Tracce

Acta, non verba. Fatti, non parole

Il procuratore Khan (ph CPI-ICC from website https://www.icc-cpi.int/)
02 Dic 2024

di Emanuele Carrieri

La fatica di stare di fronte alla realtà per come è, a viverla per come si mostra, è una delle malattie culturali e sociali della nostra epoca. Il trionfo dell’io sul noi, sul riconoscimento del prossimo e della sua dignità, e il residuo di vecchie ideologie, sminuiscono la capacità di prendere atto di quel che avviene. Le opinioni personali assumono, così, la forza di eventi e a niente vale la smentita della realtà. Non a caso viviamo immersi nelle fake news: si prendono per buone false notizie perché compiacciono le nostre convinzioni. Non è colpa dei social, che hanno, al contrario, sottolineato e dilatato questa brutta inclinazione, ma di uno sbriciolamento della capacità critica anche verso sé stessi, della consapevolezza di quanto sia preziosa l’onestà intellettuale e non l’aver ragione a tutti i costi. Quando, nel mese di marzo del 2023, la Corte penale internazionale dell’Aja pronunciò il mandato di arresto contro Putin per crimini di guerra e per crimini contro l’umanità in Ucraina, si levarono delle voci – non furono, poi, molte – che attribuirono la decisione al – presunto – atlantismo del procuratore capo della Corte Karim Khan, in quanto cittadino della Gran Bretagna (è figlio di padre pakistano e di madre inglese). È la posizione assunta da chi crede che l’invasione su larga scala di uno Stato indipendente e sovrano per soggiogarlo, sia riallacciabile alla responsabilità dell’Alleanza Atlantica per il suo ampliamento verso i paesi orientali. Ma nemmeno Putin sostiene questa unica tesi per giustificare la guerra: nei suoi discorsi chiama in causa un ingresso imminente dell’Ucraina nella Nato, che, però, non era più all’ordine del giorno da tempo. Ma, anzitutto e in particolare nei comizi rivolti al suo popolo, lo zar di tutte le Russie conferma la natura imperiale dell’offensiva, insistendo sul tasto dell’Ucraina “non Stato, ma parte della Russia”. Stare di fronte alla realtà significa considerare il reato per cui, per il presidente della Federazione russa, è stato spiccato il mandato di arresto internazionale: il trasferimento coatto in Russia di migliaia di minori ucraini dai territori occupati. Il fatto contestato è vero? Purtroppo sì, come comprovato da una quantità ingente di testimonianze, riprese e fotografie. Gli stessi sostenitori dell’accusa di atlantismo verso Khan hanno, invece, accolto con gradimento la notizia del mandato di arresto per il premier israeliano Netanyahu, per crimini di guerra e per crimini contro l’umanità nella Striscia di Gaza, emesso dalla stessa Corte. È una discordanza di giudizio che ha origine nelle posizioni ideologiche: è stata messa in discussione la serietà del Tribunale attribuendogli delle finalità politiche. Allora la domanda è: l’oggetto dell’accusa è vero? Riguarda l’aver usato la fame come arma di guerra e l’aver impedito il passaggio degli aiuti umanitari diretti a Gaza, fatti provati da testimonianze di operatori di organizzazioni non governative internazionali che contestano la sproporzione degli aiuti rispetto ai bisogni di una popolazione che ha perso tutto, compresa l’agricoltura di sussistenza che era vitale per molte famiglie. È un territorio fra i più densamente popolati al mondo: sono 5.600 abitanti per chilometro quadrato. In confronto, in Italia, con una densità abitativa identica, ci sarebbero 1,6 miliardi di residenti. Come se non bastasse, è stata sollevata anche l’accusa alla Corte di aver messo sullo stesso piano Israele e Hamas. Però, le due procedure hanno seguito canali differenti e l’esito è stato reso noto disgiuntamente, in modo separato e in momenti diversi. Ora su Mohammed Deif, capo delle brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza – che, secondo quanto comunicato dalle forze di difesa israeliane, sarebbe morto in un’azione militare in un sobborgo di Khan Yunis il 13 luglio scorso – c’è un mandato di arresto internazionale per omicidio, sterminio, tortura, stupro e per la presa di ostaggi nel raid del 7 ottobre dello scorso anno, quando i miliziani trucidarono 1.200 israeliani e ne presero in ostaggio 250. Crimini giustificati dalla parte estremistica ed eversiva della causa palestinese come “azione di resistenza”. La presa d’atto della realtà, nei conflitti, è necessaria prima di tutto per sottrarre i sopravvissuti alla ingiustizia di un mancato riconoscimento dei crimini patiti, ma soprattutto per avviare percorsi di riparazione e non consegnare le vittime a sentimenti di rancore, a propositi di vendetta, ritorsione e rappresaglia. È logico e ovvio che le parti in causa abbiano enormi difficoltà a compiere un passo di questo tipo perché affondate nel proprio dolore. Che, invece, è nelle possibilità di chi ha il vantaggio di vivere al di fuori dei contesti di guerra e di osservarli da lontano.

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