Francesco

LA DOMENICA DEL PAPA –
Pace a voi

Gesù “non si arrende, non si stanca di noi, non si spaventa delle nostre crisi, delle nostre debolezze”, ricorda Francesco

26 Apr 2022

di Fabio Zavattaro

Pace a voi. Per tre volte, ci dice nel Vangelo Giovanni, Gesù si rivolge con questo augurio ai discepoli chiusi nel cenacolo. Domenica in Albis: per volere di san Giovanni Paolo II, domenica della Divina misericordia; Francesco preside la messa nella basilica di San Pietro e ricorda che per tre volte Gesù augura ai suoi “pace a voi”; un saluto che viene incontro a ogni debolezza e sbaglio umano: vi troveremo altrettante “azioni della Divina misericordia in noi”: anzitutto “dà gioia; poi suscita il perdono; infine consola nella fatica”.

Anche oggi abbiamo davvero bisogno della pace che non sia solo il silenzio delle armi, un intervallo tra due guerre. Domenica di Pasqua per le chiese orientali. In questi giorni sacri per i credenti in Cristo, in Ucraina sono continuati i combattimenti, e lacrime e sangue hanno continuato a scorrere. Nel Regina coeli, il vescovo di Roma fa gli auguri alle diverse comunità che celebrano la Pasqua secondo il calendario giuliano e chiede che sia il Signore risorto a “colmare di speranza le buone attese dei cuori. Sia lui a donare la pace, oltraggiata dalla barbarie della guerra”.

Sono passati sessanta giorni dall’inizio di quella che, con un eufemismo, la Russia chiama operazione speciale, ma la guerra “anziché fermarsi, si è inasprita. È triste che in questi giorni, che sono i più santi e solenni per tutti i cristiani, si senta più il fragore mortale delle armi anziché il suono delle campane che annunciano la risurrezione; ed è triste che le armi stiano sempre più prendendo il posto della parola”. Torna a chiedere Francesco una “tregua pasquale, segno minimo e tangibile di una volontà di pace. Si arresti l’attacco, per venire incontro alle sofferenze della popolazione stremata; ci si fermi, obbedendo alle parole del Risorto, che il giorno di Pasqua ripete ai suoi discepoli: pace a voi”. Chiede il papa preghiere per la pace e “di avere il coraggio di dire, di manifestare che la pace è possibile”. Ringrazia i partecipanti alla marcia Perugia-Assisi, e invita i leader politici a “ascoltare la voce della gente, che vuole la pace, non una escalation del conflitto”.

Pace a voi. Gesù per due volte saluta così i suoi discepoli la sera della resurrezione, quando si manifesta nel cenacolo dove si trovavano chiusi per “timore dei giudei”, scrive Giovanni. Ma in quel giorno c’è un assente, Tommaso; è presente, invece, otto giorni dopo per la seconda manifestazione del Signore. In un certo senso Dìdimo, Tommaso, è l’immagine della comunità dei credenti, che si raduna ogni otto giorni per fare memoria della Pasqua, che nella sua fragilità, nella sua incertezza, ha bisogno di un segno, di toccare per credere. Il Vangelo, con questo racconto, ci dice che “il Signore non cerca cristiani perfetti. Io vi dico: ho paura quando vedo qualche cristiano, qualche associazione di cristiani che si credono i perfetti”. E aggiunge il papa: “meglio una fede imperfetta ma umile, che sempre ritorna a Gesù, di una fede forte ma presuntuosa, che rende orgogliosi e arroganti”. Il Signore afferma ancora “non cerca cristiani che non dubitano mai e ostentano sempre una fede sicura. Quando un cristiano è così, c’è qualcosa che non va. No, l’avventura della fede, come per Tommaso, è fatta di luci e di ombre. Se no, che fede sarebbe? Essa conosce tempi di consolazione, di slancio e di entusiasmo, ma anche stanchezze, smarrimenti, dubbi e oscurità”. Il Vangelo narra di Tommaso per dirci che “non dobbiamo temere le crisi della vita e della fede”, che “non sono peccato, sono cammino. Tante volte ci rendono umili, perché ci spogliano dall’idea di essere a posto, di essere migliori degli altri”. Nelle crisi ci riconosciamo bisognosi dell’aiuto di Dio”.

Cristo per due volte incontra i suoi discepoli: è la fedeltà del Signore che supera le assenze. Gesù “non si arrende, non si stanca di noi, non si spaventa delle nostre crisi, delle nostre debolezze”, ricorda Francesco. Ritorna sempre: “quando le porte sono chiuse, quando dubitiamo, quando, come Tommaso, abbiamo bisogno di incontrarlo e di toccarlo più da vicino”. Gesù torna sempre, “bussa alla porta sempre, e non torna con segni potenti che ci farebbero sentire piccoli e inadeguati, anche vergognosi”; torna “mostrandoci le sue piaghe, segni del suo amore che ha sposato le nostre fragilità”.

 

foto Siciliani/Sir

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