Editoriale

I trafficanti … questi sconosciuti

Foto archivio Ansa
13 Mar 2023

di Emanuele Carrieri

Nella comune convinzione dei più sul fenomeno migranti, la figura dello scafista – cioè colui il quale conduce l’imbarcazione stracolma di poveri disgraziati e la guida alla destinazione – si sovrappone e si confonde con quella del trafficante di esseri umani. Nella realtà, gli organizzatori di questi spregevoli e lucrosi traffici si guardano bene dal mettere un piede su quei barconi della disperazione. È evidente che i manovali di quelle associazioni per delinquere che mettono in mare i barconi stracolmi, guidandoli nel primo tratto del percorso, si guardano bene a loro volta dal condividere con i migranti i rischi altissimi della traversata. I veri, unici “scafisti” che meriterebbero di essere riconosciuti e severamente puniti sono proprio costoro, che imbarcano tanti esseri umani ben oltre ogni ragionevole capienza e scortano le imbarcazioni fino a varcare i limiti delle acque territoriali del paese di partenza (Libia, Turchia, eccetera), per poi ritornarsene tranquillamente a casa, sui loro potenti motoscafi, abbandonando tutti quei poveri disperati al loro incerto destino. Ma è evidente che questi criminali, al pari dei reclutatori dei migranti, noi, in Italia, non li abbiamo mai visti, né mai li vedremo, nemmeno in fotografia. Se ne stanno a casa loro, a contare i pacchi di banconote che lucrano sulla pelle di donne e uomini disperati. Il digrignare i denti, che già si assicura con i soliti squilli di tromba (“stretta sugli scafisti”, “pene più severe per gli scafisti”, “nuovi reati contro gli scafisti”), serve solo per poter sistemare questi titoli sulle prime pagine dei quotidiani il giorno dopo la centesima tragedia, mentre a quei criminali non fa nemmeno il solletico. Chi sono gli “scafisti” che affrontano il viaggio, timonando le imbarcazioni fino alla destinazione, e finendo spesso nelle mani dell’autorità giudiziaria italiana? Negli ultimi dieci anni, sono stati fermati o arrestati o indagati o processati più di duemila cinquecento “scafisti”. Posto che costoro non sono soliti indossare il berretto da capitano, essi vengono normalmente individuati – con approssimazione facilmente intuibile – dalle confidenze degli stessi migranti e dei superstiti, quando accadono naufragi, che precisano “guidava Tizio”. Ora, nella grandissima parte dei casi Tizio, ammesso che fosse davvero lui a timonare, è un migrante come tutti gli altri, che per i più vari motivi ed essendo capace di guidare un barcone, si è dichiarato disposto ad accettare l’incarico della organizzazione criminale di condurre l’imbarcazione. Di solito, è facile immaginare che questo accada per ottenere uno sconto sul costo del viaggio o per guadagnare qualche danaro. Per questi scafisti, cioè quelli che finiscono nelle nostre mani e che vengono spesso riconosciuti con larghissimi margini di incertezza, è già prevista una pena molto alta dal testo unico immigrazione. La ipotesi base, in effetti, punita fino a cinque anni di reclusione, è del tutto irrealistica. È sufficiente che le persone trasbordate siano più di cinque, cioè come nella grande parte delle situazioni, per far scattare l’ipotesi aggravata, con pena da un minimo di cinque a un massimo di quindici anni, solamente per il fatto di aver timonato il barcone. Se poi c’è pure un naufragio, a maggior ragione, come a Cutro dove pare sia certo che gli scafisti abbiano azzardato una manovra pericolosa, si contesterà a costoro anche l’omicidio colposo plurimo. Dunque, una aspettativa punitiva già altissima, senza alcuna necessità di novità normative. Nel nostro Paese, ogni volta che avviene un disastro grave o una sciagura che colpisce la pubblica opinione e che, forse, interroga anche possibili responsabilità istituzionali, si riesce a immaginare una sola risposta: la introduzione di nuove figure di reato o l’innalzamento delle pene previste per i reati già esistenti. È un riflesso pienamente populista, da sempre patrimonio comune di tutti i governi di qualsiasi colore politico, che usano il diritto penale, non per raggiungere un seppur trascurabile e consistente risultato in termini di maggiore sicurezza sociale, ma per scaraventare, attraverso la narrazione mediatica, il messaggio di uno Stato che reagisce duramente e con implacabile severità. Davvero qualcuno è convinto che il migrante che si rende disponibile a guidare il barcone perché se no non avrebbe il denaro sufficiente per imbarcarsi o il disperato che non sa come sbarcare il lunario, potranno indietreggiare dal loro intento quando verranno a sapere – da chi? dai TG? –, che la pena che sta rischiando non è più di quindici, ma di venti anni? Assisteremo alla abituale liturgia dello “Stato che reagisce con fermezza”, festeggiata dai TG e dalle testate compiacenti. E molti saranno felici e contenti. Beati loro.

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