Ilva, il futuro comincia ora ma l’inquinamento non finisce qui
Dopo aver tratto un bel sospiro di sollievo per la chiusura della produzione siderurgica a ciclo continuo, maggiore ma non unica fonte d’inquinamento per la città, ora bisognerà prendere fiato per guardare al futuro. Un futuro che è pieno di incognite e che avrà bisogno di scelte politiche ed economiche che per ora non si intravedono.
La prossima data a cui guardare è quella dell’8 novembre, quando si dovrebbe concludere la gara per la cessione dell’azienda, ma il condizionale è più che mai d’obbligo, perché per il momento non ci sono offerte concrete per comprare qualcosa che non ha più un volto preciso. In vendita, al momento, sono solo “prospettive” che fondano su previsioni astratte e impegni che sono stati sottoscritti ma privi di scelte conseguenziali, di cronoprogrammi e di coperture finanziarie.
Per ora conosciamo i costi occupazionali, e nemmeno tutti. Se è vero che Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione per 8.622 dipendenti su 9.626; che a Taranto resterebbe in servizio circa un migliaio di persone, soprattutto per sicurezza e vigilanza e che altra cassa riguarderà 4.200 lavoratori dell’indotto, una parte dei quali rischia anche di non percepirla, perché il decreto restringe la concessione alle aziende che hanno fatturato almeno metà del lavoro all’Ilva, bisogna ancora fare i conti con il 240 marittimi della flotta di AdI Servizi marittimi. Si tratta delle sei navi che costituiscono la flotta al servizio degli stabilimenti di Acciaierie d’Italia. L’azienda ha dichiarato di demolizione volontaria, presentata il 22 ottobre all’Autorità marittima per le sei unità: “Tauri”, “Vega I”, “Sirio I”, “Corona Boreale” (nella foto), “Corona Australe” e “Ceti”, che movimentavano le materie prime oltre che i semilavorati tra Taranto e gli stabilimenti. Le sei unità sono ferme da tempo nel porto di Taranto. Già a marzo 2025 l’Unione Marittimi denunciava la sospensione delle manutenzioni e il ricorso a navi noleggiate da terzi. Ora le unità dovrebbero rientrare nell’intero asset in vendita, ma il futuro dei marittimi è più che mai incerto.
Ma chi ha cantato giustamente vittoria per la chiusura dell’area a caldo, dovrebbe sapere che la propria battaglia contro l’inquinamento non è finita. E non solo perché l’area dello stabilimento resta una primaria fonte inquinante, ma anche perché si dovrebbe guardare con maggiore attenzione alle altre realtà industriali presenti. Ma soprattutto si dovrebbe guardare con attenzione adeguata al porto di Taranto, se è vero che il terminal crociere vedrà un significativo aumento del traffico delle grandi navi che, lo abbiamo scritto e dimostrato più volte, con i dati ufficiali che tutti possono acquisire, inquinano più o meno come l’industria. A volte anche di più, e trasformano il business turistico in una nuova frontiera di verifica ambientale.
Per adesso ci limitiamo a sottolineare che, secondo i dati diffusi da “Transport & Environment”, autorevole voce europea per trasporti ed energia sostenibili, l’Italia è il primo Paese dell’Unione Europea per inquinamento da navi da crociera, con costi sociali e ambientali stimati in circa 500 milioni di euro all’anno. La flotta dei traghetti italiani (con un’età media elevata) contribuisce, inoltre, in modo massiccio alle emissioni nel Mar Mediterraneo.
Infatti: quando le navi sono ormeggiate o manovrano, i motori e i generatori restano accesi per fornire energia elettrica a bordo, rilasciando ossidi di azoto (\(NO_{x}\)), anidride solforosa (\(SO_{x}\)), metano e particolato fine (PM 2,5). Apprendiamo, tra l’altro, che, nonostanti i limiti imposti dall’Onu, secondo dati relativi al 2022 “le 218 navi da crociera europee hanno emesso più ossidi di zolfo (SOx) di 1 miliardo di automobili, ovvero 4,4 volte di più di tutte le automobili del continente (253 milioni)”.
Ci riserviamo di tornare sulla questione, ma chi voglia saperne di più può semplicemente rivedere la puntata di “Report” andata in onda il 26 aprile scorso. Insomma: anche il turismo non è una risorsa a costo zero.
Ecco perché le parole dell’arcivescovo Miniero e il suo invito a pregare hanno un senso molto profondo: “perché nessuno più si ammali a causa del “dolore che arrechiamo alla nostra sorella e madre Terra” e perché anche a Taranto il lavoro sia dignitoso e libero da pericoli, nel suo esercizio”.



