Ecclesia

Nel mare della storia: il tesoro che ridisegna la vita

ph Ansa-Sir
24 Lug 2026

di Luana Comma

Un campo ordinario può custodire un tesoro. Una ricerca paziente può condurre alla perla capace di cambiare il valore di ogni altra cosa. Una rete gettata nel mare può raccogliere, senza distinzione, pesci di ogni genere. Nelle immagini semplici del lavoro, del commercio e della pesca, Gesù racchiude la grandezza del Regno dei cieli: una realtà già presente nella storia, spesso nascosta agli occhi del mondo, ma tanto preziosa da ridisegnare l’intera esistenza di chi la incontra.

Le letture della diciassettesima domenica del Tempo ordinario convergono su una questione decisiva: il riconoscimento di ciò che ha valore autentico. Non basta possedere molti beni, accumulare esperienze o moltiplicare possibilità. È necessario un cuore capace di distinguere ciò che è essenziale da ciò che, pur apparendo desiderabile, non conduce al compimento della vita.

È quanto emerge dalla preghiera di Salomone: Dio gli si manifesta in sogno e gli rivolge una parola sorprendente: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda» (1Re 3,5). Davanti a una simile possibilità, il giovane re non domanda ricchezza, potere, lunga vita o vittoria sui nemici. Riconosce piuttosto la propria inadeguatezza e invoca «un cuore docile», capace di governare il popolo e di discernere il bene dal male.

La sapienza biblica non coincide con l’erudizione né con la semplice capacità intellettuale. È anzitutto una disposizione interiore, un cuore che sa ascoltare Dio e leggere la storia alla luce della sua volontà. Salomone comprende che governare non significa dominare, ma servire un popolo che appartiene al Signore. La sua richiesta nasce dall’umiltà di chi non considera il ruolo ricevuto un possesso personale, ma una responsabilità affidata.

Il vero sapiente, dunque, non è colui che pretende di avere una risposta per ogni problema, ma chi riconosce di aver bisogno di essere guidato. La capacità di distinguere il bene dal male non viene prodotta autonomamente dalla coscienza, come se essa fosse misura assoluta di ogni scelta. È un dono che matura nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nella disponibilità a lasciarsi correggere.

Il salmo responsoriale approfondisce questa prospettiva presentando la legge del Signore come un bene «più prezioso di migliaia di pezzi d’oro e d’argento». La Parola non viene percepita come un vincolo imposto alla libertà, ma come luce che permette all’uomo di orientarsi. Chi l’accoglie scopre che i comandamenti non impoveriscono l’esistenza: la liberano alla dispersione e la conducono verso il suo significato più autentico.

In questo quadro si comprendono le parabole del tesoro e della perla. Nel primo racconto, un uomo trova quasi inaspettatamente qualcosa di inestimabile dentro un campo. Nel secondo, invece, un mercante è impegnato consapevolmente nella ricerca di perle preziose. Le due scene partono da situazioni differenti: da una parte una scoperta non programmata, dall’altra una ricerca perseverante. Entrambe conducono alla stessa decisione.

Il Regno può raggiungere l’uomo mentre percorre le strade ordinarie della propria vita, quando non si aspetta più nulla di nuovo. Può anche essere incontrato al termine di una lunga ricerca spirituale, intellettuale ed esistenziale. Dio non segue un solo itinerario per farsi trovare. Ciò che accomuna i protagonisti non è il modo in cui giungono alla scoperta, ma la capacità di riconoscerne il valore.

Matteo utilizza il verbo εὑρίσκω (heurískō, «trovare»). Non si tratta semplicemente di individuare un oggetto nascosto, ma di imbattersi in una realtà che chiede di essere accolta. Nel Vangelo, trovare il Regno significa riconoscere nella persona e nella missione di Gesù la vicinanza definitiva di Dio. Il tesoro non è una dottrina segreta né una ricchezza spirituale riservata a pochi iniziati: è la comunione con Cristo, nella quale l’uomo ritrova il Padre e comprende sé stesso.

La reazione di colui che scopre il tesoro è la gioia. Egli vende tutto ciò che possiede non perché disprezzi la propria vita precedente, ma perché ha incontrato qualcosa di incomparabilmente più grande. La rinuncia non è il centro della parabola. Il punto decisivo è una scoperta talmente straordinaria da modificare spontaneamente la gerarchia dei valori.

Il cristianesimo non nasce anzitutto da una serie di privazioni, come ricorda Joseph Ratzinger (papa Benedetto XVI) nell’enciclica Deus caritas est, ma dall’incontro con un Bene che rende possibile lasciare ciò che non è più decisivo. Quando il Vangelo viene presentato soltanto come un insieme di divieti, obblighi e sacrifici, il tesoro rimane nascosto e la fede rischia di apparire come una progressiva diminuzione dell’esistenza. Gesù mostra, invece, un uomo che agisce «pieno di gioia», perché ha compreso che ciò che ottiene supera infinitamente ciò che consegna.

Anche il mercante vende ogni bene per acquistare la perla di grande valore. In lui emerge la dimensione della ricerca, indicata dal verbo ζητέω (zētéō, «cercare»). È lo slancio di chi non si accontenta di ciò che trova facilmente, ma continua a cercare ciò che possa davvero soddisfare il desiderio del cuore. La fede non spegne questa ricerca.

La perla non viene aggiunta alle altre come un bene tra molti. Quando il mercante la riconosce, tutto il resto assume una posizione nuova. Così il Regno non può essere collocato accanto agli altri interessi dell’esistenza, come una dimensione da frequentare occasionalmente. Esso domanda la priorità, perché soltanto a partire da Dio ogni altra realtà può ricevere il proprio valore.

Famiglia, lavoro, affetti, cultura e impegno sociale non vengono annullati. Sono liberati dalla pretesa di diventare assoluti. Quando una realtà finita occupa il posto del tesoro, finisce per chiedere all’uomo ciò che non può offrirgli. Il Regno, invece, non sottrae il credente alla storia, ma gli permette di viverla senza trasformare le creature in idoli.

La seconda lettura offre il fondamento cristologico di questa trasformazione. Paolo afferma che coloro che amano Dio sono chiamati a diventare «conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8,29). Il progetto divino non consiste semplicemente nel miglioramento morale dell’uomo, ma nel partecipare alla vita stessa di Cristo. Il tesoro trovato nel campo è anche questa nuova forma dell’esistenza: vivere da figli nel Figlio.

L’affermazione secondo cui «tutto concorre al bene» non significa che ogni evento sia buono o che il dolore debba essere spiritualmente giustificato. Paolo non nega la realtà della sofferenza, ampiamente descritta nel capitolo ottavo della Lettera ai Romani. Confessa, piuttosto, che nessuna situazione può sottrarsi definitivamente all’azione salvifica di Dio. Anche ciò che ferisce può essere assunto dalla grazia e inserito in un cammino di conformazione a Cristo crocifisso e risorto.

Il bene verso cui Dio conduce non coincide, quindi, con il successo o con l’assenza di prove. È la comunione con il Figlio. La vocazione cristiana trova qui la propria unità: l’uomo è conosciuto, chiamato, giustificato e orientato alla gloria. L’intera storia personale viene ricompresa dentro un’iniziativa divina che precede il credente e lo accompagna verso il compimento.

Le prime due parabole insistono sul valore del Regno e sulla decisione di accoglierlo. Quella della rete introduce invece il tema della responsabilità. La rete viene gettata nel mare e raccoglie pesci di ogni genere. L’immagine descrive il carattere universale dell’annuncio: la missione non seleziona preventivamente i destinatari e non costruisce comunità riservate a categorie ritenute superiori.

La Chiesa è mandata nel mare della storia per annunciare il Vangelo a tutti. Non le è consentito restringere la misericordia di Dio o stabilire in anticipo chi sia degno di essere raggiunto. La rete raccoglie senza discriminare; la separazione avviene soltanto quando viene portata a riva, immagine del compimento escatologico.

Come nella parabola del grano e della zizzania, anche qui il discernimento finale non è affidato ai discepoli. Sono gli angeli a separare i malvagi dai giusti «alla fine del mondo». Alla comunità credente appartiene la missione; a Dio appartiene il giudizio. Questa distinzione impedisce alla Chiesa di trasformarsi in un gruppo di presunti puri, incaricato di pronunciare sentenze definitive sugli altri.

La pazienza storica, tuttavia, non elimina la serietà delle scelte. Matteo ricorda che la vita si dirige verso un compimento e che la risposta alla volontà di Dio possiede un peso eterno. La rete accoglie tutti, ma non rende irrilevante il modo in cui ciascuno ha vissuto. La misericordia non cancella la responsabilità; offre il tempo nel quale l’uomo può convertirsi e scegliere il bene.

Il giudizio evangelico non deve essere ridotto a una minaccia destinata a suscitare paura. Esso proclama anzitutto che la storia non è consegnata all’indifferenza e che il male non resterà senza verità. Dio porterà alla luce ciò che è nascosto e manifesterà la qualità delle opere. Il credente non vive sotto l’angoscia di un arbitrio divino, ma davanti alla serietà di un amore che domanda di essere accolto e tradotto nell’esistenza.

Alla conclusione del discorso in parabole, Gesù domanda ai discepoli se abbiano compreso. La loro risposta affermativa non indica una conoscenza ormai completa. Nel linguaggio matteano, comprendere significa interiorizzare la Parola e lasciarsi trasformare da essa. I misteri del Regno non vengono afferrati da uno sguardo distaccato, ma si dischiudono a chi entra nella sequela.

Per questo Gesù propone l’immagine dello scriba divenuto discepolo del Regno, simile a un padrone di casa che trae dal proprio tesoro «cose nuove e cose antiche». Il Vangelo non cancella la storia delle promesse bibliche, ma la conduce al suo compimento. L’antico viene riletto nella luce di Cristo; il nuovo non nasce dalla negazione di ciò che lo precede, ma dalla sua piena manifestazione.

Questa figura definisce anche il compito della comunità cristiana. Essa custodisce un tesoro che non può limitarsi a ripetere meccanicamente. È chiamata a far dialogare la perenne novità del Vangelo con le domande che emergono dalla storia. La fedeltà non consiste nell’immobilità, così come il rinnovamento non richiede di recidere le proprie radici.

Lo scriba divenuto discepolo possiede la sapienza chiesta da Salomone: un cuore capace di ascoltare, distinguere e interpretare. Egli non usa la Scrittura per confermare le proprie idee, ma lascia che la Parola giudichi il presente e apra possibilità nuove. Il suo tesoro non è un deposito inerte; è una ricchezza viva, dalla quale può trarre ciò che illumina il cammino della Chiesa e dell’umanità.

Le letture di questa domenica delineano un percorso che va dall’ascolto alla scelta, dalla scoperta alla trasformazione, dalla missione al giudizio. Il Regno è il bene che supera ogni altro, ma la sua preziosità può essere riconosciuta soltanto da un cuore sapiente. Chi lo trova non viene impoverito: riceve una misura nuova con cui comprendere ogni cosa e viene conformato al volto del Figlio.

La fede è per noi il tesoro che dà significato a tutto il resto oppure una realtà aggiunta a un’esistenza già organizzata secondo altri criteri? Sappiamo cercare con perseveranza senza accontentarci di risposte immediate? E le nostre comunità riescono ancora a custodire insieme le cose nuove e quelle antiche, lasciando che il Vangelo illumini il presente senza perdere la memoria viva delle promesse di Dio?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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