Salute

Italiani longevi ma al Sud si vive di meno… e potrebbe andare peggio

08 Apr 2026

di Silvano Trevisani

L’Italia si conferma uno dei paesi più longevi al mondo, con un’aspettativa di vita di 83,4 anni, ma con le solite differenze marcate, sia tra maschi e femmine, sia soprattutto tra regioni, con un abbassamento di alcuni anni nelle regioni meridionali, Puglia compresa.

I dati elaborati e diffusi dall’Istat nel report “La salute: una conquista da difendere”, che analizzeremo sommariamente di seguito, non fanno che rimarcare alcuni problemi sociali di una certa gravità: l’invecchiamento della popolazione, che è però afflitta dall’aumentata diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana, e la continua diminuzione delle nascite. Il che provoca, oltre che problemi di sostenibilità per l’economia e lo stato sociale, seri problemi di assistenza sanitaria, che rappresenteranno, da ora in poi, l’impegno più importante per una società sempre più unifamiliare, e nella quale gli anziani, soprattutto al Sud, sono soli anche se hanno messo al mondo dei figli, che in genere vivono lontani e non possono occuparsi di loro.

Il report dell’Istat fa rilevare con evidenza che la qualità dell’assistenza, diversa da Regione a Regione gioca un ruolo nelle differenze territoriali sull’aspettativa di vita. E di fronte a questa evidenza sconcerta ancora maggiormente l’insistenza con la quale il governo, e in particolare la Lega e i suoi ministeri, tornano alla carica con l’autonomia differenziata, già bocciata dalla Corte Costituzionale, che punta proprio a differenziare maggiormente la qualità della vita tra Nord e Sud.

L’invecchiamento della popolazione pone nuove sfide sanitarie e sociali, legate all’aumento di patologie tipiche della vecchiaia (tumori e malattie cardiovascolari) e alla multimorbilità (la presenza simultanea di 2 o più patologie sulla stessa persona), che nel nostro Paese già interessa 13 milioni di individui.

La media di vita per gli italiani, tra il 1990 e il 2024, è salita di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente, anche se con marcate differenze regionali: nel 2023 è stata registrata una variazione che va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche. La Puglia è a metà strada, con una media inferiore a 84 anni.

Il report dell’Istat ripercorre l’evoluzione storica della longevità nel nostro Paese. Tra i fattori principali che hanno contribuito, storicamente, all’aumento della longevità media, il drastico calo della mortalità entro il primo anno di vita, che nel 2023 si è attestata a 2,7 su mille nati vivi, uno tra i valori più bassi al mondo, mentre nell’Ottocento era di 230 su mille. I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un processo lungo, al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina e la diffusione dei vaccini. Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono via via consolidati. Ma qualcuno vorrebbe smantellarli!

Ma insieme ai guadagni di longevità, in Italia è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana. I tumori sono passati dal 2-3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023, e le malattie cardiovascolari dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte. Aumentano anche i diabetici e gli ipertesi, non solo per via dell’invecchiamento della popolazione ma anche per le nuove capacità diagnostiche, la precocità dei controlli e la diffusione di stili di vita scorretti. La prevalenza delle persone in cattiva salute cresce con l’età, in particolare tra le donne, ma sono proprio le fasce più anziane ad avere registrato i miglioramenti più significativi: nel 2025 ha dichiarato di stare male o molto male quasi il 28% delle donne di 85 anni e più, tra le quali la quota si è dimezzata rispetto al 1995; tra i coetanei uomini la quota si è ridotta dal 39,5 al 17,2%, avvicinandosi a quella della coorte 75-84.

 

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