Tracce

Foto di famiglia chiusa in un interno

foto Massimiliano De Giorgi (from https://www.g7italy.it/)
17 Giu 2024

di Emanuele Carrieri

Il G7 del 2024 sarà ricordato per numerose ragioni, eccetto che per le conseguenze finali: senz’altro per la presenza di papa Francesco, rilevante ospite della seconda giornata, invitato dal presidente del Consiglio a parlare di intelligenza artificiale. Per la presenza stessa di Giorgia Meloni, unica leader di destra presente, esercitata a una sfilata trionfale perché è pure l’unica confermata dal voto europeo, mentre molti degli altri capi di stato e di governo navigano in mari tempestosi. Poi per la “location”, come dicono i vip: Borgo Egnazia, in località Savelletri, frazione di Fasano, un resort di grande lusso e grande privacy, di recente costruzione, con vista mare, dove vanno i ricchissimi a festeggiare compleanni e matrimoni. D’accordo, ma alla fine le conclusioni? È meglio non farsi illusioni: è stato, di certo, un vertice molto light per due ragioni rilevanti. La prima è esterna, perché, nonostante l’ampio parterre di ospiti e il calendario fitto di incontri bilaterali, mancavano gli altri veri grandi capaci di guidare e concordare la sorte del mondo, in un pianeta ogni momento più multipolare. C’erano tuttavia molti convitati di pietra, a cominciare dalla superpotenza Cina, dalla Russia e dai paesi detti “emergenti” dell’Estremo Oriente. Ma c’è, anzitutto, una insicurezza interna con cui questo summit farà i conti fra breve. La partecipazione, Meloni a parte, di diverse anatre zoppe in questo consesso internazionale. Il primo è Macron, che ha già stabilito le elezioni anticipate perché travolto dalle onde nere del Rassemblement National di Marine Le Pen. Il presidente francese si sta avviando alla quarta coabitazione della storia di Francia, obbligato a convivere con un gabinetto che sta sulla sponda opposta. La presidente della Commissione dell’Ue Ursula von der Leyen ha un ruolo istituzionale di bassa consistenza politica. Il premier britannico Rishi Sunak è sotto elezioni e con un mandato in scadenza, il cancelliere Olaf Scholz è stato asfaltato dal flusso nero dell’Afd, il primo ministro giapponese Fumio Kishida è reduce da una botta politica e fa il paio con il presidente canadese Justin Trudeau, il cui potere è, da troppo tempo, ottenebrato per le incognite legate all’immigrazione e alla crisi degli alloggi. Ultimo e ammaccato come gli altri il presidente Biden, considerata l’ombra della condanna del figlio Hunter, anche in vista della competizione di novembre con Donald Trump. Fino a domenica della settimana scorsa, non era possibile fare una analisi politica su scala mondiale più in là del 5 novembre prossimo, cioè il giorno delle presidenziali americane ma, da domenica scorsa, l’orizzonte si è ristretto, con la notizia delle votazioni anticipate in Francia il 30 giugno e il 7 luglio. Un’incertezza come quella del 9 novembre 1989, con la caduta del muro di Berlino: quel giorno scomparve un mondo intero carico di certezze negative, con le incognite di una liberazione sicuramente non preparata. La questione delle frontiere, aderente a quella delle armi nucleari e a quella delle minoranze, erano dense di rischi, ma il vuoto fu gestito da leader politici di altra levatura: basti ricordare Mitterrand, Gorbaciov, Bush, Kohl. Adesso lo scenario è totalmente diverso: il mondo è precipitato nella preoccupazione per le guerre, in Ucraina e a Gaza, e per la opposizione geopolitica che coinvolge in pieno le grandi potenze. In questo momento, al volante non c’è più nessuno. C’è stato un tempo in cui si discuteva della possibilità che il G7 fosse diventato il “governo del pianeta”. I “cosiddetti sette grandi paesi” al centro delle foto comandavano completamente la politica globale, di fronte a una zona comunista economicamente al fallimento e a un terzo mondo povero e indietro. Il G7 del 1991 fu un momento glorioso, con Gorbaciov come ospite rilevante. Ora la conferenza al summit non simboleggia più le principali economie mondiali, prima di tutto e soprattutto a causa della crescita cinese e indiana, ed è diventato solamente un club occidentale, per oggi ancora ricco e potente, ma destituito dal piedistallo. Il predominio in declino del G7 è attaccato dalle potenze revisioniste (la Cina e la Russia) e dalla rivendicazione paritaria dei paesi del sud. Preso atto poi che il modello occidentale è contestato anche dall’interno ci si rende conto del momento di grave difficoltà per tutti. Purtroppo è questo lo scenario geopolitico che emerge con l’ascesa delle forze sovraniste che stanno cercando a tutti i costi di tagliare i ponti con l’impostazione liberale e internazionalista, ancora oggi dominante. Con le buone o con le cattive, per amore o per forza, si devono fare i conti, e al più presto, con una volontà, molto determinata, di farla finita con il modello della globalizzazione dominante. Ecco perché sul piano dei risultati concreti del summit è lecito essere piuttosto pessimisti, perché c’è il pericolo che le discussioni rimangano pura accademia e che i documenti finali siano generici appelli a trovare soluzioni ai problemi. Niente di più e niente di meno.

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