Lavoro

Ilva: gli italiani difendono l’acciaio tocca al governo trovare le risorse

27 Mag 2026

di Silvano Trevisani

“Dal governo ci aspettiamo risposte concrete in primis per capire quelli che sono i veri e reali investitori. Serve poi un piano industriale che salvaguardi i posti di lavoro e garantisca futuro agli stabilimenti visto che il nostro Paese non può permettersi di perdere l’industria dell’acciaio”. É quanto dichiarato, in un’intervista al quotidiano genovese “Il Secolo XIX”, Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl e tarantina doc che segue con apprensione la questione siderurgica, ben consapevole della sua rilevanza per il futuro non solo di Taranto ma di tutto il Paese.

E proprio dell’imprescindibilità dell’acciaio nel futuro italiano si sono mostrati convinti gli italiani che si sono espressi in sondaggio esteso, commissionato da Federmeccanica e Confindustria Taranto e presentato nei saloni del centro ricerche dello stabilimento siderurgico, in occasione della riunione congiunta del Consiglio di Presidenza di Federmeccanica e del Consiglio di Confindustria Taranto, presenti Simone Bettini e Salvatore Toma. Per l’83,6% degli intervistati lo stabilimento deve essere rilanciato, solo per il 16,3% deve essere invece chiuso.

Il 78,5% ritiene la produzione di acciaio indispensabile per il Paese. Il 77,1% teme le conseguenze occupazionali di una eventuale chiusura, mentre il 73,9% chiede che lo stabilimento venga rilanciato sotto proprietà italiana. Soltanto il 9,8% preferirebbe invece una proprietà straniera. Le risposte degli italiani intervistati, per altro, sono la riproduzione fedele di quanto avevano già sostenuto, in analogo sondaggio, gli imprenditori italiani: della produzione dei acciaio il Paese non può fare a meno.

Secondo il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, il tema dell’ex Ilva “può entrare fra le priorità dell’agenda governativa”, non solo “per le misure urgenti per garantirne la continuità operativa”, ma anche “per gli aspetti inerenti alla cessione degli assetti aziendali, alla prossima governance e quindi ad una idea di futuro a breve termine”. Toma ha sottolineato che dall’indagine emerge “la necessità improrogabile sia di garantire la permanenza dello stabilimento sul territorio sia di rilanciarlo in chiave ecosostenibile”. “Fondamentale sarà, allo stesso tempo, una forte presenza dello Stato proprio in questa delicata fase di passaggio”, ha concluso Toma, ben consapevole, comunque, che quello dell’ex Ilva è un percorso tutt’altro che facile.

Insomma: non dovrebbe essere difficile, per il nostro governo, immaginare che il futuro dell’Ilva passi da un semplice sillogismo: A) l’acciaio è indispensabile, B) le cessioni ai privati nell’ultimo trentennio sono state fallimentari e non ci sono candidature credibili; Conclusione: solo lo Stato può salvare e risanare la siderurgia.

Senza perdere altro tempo dietro proposte fasulle e inconsistenti, occorrerebbe lavorare concretamente, ricercando un ruolo per gli industriali siderurgici italiani disponibili, per salvaguardare la produzione, decarbonizzare e rilanciare. Non è facile perché la politica è sempre permeabile da lottizzazioni e clientelismi: gli stessi che hanno sempre reso debitoria la gestione dell’acciaio che di per sé è lucrativa. Come hanno ben dimostrato i Riva. Ma non ci sono alternative.

Si parla tanto, anche in questi giorni a Taranto, di modelli futuri, di Just transition fund, di green e cose del genere, e si parla anche di industria bellica, per via degli impegni (non molto condivisi in realtà) di accrescere la spesa pubblica nel riarmo. È necessario, allora, dotarsi delle capacità e delle risorse per fare buon viso a cattivo gioco. Se non lo farà lo Stato non lo farà nessuno. Le risorse? Perché, per comprare decine di miliardi di euro di armi dagli Usa, dove le troveranno?

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