Ecclesia

Faggiano ricorda Pierangelo, servo di Dio. Noi lo ricordiamo con suo padre Angelo

27 Apr 2022

di Silvano Trevisani

Sabato 30 aprile, in occasione dell’apertura dei solenni festeggiamenti in onore del patrono San Giuseppe a Faggiano, alle 18 sarà celebrata una Messa nella Chiesa di Maria SS. Assunta, presieduta da don Francesco Maranò in onore del servo di Dio Pierangelo Capuzzimati, per il quale è in corso il processo diocesano per la causa di beatificazione. Subito dopo sarà presentato il libro “Lo stupore della bellezza. Il mio ricordo del Servo di Dio Pierangelo Capuzzimati”, di cui è autrice Ada Principale, che fu sua maestra elementare. Con lei dialogherà don Cristian Catacchio, postulatore della causa di beatificazione.

Socia fondatrice dell’Associazione intitolata a Pierangelo, del quale è stata maestra per tutti e cinque anni della scuola elementare, Ada Principale è una donna impegnata, assieme al marito Martino Caramia nella preparazione al sacramento del matrimonio, in parrocchia.

Nell’introduzione del libro l’arcivescovo Filippo Santoro scrive: “Papa Francesco indicherebbe Pierangelo come uno dei tanti santi della porta accanto che si incontrano ogni giorno sul proprio cammino e che seminano speranza, fiducia, gioia di vivere”. Mentre l’autrice stessa spiega come la sua sia “una testimonianza su un ragazzo che, a sua volta è stato testimone dell’amore di Dio”.

Ma cosa significa, per la sua famiglia, la vicenda di un ragazzo che, dotato di virtù straordinarie, affronta la vita con una fede totale e poi la malattia e persino la morte come un dono misterioso? Lo abbiamo chiesto a suo padre Angelo, che ha accettato di farsi intervistare.

La tua esperienza di genitore quanto è stata toccata dalla morte di Pierangelo e dalla sua fama di santità?

C’è un doppio aspetto da considerare, quello squisitamente umano e quello spirituale. Guardando la cosa da un punto di vista umano, per me, per mia moglie e mia figlia, la scomparsa di Pierangelo ha lasciato un vuoto incolmabile: è un dolore insanabile e che non potrà mai passare. Detto questo, abbiamo la chiara consapevolezza dell’eredità che Pierangelo ci ha lasciato, nell’indicarci la Chiesa e indirizzarci a don Pino Calamo che era il suo consigliere spirituale, col dire: “Lui saprà cosa dirvi”. Don Pino concluse quel nostro incontro dicendoci: “Dovete iniziare a ragionare pensando che Pierangelo non è più soltanto figlio vostro ma che c’è un progetto per il quale lui sarà un figlio della Chiesa”. Per noi il processo è semplicemente la continuazione di quella frase di don Pino. Ma per noi, in quanto genitori, Pierangelo è già santo. Da credenti è la nostra ancora di salvataggio, al di là di quello che sarà l’esito del processo, di cui siamo ancora in attesa che si compia la fase diocesana. Ecco: per noi, comunque vada il processo, Pierangelo è una guida spirituale, che ci fortifica nella fede. È grazie a lui se abbiamo iniziato un percorso che ci ha portati a impegnarci nella Chiesa e nel sociale con la nostra associazione a lui intitolata.

Sicuramente Pierangelo aveva delle doti particolari nel confronto con gli altri giovani, ma secondo voi questa eccezionalità viene recepita? Per gli altri può essere un faro, un punto di riferimento, o c’è nel mondo troppa distanza, indisponibilità, proprio da parte dei giovani, nei confronti delle cose della fede e di Dio?

Entrambe le cose hanno parti di verità. Gli elementi di eccezionalità sono evidenti non solo in Pierangelo ma in tutti gli altri ragazzi considerati servi di Dio e che sono raccontati in una mostra itinerante del santi giovani voluta da Papa Francesco, come Carlo Acutis, Chiaraluce Badano, Matteo Farina di Brindisi e gli altri. Hanno in comune le stesse caratteristiche ed è questo un fatto che impressiona me e mia moglie: hanno vissuto vite molto simili nell’affidarsi a Gesù nel momento della malattia. Sono, infatti, tutti ragazzi molto giovani per i quali maturare questa forza d’animo è straordinario. Pierangelo diceva sempre: “io non capisco ma credo”, una frase che abbiamo poi capito essere fondante. Per quanto riguarda, invece, il rapporto con i ragazzi di oggi, devo dire che, prima del covid, abbiamo portato una serie di testimonianze in varie parrocchie, anche a Napoli, nel Barese, a Lecce… ma dai giovani, al di fa di quelli impegnati in ambito parrocchiale, percepisci in genere molto distacco per le cose spirituali. Potremmo parlare, per molti di loro, di una sorta di spiritualità un po’ new age, ma poche volte di fede. Lo stiamo provando anche da adulti, quanto il percorso di fede sia travagliato da dubbi e interrogativi, però oramai siamo consapevoli, ma i giovani oggi sono generalmente molto lontani. E forse, allora, questa schiera di ragazzi è stata messa lì dalla Provvidenza proprio per destare le coscienze giovanili.

Alla luce di questa esperienza, gli adulti, i credenti, anche coloro che lavorano nella Chiesa, cosa dovrebbero fare?

Io credo che dobbiamo ispirarci alle parole di Papa Francesco: la Chiesa deve provare a essere, un ospedale da campo, deve stare tra la gente per le strade e farsi conoscere per quello che è nel suo aspetto migliore. Noi stessi, appartenenti alla Chiesa, dobbiamo ammettere che ci sono tante cose che non vanno, a partire dalle singole esperienze personali. Non sempre siamo capaci di trasferire a pieno il messaggio evangelico. E farlo nella quotidianità che viviamo è certamente una cosa molto complicata a difficile. Questi 14 anni di testimonianza cristiana, alla luce della figura di nostro figlio, ci portano a concludere proprio questo: è difficile vivere il messaggio evangelico; i primi a dover essere evangelizzati siamo noi che ci diciamo cristiani e poi dovremmo essere capaci di scendere tra la gente. Soprattutto tra i giovani che, fatta la cresima, non tornano più in Chiesa, tranne quelli che scelgono personalmente di partecipare alle attività, ma altrimenti in tutti i movimenti c’è una crisi giovanile. Bisogna averne coscienza e lavorare sugli esempi positivi.

C’è una questione di fondo che riguarda tutti gli uomini: è la domanda ricorrente e forse la più difficile a cui noi cristiani siamo chiamati a rispondere, che riguarda il dolore e il perché Dio lo consenta.

E come facciamo a rispondere? Il dolore umano…comporta la sofferenza e capita anche a noi ogni tanto di rifletterci sopra e di versare qualche lacrima, e forse ci fa anche bene perché tenere tutto dentro può far molto male. Il dolore umano è inspiegabile teologicamente, non ci sono risposte. Per tentare di interpretare il dolore dal punto di vista teologico bisogna entrare in un altro campo. Io ho fatto tutto il percorso di studi all’Istituto superiore di scienze religiose Giovanni Paolo II a Taranto proprio per tentare di entrar di più nelle problematiche di tipo filosofico e teologico ma, al di là delle nozioni che puoi apprendere, io non ho una risposta da dare. E come me penso nessuno altro, a partire dai grandi pensatori, come Sant’Agostino e San Tommaso,che tanto hanno meditato e scritto su questo tema, partendo da esperienze personali di dolore. Una risposta non c’è se non nell’affidamento totale alla volontà di Dio… come ci ha testimoniato Pierangelo.

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