Ecclesia

Il giogo che libera: la rivelazione del Padre ai piccoli

(Mt 11,25-30)

03 Lug 2026

di Luana Comma

Chi conosce veramente Dio? Chi possiede gli strumenti per interpretarlo, chi domina il linguaggio religioso, chi ritiene di averne compreso la volontà? Oppure chi, deposta ogni presunzione, accetta di riceverlo come un dono? Nel Vangelo di Matteo, Gesù risponde a questi interrogativi attraverso una preghiera che rovescia le consuete gerarchie del sapere: il Padre ha nascosto il mistero del Regno a coloro che si reputano sapienti e intelligenti e lo ha manifestato ai piccoli. Non viene condannata la ragione, né screditata la ricerca teologica; è piuttosto smascherata l’autosufficienza di chi pretende di ricondurre Dio entro i confini delle proprie categorie.

La risposta di Gesù non assume la forma di una lezione rivolta alle folle, ma quella di una preghiera. Nel momento in cui la sua missione incontra incomprensioni e resistenze, egli non si ripiega sulla delusione né interpreta il rifiuto come il fallimento dell’opera intrapresa. Si rivolge al Padre e riconosce, anche dentro ciò che appare contraddittorio, il compiersi della sua benevolenza. Il verbo greco ἐξομολογοῦμαί (exomologoûmai, «proclamo», «rendo lode», «benedico») esprime proprio questo riconoscimento pubblico dell’agire divino: Gesù confessa che il Padre continua a operare nella storia secondo una logica che non coincide necessariamente con le attese umane.

Colui che Gesù chiama Padre è anche il «Signore del cielo e della terra». L’intimità della relazione filiale non riduce la trascendenza di Dio, ma rivela il volto di una signoria che non si impone attraverso il dominio. Il Dio che governa il cielo e la terra sceglie di manifestarsi nella piccolezza, rendendo accessibile il proprio mistero a chi non pretende di possederlo. La sua onnipotenza assume la forma della gratuità.

È in questa luce che deve essere compresa l’opposizione tra i sapienti e i piccoli. Matteo non contrappone la fede all’intelligenza, né esalta l’ignoranza come condizione privilegiata per incontrare Dio. La sapienza conserva tutto il suo valore; ciò che viene messo in discussione è la sua trasformazione in presunzione. Il sapere religioso può infatti diventare una barriera quando induce l’uomo a ritenere di aver già compreso Dio, di poterne prevedere le scelte e di ricondurne l’azione entro categorie prestabilite.

I νήπιοι (nḗpioi, «piccoli», «infanti») sono, al contrario, coloro che rimangono disponibili a ricevere. Non sono privi di ragione, ma liberi dall’autosufficienza; non rinunciano a comprendere, ma riconoscono che la verità di Dio li precede e li supera. La loro piccolezza è una disposizione interiore: la capacità di lasciarsi sorprendere da un Dio che non si consegna alla pretesa del possesso, ma alla fiducia di chi accoglie.

Ciò che il Padre rivela non è però una dottrina segreta o un sapere riservato a pochi. L’espressione «queste cose», apparentemente generica, viene chiarita dalle parole successive di Gesù: al centro della rivelazione vi è il rapporto tra il Padre e il Figlio. La novità cristiana non consiste anzitutto nell’aggiunta di nuove informazioni religiose, ma nell’ingresso in una relazione. Dio si lascia conoscere come Padre nel Figlio e il Figlio manifesta la propria identità nell’essere totalmente rivolto verso il Padre.

«Tutto mi è stato dato dal Padre mio»: in questa affermazione si incontrano dipendenza e autorità. Gesù non parla a partire da sé stesso come se possedesse un insegnamento autonomo, ma riceve dal Padre e comunica ciò che ha ricevuto. Proprio questa radicale dipendenza fonda la sua autorità. Egli è il rivelatore perché vive interamente della relazione che annuncia.

La reciprocità diventa ancora più evidente quando Gesù afferma che nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio. Matteo ricorre al verbo ἐπιγινώσκω (epiginṓskō, «conoscere profondamente», «riconoscere pienamente»), che non indica una conoscenza puramente concettuale. Nel linguaggio biblico, conoscere significa entrare in comunione, riconoscere l’altro nella verità del suo essere e lasciarsi coinvolgere dalla relazione con lui.

Il Padre conosce il Figlio non come si conosce un oggetto, ma perché il Figlio appartiene alla sua stessa intimità; il Figlio conosce il Padre perché vive rivolto verso di lui e ne condivide pienamente la volontà. Questa conoscenza, però, non resta chiusa in una reciprocità inaccessibile. Gesù apre tale relazione a «colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». La rivelazione diventa così partecipazione: attraverso Cristo, l’uomo non riceve soltanto un’idea più corretta di Dio, ma viene introdotto nella relazione filiale.

È proprio da questa comunione che scaturisce l’invito rivolto agli affaticati e agli oppressi. Le parole δεῦτε πρός με (deûte prós me, «venite a me») possiedono una forza cristologica decisiva. Gesù non dice semplicemente di accogliere un insegnamento o di osservare una nuova norma; chiama a sé. Il riposo promesso non deriva quindi dall’adesione a un sistema, ma dall’incontro con la sua persona.

L’invito richiama il linguaggio della tradizione sapienziale, nella quale la Sapienza convocava gli inesperti, offriva loro istruzione e prometteva pace. Gesù assume tale linguaggio, ma lo conduce oltre: non indica una via esterna a sé, perché egli stesso diventa il luogo nel quale la sapienza di Dio si rende presente. Venire a lui significa entrare nella relazione che lo unisce al Padre e imparare a vivere a partire da essa.

Gli affaticati e gli oppressi sono tutti coloro sui quali la vita ha deposto un peso: chi è ferito dal peccato, chi porta il dolore dell’esclusione, chi cerca una salvezza che sembra continuamente sottrarsi. Nel contesto del Vangelo di Matteo, tuttavia, quelle parole raggiungono anche quanti sono stati schiacciati da una religiosità divenuta incapace di comunicare la misericordia. Quando la legge viene separata dal volto di Dio, può trasformarsi in un carico che pesa sulle coscienze senza aprire alla speranza.

Gesù non elimina l’esigenza della sequela. Dopo aver detto «venite», aggiunge: «Prendete il mio giogo» e «imparate da me». La consolazione evangelica non coincide con la fuga dalla responsabilità, né il riposo promesso consiste nell’assenza di ogni impegno. Chi si avvicina a Cristo viene chiamato a una forma nuova di esistenza, nella quale l’obbedienza non nasce dalla paura, ma dalla relazione.

Il termine ζυγός (zygós, «giogo») conserva tutta la sua forza simbolica. Può indicare una condizione di schiavitù, il dominio di un potere ingiusto o il peso di una legge divenuta oppressiva; nella tradizione sapienziale può però rappresentare anche l’istruzione che orienta alla vita. Gesù non rifiuta l’immagine, ma la trasforma qualificandola con un possessivo: «il mio giogo».

Il giogo diventa così la relazione stessa con lui. Prenderlo significa accogliere il suo modo di vivere davanti al Padre, assumere la sua obbedienza filiale e lasciarsi formare dalla sua presenza. La differenza non consiste semplicemente nel passaggio da una legge severa a una più indulgente, ma nel fatto che la volontà di Dio non viene più ricevuta come un peso estraneo. Essa si comprende dall’interno della comunione con il Figlio.

Per questo il giogo di Cristo può essere esigente senza essere oppressivo. La sequela non elimina la croce e non sottrae il discepolo alle contraddizioni della storia. Eppure il peso cambia quando non viene portato nella solitudine. La comunione con Cristo non cancella la fatica, ma impedisce che essa diventi disperazione; non sopprime la responsabilità, ma la trasforma in risposta d’amore.

L’invito a imparare da lui acquista allora un significato più profondo. Gesù non si presenta soltanto come colui che insegna, ma come colui dal quale si apprende un modo nuovo di esistere. La sua mitezza e la sua umiltà di cuore non sono qualità marginali del carattere, ma la forma concreta della sua messianicità.

Il termine πραΰς (praýs, «mite», «non violento») non indica debolezza o passività. La mitezza è la forza di chi rinuncia a imporsi e rifiuta di trasformare l’autorità in dominio. Matteo la riconoscerà nel Messia che entra a Gerusalemme non su un cavallo da guerra, ma su un asino: un re che non conquista mediante la violenza e non salva schiacciando i suoi avversari.

Anche l’umiltà di cuore va compresa in questa prospettiva. Nella cultura greco-ellenistica l’umiltà poteva essere associata a una condizione servile e disprezzabile; nella tradizione biblica essa indica invece chi non fonda la propria sicurezza sul prestigio, sul potere o sull’autosufficienza, ma ripone la fiducia in Dio. Gesù è umile perché vive totalmente rivolto verso il Padre e non cerca di affermare sé stesso separandosi da lui.

Mitezza e umiltà rivelano dunque il volto di Dio. Nel Figlio non si incontra un’autorità che reclama obbedienza per accrescere il proprio potere, ma una signoria che si abbassa, serve e rende liberi. Gesù non sostituisce un’oppressione con un’altra; conduce l’uomo fuori dalla logica del dominio e gli permette di ritrovare la propria dignità nella relazione con il Padre.

Il riposo promesso nasce precisamente da questo incontro. Non è una parentesi rispetto alle fatiche della vita né una sospensione momentanea del dolore. È la pace di chi non deve più dimostrare il proprio valore davanti a Dio, perché scopre di essere accolto nella comunione del Padre e del Figlio. L’esistenza non viene sottratta alla storia, ma ritrova un centro capace di sostenerla dentro la storia.

Quando Gesù conclude affermando che il suo giogo è dolce e il suo carico leggero, non riduce la radicalità del Vangelo. Il giogo è dolce perché è inseparabile dalla sua presenza; il carico è leggero perché non viene imposto da lontano da un’autorità estranea, ma condiviso da colui che lo porta insieme al discepolo. La differenza non sta nell’assenza del peso, ma nel modo in cui esso viene assunto: non più sotto la costrizione della paura, bensì dentro una relazione che genera fiducia e libertà.

Qui emerge anche un criterio prezioso per il discernimento pastorale. Ogni proposta religiosa che si presenti come sapere segreto riservato a pochi, che alimenti il senso di superiorità degli iniziati o che imponga pesi capaci di soffocare la coscienza si allontana dalla logica evangelica. Nei gruppi chiusi e nelle forme settarie, la conoscenza può diventare uno strumento di controllo, mentre l’autorità viene sottratta a ogni verifica e la persona perde gradualmente la propria libertà. Il Vangelo segue una direzione opposta: la rivelazione raggiunge i piccoli, l’invito è rivolto agli oppressi e il Maestro non domina, ma offre riposo.

Ciò non significa che la sequela cristiana sia priva di radicalità. Il criterio non è l’assenza di richieste, bensì la loro origine e il loro frutto. Il giogo di Cristo conduce alla libertà filiale, restituisce dignità, apre alla comunione e rende capaci di amare. Un’autorità autenticamente evangelica non lega pesi sulle spalle altrui, ma accompagna l’uomo verso il Padre rispettandone la coscienza e la responsabilità.

Il Vangelo di questa domenica conduce così al cuore della rivelazione cristiana. Dio non si lascia possedere da chi presume di sapere già tutto di lui; si manifesta a chi rimane disponibile alla sorpresa della grazia. Il Figlio non comunica una dottrina estranea alla propria persona, ma introduce nella relazione che lo unisce al Padre. Il riposo promesso non consiste nella fuga dalla storia, bensì nella possibilità di attraversarla senza esserne schiacciati.

Quale immagine di Dio abita realmente la nostra fede: quella di un legislatore che moltiplica i pesi o quella del Padre rivelato dal Figlio mite e umile di cuore? Siamo ancora capaci di ricevere il Vangelo con la libertà dei piccoli, oppure la presunzione di sapere ci impedisce di riconoscere la novità di Dio? E i gioghi che imponiamo a noi stessi e agli altri conducono davvero alla comunione, oppure finiscono per nascondere il volto liberante di Cristo?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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