Giubileo2025

Il Giubileo è un tempo propizio per i catechisti e per la catechesi della Chiesa

foto Siciliani Gennari-Sir
10 Gen 2025

Ogni anno giubilare è occasione per la Chiesa di memoria, ospitalità e profezia. Memoria perché ogni comunità cristiana è invitata a porsi in un atteggiamento di “con­templazione”, per purificare e custodire la memoria di Dio che parla, per vedere i segni che germinano nel terreno della storia, per raccogliere i frammenti che il Signore ci ha dato di vivere nel passato. Ospitalità, per “abitare” il tempo, perché possa vivere la “grazia” del passaggio ad un tempo nuovo. In particolare, è ritrovare o rinnovare la capacità di ospitare il tempo di Dio, che è tempo della pienezza, dentro il divenire incerto e mutevole del tempo dell’uomo. L’anno giubilare contiene queste due dimensioni del tempo a cui corrispondono due atteggiamenti dell’uomo: la pienezza del tempo che dice l’evento definitivo dell’incarnazione e della Pasqua, che guarisce i cammini dell’uomo ed edifica la Chiesa; il discernimento del tempo che mostra come la Pasqua ci aiuti a leggere e verificare i segni del tempo per illuminarli e trasformarli. Infine, nell’ascolto e nella verifica, la Chiesa si apre al sogno profetico che anticipa in progetti e percorsi pratici, gli scenari inediti di cui il Signore si fa artefice nella storia degli uomini. Nasce la profezia, frutto della ricchezza dei doni dello Spirito e dello svelarsi di una presenza che si fa germe di vita nuova.
Sarà un tempo propizio per i catechisti e per la catechesi della Chiesa. Con la rete dei direttori degli uffici catechistici di ogni chiesa locale, ci stiamo muovendo per sostenere un duplice orizzonte. Da una parte, sarà l’occasione per ogni catechista di riscoprire il ministero al quale si è chiamati per il dono stesso della fede. Il catechista vive quotidianamente queste tre dimensioni della memoria, dell’ospitalità e della profezia. Dall’altra parte, accogliendo l’invito della bolla di indizione del Giubileo, proporre la Speranza come “olio e vino” per questo oggi che l’umanità vive. Scrive Papa Francesco: “Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé”. (spes non confundit,1)
Generalmente la speranza si associa a persone fiduciose negli avvenimenti, futuri o già accaduti, di cui non conoscono i contorni precisi e le possibilità di riuscita, ma nei cui confronti sono ottimiste. Si pensa alla speranza come a uno stato d’animo, un’attitudine psicologica di attesa fiduciosa nel compimento di un evento, nel raggiungimento di uno scopo prefissato. Chi spera guarda il mondo valorizzando “il lato positivo delle cose” ed assumendo la buona fede nelle persone, ha una forza in più per vivere pienamente, per continuare a costruire ciò che forse domani riuscirà ad ottenere. È questa la speranza cristiana, o siamo solo alla contropartita del pessimismo? Si può eccedere nell’ottimismo fino a risultare ingenui e si può eccedere nel pessimismo fino ad abbandonarsi alla depressione e a dipendenze nocive, sprecando il tempo e bruciando la propria vita.
C’è un terreno sul quale in questo anno i catechisti potranno operare: evitare cattivi investimenti di speranza e, soprattutto, quale legame tra speranza cristiana e il tempo degli uomini e delle donne di oggi?
La speranza mal riposta uccide perché è nemica della speranza vera. Ognuno ha bisogno di una speranza fondata e avrà bisogno di centrare l’essenziale: la morte e la risurrezione del Cristo come modello delle infinite morti e risurrezioni che costellano l’esperienza dei singoli e dei popoli e che reclamano la capacità di risorgere quotidianamente dalle mortificazioni gratuite e dal nulla. Ad un certo punto diventa necessario rispondere alla domanda “Sei tu quello che aspettiamo, sei realmente quello che può colmare la nostra speranza, o dobbiamo aspettarne un altro?”. Senza il Cristo chi garantisce la nostra speranza?
L’auspicio è che i catechisti siano il segno di comunità che sognano di divenire rigeneratori di speranza. Questo significa fare esperienza di comunione e in essa di amore provato con la pazienza del tempo. Ciò che noi vorremmo fare con la fretta, saltando il patire della durata, la croce della dilazione, l’amore lo fa sottoponendosi al consenso degli altri, accettando la pazienza dei frutti, attendendo i risultati.

(*) direttore dell’Ufficio catechistico nazionale

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