questo passaggio: Israele non rifiuta il sacro, ma cerca un dio più vicino alle proprie esigenze, più visibile e disponibile.

Anche la superstizione può assumere questa forma idolatrica senza evocare altre divinità: basta ridurre Dio alla funzione che vorremmo svolgesse per noi — proteggerci, rassicurarci, garantirci un esito, confermare le nostre attese. Si costruisce così, quasi senza accorgersene, un Dio a nostra misura.

Qui l’ordine della creazione viene capovolto. La Genesi afferma che l’uomo è creato «a immagine di Dio»; la tentazione idolatrica percorre invece la strada opposta e finisce per costruire Dio a immagine dell’uomo, delle sue paure, dei suoi desideri e della sua idea di sicurezza. Dio non è più Colui dal quale lasciarsi trasformare, ma colui al quale viene assegnato il compito di rendere la vita più controllabile e di confermare l’ordine che abbiamo immaginato.

Sarebbe un errore pensare che la superstizione riguardi solo chi ha poca istruzione o vive di tradizioni antiche. Può varcare anche una fede sincera, quando la relazione con Dio viene progressivamente piegata alla ricerca di rassicurazioni. Si può conoscere il linguaggio cristiano, partecipare alla vita ecclesiale e mantenere, nello stesso tempo, un’immagine di Dio costruita soprattutto a partire da ciò che ci aspettiamo che egli faccia per noi.

La Scrittura conosce bene questa tentazione e la colloca persino davanti a Gesù. Nel deserto il tentatore lo conduce sul punto più alto del Tempio e gli dice: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù». Cita perfino la Scrittura: gli angeli, secondo il Salmo, lo custodiranno. La proposta ha un’apparenza religiosa; parla della protezione divina e sembra appellarsi alla fiducia. Gesù, però, risponde: «Non metterai alla prova il Signore Dio tuo» (Mt 4,7).

Non viene smentita la promessa di Dio. Viene rifiutata la pretesa di stabilire in anticipo il modo in cui Dio debba dimostrarla. La relazione con il Padre non può essere trasformata in una verifica: se Dio è davvero con me, allora deve accadere questo; se mi protegge, allora deve impedire quello; se la mia preghiera è stata ascoltata, allora dovrò ricevere il risultato che attendo.

La stessa provocazione ritorna, in forma ancora più drammatica, sulla croce: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce» (Mt 27,40). Ancora una volta la figliolanza dovrebbe essere certificata mediante un prodigio. Se Dio è veramente Padre, dovrebbe intervenire; se Gesù è realmente il Figlio, dovrebbe sottrarsi alla vulnerabilità. Ma Cristo non scende.

Qui si vede che cosa vuol dire fidarsi del Padre. Gesù non usa il Padre come garanzia contro il limite, non trasforma la propria relazione con lui in uno strumento per evitare la sofferenza e non pretende che Dio si renda credibile adeguandosi alla prova che gli uomini hanno stabilito. Si fida del Padre anche quando questa fiducia non produce la prova che gli viene chiesta.

Questo permette di comprendere meglio anche ciò che distingue la fede dalla sua deformazione superstiziosa. Il problema non consiste nel desiderare la protezione di Dio: la Scrittura insegna a chiederla. Non è sbagliato invocare i santi, affidare a Dio una malattia, una paura, una persona amata o un progetto. La preghiera cristiana nasce precisamente dalla possibilità di portare davanti a Dio la concretezza della vita. Ma chiedere non significa disporre; affidarsi non significa possedere una procedura; invocare la protezione non significa costruirsi una garanzia contro l’imprevisto.

Quando questa distinzione viene meno, la religione può rimanere molto presente e diventare, proprio per questo, difficilmente riconoscibile nella propria deformazione. Si continua a pregare, a nominare Dio e i santi, a utilizzare simboli cristiani; eppure lentamente cambia la logica della relazione. Dio non è più incontrato come il Vivente, ma utilizzato come una risposta alle nostre paure.

Il vitello d’oro nasce in fondo da una difficoltà simile. Mosè tarda, il popolo non sopporta l’assenza e chiede qualcosa che renda nuovamente il sacro vicino e visibile. Non riesce ad albergare l’attesa. Cerca una presenza che possa essere immediatamente riconosciuta e portata davanti a sé. Proprio il tentativo di colmare quella distanza produce l’idolo.

Anche oggi si scivola nella falsa religione quando si fa fatica ad accettare che Dio resti Altro da noi. Non tutto si capisce subito, la preghiera non toglie l’incertezza, la fede non trasforma la vita in un posto dove ogni male si può evitare. Il Dio biblico non è meno vicino perché non è disponibile. È vicino precisamente come Dio, non come una forza religiosa alla quale l’uomo possa assegnare una funzione.

Arrivati alla fine di un percorso sulla superstizione, allora, non basta domandarsi quali pratiche siano corrette e quali no. La questione più profonda riguarda l’immagine di Dio che esse contribuiscono a formare. Possiamo liberarci di un determinato gesto superstizioso e continuare a desiderare un Dio che ci garantisca sicurezza, che intervenga secondo le nostre condizioni, che renda prevedibile ciò che ci inquieta. La superstizione, prima ancora di essere un problema di gesti, può diventare un problema teologico: quale Dio stiamo realmente cercando?

Il vitello d’oro non appartiene soltanto al deserto dell’Esodo. Rinasce ogni volta che il Dio vivente ci appare troppo libero e sentiamo il bisogno di renderlo più simile a ciò che vorremmo da lui. È allora che la superstizione mostra il suo esito più radicale: non necessariamente credere troppo, ma finire per credere in un Dio troppo piccolo, ridotto alla misura delle nostre paure, delle nostre attese e dei nostri bisogni.

Il Vangelo percorre la strada opposta. Nel deserto Cristo non costringe il Padre a dimostrare la propria protezione; sulla croce non gli chiede di rendere evidente la propria presenza attraverso il prodigio atteso. Lascia che Dio sia Dio.

Forse è qui che può concludersi anche questa riflessione sulla superstizione. Il cristianesimo non chiede una fede privata di segni, sacramenti, devozione o mistero. Domanda che tutto questo rimanga ciò che è chiamato a essere: una via verso Dio, non un modo per sostituirlo con una sua immagine più rassicurante. Il vero contrario della superstizione non è una fede senza segni. È una fede senza idoli.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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