Angelus

La domenica del Papa – Non abbiate paura di rischiare l’amore

foto Marco Calvarese-Sir
24 Feb 2025

di Fabio Zavattaro

Seconda domenica con papa Francesco ricoverato al Gemelli, e con i fedeli in preghiera all’ospedale romano e in piazza San Pietro. Domenica con una vena di preoccupazione in più dopo le notizie sulle condizioni di salute del vescovo di Roma diffuse nella serata di sabato.
Così, nel testo dell’angelus, Francesco scrive di proseguire “fiducioso il ricovero al policlinico Gemelli, portando avanti le cure necessarie, e anche il riposo fa parte della terapia”. Quindi una parola per medici e operatori sanitari per “l’attenzione che mi stanno dimostrando e per la dedizione con cui svolgono il loro servizio tra le persone malate”. E ringrazia per i messaggi di affetto ricevuti, per la “vicinanza e le preghiere di conforto” venuti da tutto il mondo, e si dice “particolarmente colpito” per le lettere e i disegni dei bambini”. Un Papa che non dimentica nemmeno il terzo anniversario, lunedì 24 febbraio, della guerra “su larga scala contro l’Ucraina: una ricorrenza dolorosa e vergognosa per l’intera umanità” Non solo rinnova la sua “vicinanza al martoriato popolo ucraino”, ma non dimentica gli altri scenari di guerra e invita “a ricordare le vittime di tutti i conflitti armati e a pregare per il dono della pace in Palestina, in Israele e in tutto il Medio Oriente, in Myanmar, nel Kivu e in Sudan”.
Domenica dedicata alle celebrazioni per il Giubileo dei diaconi. All’angelus il pontefice chiede loro di svolgere il loro servizio di annuncio della parola e di servizio alla carità “con parole e opere, portando l’amore e la misericordia di Dio a tutti”. E li esorta a essere “segno di un amore che abbraccia tutti, che trasforma il male in bene e genera un mondo fraterno. Non abbiate paura di rischiare l’amore”.
Nella basilica vaticana è monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, che celebra messa e legge l’omelia preparata da Francesco: “benché in un letto d’ospedale, lo sentiamo vicino a noi, presente in mezzo a noi – dice mons. Fisichella – e questo ci obbliga a rendere ancora più forte e più intensa la nostra preghiera perché il Signore lo assista nel momento della prova e della malattia”.
Omelia nella quale Francesco ha riflettuto sul brano del Vangelo di Luca – la rinuncia alla vendetta e alla violenza e l’amore per i propri nemici – proponendo ai diaconi la parola gratuità che coniuga sotto tre aspetti: il perdono, il servizio disinteressato e la comunione. Subito il perdono, “compito essenziale del diacono” che va nelle periferie del mondo là dove c’è “una sorella o un fratello feriti nell’anima”; il perdono è elemento “indispensabile per ogni cammino ecclesiale e condizione per ogni convivenza umana”. Per crescere insieme “condividendo luci e ombre, successi e fallimenti”, bisogna saper perdonare e chiedere perdono. La prima parola di Gesù sulla croce è “la richiesta di perdono” scrive Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazareth; il Signore “non conosce alcun odio. Non grida vendetta. Implora il perdono per quanti lo mettono in croce”. È “Dio ricco di misericordia” per Giovanni Paolo II.
Lo sguardo di Francesco si sposta anche sull’oggi di un mondo segnato dalla violenza, perché in un modo in cui per gli avversari “c’è solo odio è un mondo senza speranza, senza futuro, destinato ad essere dilaniato da guerre, divisioni e vendette senza fine”. Perdonare vuol dire preparare al futuro una casa accogliente, sicura, in noi e nelle nostre comunità”.
Quindi il servizio disinteressato che per il diacono “non è un aspetto accessorio del suo agire, ma una dimensione sostanziale del suo essere”. E, infine, la gratuità come fonte di comunione: “dare senza chiedere nulla in cambio unisce, crea legami, perché esprime e alimenta uno stare insieme che non ha altro fine se non il dono di sé e il bene delle persone”.
Una missione, afferma ancora il vescovo di Roma, che “vi prende dalla società per immettervi nuovamente in essa e renderla sempre più un luogo accogliente e aperto a tutti, è una delle espressioni più belle di una Chiesa sinodale e in uscita”.

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