Dati Istat

Nunzia De Capite (Caritas): “Incombono tre bombe sociali su cui intervenire subito”

Sono povertà, accesso alle cure ed emergenza abitativa: è quello che emerge dal rapporto Istat 2024

ph Marco Calvarese-Sir
27 Mag 2025

di Patrizia Caiffa

Grave povertà abitativa, esclusione sanitaria, mancanza di un reddito minimo universale: sono queste le tre priorità su cui serve intervenire con urgenza, secondo l’analisi dei dati contenuti nel Rapporto annuale dell’Istat 2024 presentato nei giorni scorsi, basato sugli indicatori europei. Secondo il rapporto il 23,1% della popolazione italiana è a rischio povertà o esclusione sociale (+0,3% rispetto al 2023). Aumenta la povertà di +2,8% per le coppie con almeno tre figli, i genitori single (+2,9%) e gli over65 che vivono soli (+2,3%). C’è inoltre un picco nella crescita della povertà tra le famiglie giovani: la percentuale passa dal 28,4% al 30,5% del totale. “Non bastano più misure settoriali e selettive”, sottolinea Nunzia De Capite, responsabile del servizio advocacy di Caritas italiana, “serve un intervento universale che consideri l’ampliamento delle vulnerabilità oggi diffuse in tutto il tessuto sociale: famiglie, giovani, anziani e singoli”. Se i dati fotografano un Paese in cui l’occupazione apparentemente cresce e i redditi aumentano, a una lettura più attenta emergono criticità strutturali: salari troppo bassi, lavoro discontinuo, crisi abitativa e rinuncia alle cure per motivi economici. Non solo: aumenta il rischio povertà per i giovani e si conferma l’esclusione digitale e sanitaria tra le fasce meno istruite della popolazione. Un quadro stabile ma allarmante, che non può essere lasciato alla sola risposta del terzo settore.

foto Siciliani Gennari-Sir


Qual è la fotografia che emerge dal nuovo rapporto Istat sulla povertà in Italia?

Si conferma purtroppo la stabilità di una povertà grave e persistente, su livelli molto alti. Questo è ormai da alcuni anni un elemento di forte preoccupazione, sia a livello familiare che individuale. Si conferma anche il gravissimo svantaggio dei cittadini stranieri: i dati sono gli stessi dell’anno scorso. Giovani, famiglie numerose e anziani soli sono i tre profili più colpiti.
La povertà, insomma, si sta generalizzando. Istat presenta due indicatori: uno è quello europeo, che consente il confronto con gli altri Paesi, e l’altro è l’indicatore italiano della povertà assoluta. La povertà assoluta, unica nel contesto europeo, si basa sulla spesa per consumi e su un paniere di beni e servizi considerati essenziali per una vita dignitosa, in base al contesto geografico. È un indicatore stabile, non soggetto alle crisi o alle recessioni, proprio perché definito su valori monetari fissi: se vuoi vivere in un certo contesto, devi affrontare determinate spese – casa, salute, alimentazione ecc. Ed è per questo che viene ritenuto molto affidabile: infatti, in genere si utilizza per comprendere l’andamento reale della povertà in Italia. L’indicatore europeo invece è più complesso: include il reddito, la spesa per beni essenziali (simile alla nostra povertà assoluta) e l’intensità lavorativa, cioè quanto si lavora rispetto al massimo lavorabile in una famiglia.

Perché è interessante l’indicatore europeo?
Perché, pur mostrando stabilità, ci rivela che per due componenti – reddito e lavoro – l’Italia è sotto la media europea. Questo significa che nel nostro Paese il livello delle retribuzioni e la capacità lavorativa sono più bassi rispetto ad altri Paesi Ue. Si confermano dunque fragilità strutturali del nostro sistema economico, che conosciamo da tempo, e che spiegano alcune apparenti contraddizioni nei dati del rapporto annuale. Ad esempio, il rapporto parla di un aumento dell’occupazione (+350 mila unità) e di un incremento dei redditi da lavoro. Tuttavia, il problema è che, nonostante più persone siano occupate, i salari orari restano bassi e le ore lavorate sono poche. Quindi le persone sono più esposte a problemi economici. Anche con più occupati, se non si lavora abbastanza o si guadagna poco, il rischio povertà resta alto. È un problema strutturale, tipico del nostro Paese, legato anche al part-time involontario (diffuso, soprattutto tra le donne) e alle basse retribuzioni in settori come i servizi alla persona. Chi lavora poco e viene pagato poco rientra nella categoria dei lavoratori poveri – il fenomeno dei working poor.

Cosa ci dicono i dati sulla povertà assoluta?
Il dato sulla povertà assoluta è un indicatore tutto italiano, basato sulla spesa minima necessaria per vivere dignitosamente. Non è influenzato da crisi o recessioni, ed è molto affidabile. Purtroppo, anche qui si registra una stabilità preoccupante: i livelli restano alti, in particolare per le famiglie numerose e con minori, ma cresce anche la quota di over 65 in difficoltà economica.

Quali sono le maggiori criticità emerse dal Rapporto Istat?
Tre: povertà abitativa, difficoltà di accesso alle cure, e assenza di un reddito minimo universale. La crisi abitativa colpisce in particolare i giovani: tra gli under 35, il tasso di grave deprivazione abitativa è salito al 12%, contro una media nazionale del 5,6%. Infine, l’attuale assegno di inclusione non copre tutti: esclude ad esempio le persone sole, soprattutto over 65.

Che ruolo ha l’istruzione in questo scenario?
Enorme. Chi ha un livello di istruzione più alto è più protetto dal rischio povertà, lavora di più, guadagna meglio e ha accesso più facile ai servizi. I dati lo confermano anche per la salute: nel 2021, chi aveva solo la licenza elementare ha avuto un tasso di mortalità doppio rispetto ai laureati. Questo è un dato che fa riflettere. Negli Usa era noto da tempo, ma ora succede anche da noi. Altro dato allarmante: il 9% degli italiani rinuncia a visite o esami specialistici per motivi economici o per le lunghe liste d’attesa. E stavolta non ci sono forti differenze tra Nord e Sud.

Quanto pesa la mancanza delle competenze digitali sul rischio povertà?
Questo è un dato gravissimo. L’Italia è 22ª su 27 in Europa. Non ci sono miglioramenti dal 2021. È una vulnerabilità futura che può tradursi in esclusione sociale anche nell’accesso ai servizi e alle misure di sostegno. Questo è un rischio serio di esclusione sociale futura.

Cosa non funziona nell’attuale Assegno di inclusione?
È troppo selettivo. Si concentra su famiglie con minori, disabili o persone non autosufficienti. Ma lascia fuori intere fasce: persone singole, anziani, lavoratori poveri. Non possiamo immaginare che un over 65 si reinserisca facilmente nel mercato del lavoro. Serve un reddito minimo universale.

Che proposte avanza la Caritas per il futuro?
Tre sono le priorità: ripristinare un sostegno economico universale per tutti coloro in povertà, senza divisioni rigide per categoria. Affrontare strutturalmente il tema dell’accesso alle cure, superando le disuguaglianze e le liste d’attesa. Intervenire sull’emergenza abitativa, soprattutto nelle grandi città, dove il costo della casa è ormai insostenibile. Il terzo settore non può farsi carico di questi problemi perché si tratta di diritti fondamentali che devono essere garantiti dallo Stato.
Non possiamo delegare alla solidarietà ciò che spetta alle politiche pubbliche. I tempi per intervenire sono stretti: il rischio è che alcune crisi diventino irreversibili.

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