Emergenze sociali

Ad Amendolara, quattro migranti morti in un rogo

ph Ansa-Sir
03 Giu 2026

di Raffaele Iaria

La tragedia di Amendolara “ci lascia senza parole. Quattro giovani vite spezzate in modo così drammatico non possono essere ridotte a una semplice notizia di cronaca. Davanti a quanto accaduto sentiamo il dovere di fermarci, di riflettere e di lasciarci interrogare profondamente”. Lo dice don Giuseppe Cascardi, vicario episcopale per la carità e direttore della Caritas di Cassano all’Jonio, commentando la morte di quattro migranti ad Amendolara (Cs), lunedì scorso, primo giugno. Quattro vite spezzate, come ha ricordato il vescovo, mons. Francesco Savino, richiamando tutti a non voltare lo sguardo altrove e a non lasciare che l’indifferenza diventi la risposta abituale davanti al dolore degli ultimi.
“Quando la vita umana perde valore e il denaro, l’interesse o il profitto prendono il posto della fraternità, la nostra società si ammala e smarrisce la propria umanità”, sottolinea don Cascardi.

Questi quattro ragazzi, tre afghani e un pakistano, “non sono numeri né statistiche. Sono persone, fratelli, portatori di una storia, di sogni e di speranze. La loro morte interpella la coscienza di tutti noi. Per questo tornano alla mente le parole della Genesi: ‘Dov’è Abele, tuo fratello?’. È una domanda che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi e alla nostra comunità civile. E continua a inquietarci la risposta di Caino: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’. Il sangue degli innocenti continua a gridare dalla terra. Grida a Dio, ma grida anche alle nostre coscienze. Ci chiede se vogliamo continuare a restare sordi e distratti, se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un fratello oppure se abbiamo accettato che l’individualismo e la ricerca del guadagno prevalgano sulla dignità della persona”.

Per il direttore della Caritas cassanese, “non spetta a noi sostituirci a chi è chiamato ad accertare la verità dei fatti. Tuttavia, come credenti e come uomini, non possiamo non riconoscere che ogni volta che una persona viene sfruttata, umiliata o considerata meno importante del profitto, si consuma una sconfitta per tutta la società. È il fallimento di un modello che mette al centro il denaro e lascia ai margini la vita umana. Come Chiesa che vive e condivide le fatiche di questo territorio, affidiamo questi giovani alla misericordia di Dio e ci stringiamo con rispetto e dolore alle loro famiglie. Allo stesso tempo chiediamo al Signore di non lasciarci tranquilli, di non farci abituare a tragedie come questa”.

Di fronte a questa tragedia, serve una sola parola: “basta”, ha detto mons. Savino. “Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti e sulla paura di chi lavora senza tutele”. Per mons. Savino, quanto accaduto ad Amendolara “non è soltanto un fatto terribile da chiarire fino in fondo, ma una ferita morale, sociale e spirituale”, che interpella istituzioni, politica, Chiesa, comunità locali e mondo del lavoro. Il vescovo denuncia inoltre il caporalato, definendolo “una forma moderna di schiavitù che prospera dove il bisogno si trasforma in catena e la fragilità dei migranti viene convertita in profitto”. Da qui l’invito a dire “basta con il silenzio delle convenienze” e con l’idea “che alcune vite valgano meno perché straniere, povere o migranti”.

I quattro uomini morti nel rogo, sottolinea mons. Savino, “non erano manodopera anonima, ma persone con un nome, una storia e una famiglia”. La loro morte “ci impedisce ogni neutralità”, mentre occorre “fare piena luce sull’accaduto, senza fermarsi alla superficie dei fatti, ma andando a fondo nei contesti in cui si intrecciano sfruttamento, ricatto, illegalità e controllo del territorio”. Il vescovo lancia un appello diretto alla politica affinché “non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore” e sottolinea che “occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze e senza prudenza malintesa”, rilanciando una “mobilitazione civile” e una “rivolta delle coscienze”, perché la Calabria “non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”. Quanto accaduto ad Amendolara, conclude mons. Savino, “non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti, ma diventare uno spartiacque”.

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