Giochi del Mediterraneo Taranto 2026

L’omelia dell’arcivescovo Miniero per l’accoglienza della Croce degli sportivi

ph G. Leva
20 Ago 2026

Alla vigilia dell’inizio dei XX Giochi del Mediterraneo, la diocesi di Taranto ha accolto la Croce degli sportivi.
Riportiamo qui l’omelia che l’arcivescovo metropolita di Taranto, mons. Ciro Miniero ha pronunciato nella basilica cattedrale San Cataldo:

Stimate autorità civili e militari,

Carissimi, consentitemi di rivolgere un pensiero di gratitudine al santo padre Leone XIV per aver ricordato, nelle parole del dopoangelus nella scorsa domenica i Giochi del Mediterraneo nella città di Taranto e per il gradito messaggio che mi ha inviato tramite il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin.

Saluto S.E.R.ma mons. Paul Tighe, segretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione;l’Atletica Vaticana, e, un caro saluto a tutti voi,sacerdoti, fratelli e sorelle.

Benvenuti nella città di Taranto per i Giochi del Mediterraneo 2026. La comunità jonica, con me, vi accoglie con gioia e gratitudine poiché voi non siete qui solo per le gare sportive, ma per dare al mondo una forte testimonianza di pace, di condivisione, di fraternità.

Questo evento entra nella storia per ciò che si vivrà in questi giorni, ma soprattutto per il patrimonio spirituale, sociale, morale e culturale che lascerà e per il messaggio che lancerà al mondo intero dalle sponde dello Ionio, solcando tutti i mari per raggiungere i confini della terra.

In questi giorni, vivremo l’esperienza dei giochi con la presenza del segno umile, ma eloquente della Croce degli sportivi, collocata in questa Cattedraleper la sosta dello spirito, per la preghiera e la meditazione.

Nelle linee-guida del Dicastero per la Cultura e l’educazione, si legge che lo sport educa alla disciplina, alla lealtà, alla gioia condivisa, alla fraternità tra i popoli, prospettiva nella quale la Croce degli sportivi assume un suo eloquente significato; essa è posta in uno spazio reale di vita, affinché il Vangelo fecondi i campi da gioco, gli stadi, le palestre, le piste e le strade di una città in festa.

La Croce ricorda la vicinanza di Dio alla vita di ogni creatura e aiuta a considerare lo sport come occasione di crescita integrale di fraternità, promuove il dialogo tra la Chiesa e lo sport con la sua valenza educativa e comunitaria.

La Parola che abbiamo ascoltato rappresenta il faro potente che illumina il cammino di questi giorni e l’intera vita dei cristiani ai quali san Paolo, nella prima lettura, rivolge l’esortazione a fuggire i vizi per il fatto che nel battesimo essi siano diventati nuova creatura. Al rinnovamento interiore, deve corrispondere un rinnovamento dei costumi, nella vita e nelle opere che i cristiani compiono attraverso un progresso continuo. Essi devono riprodurre, nella propria persona, la perfetta immagine di Dio poiché questa è la specifica vocazione ricevuta.

Le espressioni uomo vecchio e uomo nuovo, che san Paolo usa nella Lettera agli Efesini (cfr. 4,20-24), sono tipiche del suo linguaggio; rispettivamente indicano l’uomo che si lascia guidare dal peccato e l’uomo che si lascia guidare dalla grazia trasformatrice di Cristo.

Nel battesimo, l’uomo vecchio è stato crocifisso con Lui (Rm 6,6) dalla cui morte ha avuto origine l’uomo nuovo (cf Gal 3,27). Ciò esige un rinnovamento radicale della mente e del cuore.

Chi conosce Cristo non può non amarlo e chi lo ama non può non trasfigurarsi in Lui. Così, vengono eliminate tutte le differenze di razza, di nazionalità, di religione, di cultura, di posizione sociale. L’unica fisionomia che sorride in tutti i volti è Cristo. Solo lui può rifare l’unità degli uomini, così come tutto in Lui si ricapitola.

Per San Paolo, gli sportivi diventano un esempio di impegno nell’autodisciplina, nello spirito di sacrificio, per raggiungere ottimi risultati. I cristiani dovrebbero imitarli per correre nella sequela di Gesù.

Il particolare riferimento dell’Apostolo è ai Corinzi, i quali assistevano o partecipavano ai giochi istmici cioè ai giochi panellenici che si svolgevano ogni due anni presso l’istmo di Corinto, in onore di Poseidone.

A loro scrive così: «Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo. Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre» (1Cor 9,24-25).

Per san Paolo, diventando atleti di Cristo, si può e si deve vincere. Per tutti, la ricompensa è eterna.

Lo sport, come padronanza del proprio corpo e, quindi, di stessi, diventa cammino verso traguardi più alti, con il suo ruolo importante nella formazione dei giovani.

Un ulteriore motivo di riflessione è offerto dal brano del Vangelo.

Il tema centrale della parabola è l’accoglienza operosa del regno di Dio e l’accettazione efficace e attiva del dono della salvezza. È il senso dell’invito di Gesù a vegliare, trasmesso da san Paolo ai cristiani di Tessalonica: «Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,6).

La parabola proietta verso la parusia. Matteo usa un linguaggio apertamente economico: talento, investire, guadagnare, banchieri, interessi per evidenziare come vivere in vista della conclusione della storia.

Due le scene: nella prima, è presentata la consegna dei talenti ai servi e gli investimenti operati alla partenza del padrone; nella seconda, è descritto il suo ritorno e il calcolo degli interessi.

I talenti costituiscono uningente ricchezza e rappresentano i doni che il Signore dà a noi, tenendo conto delle capacità di ciascuno. La distribuzione non è casuale, ma mirata; poiché il padrone conosce bene i servi, affida cinque talenti al primo, due al secondo e uno al terzo.

Dopo molto tempo, il padrone ritorna e chiede conto dei talenti affidati ai suoi servi. Il primo gli consegna dieci talenti. Il padrone, felice, lo definisce buono e fedele, promettendogli un bene ancora maggiore e lo invita far festa con lui. La medesima scena si ripete con il secondo servo. Il dialogo sereno e disteso mette in evidenza la laboriosità e la fedeltà dei servi nei confronti del padrone che manifesta gratitudine nei loro confronti.

Poi, si presenta il terzo servo che confessa la sua paura di fallire con un padrone severo, al punto da nascondere l’unico talento per poterglielo restituire intatto al suo ritorno. La reazione del padrone è dura: lo definisce malvagio e cattivo e lo priva dell’unico talento che consegna a chi ne ha dieci.  Il servo avrebbe dovuto affrontare il rischio di investire e non lasciarsi paralizzare dalla paura.

I tre servi rappresentano modalità differenti nell’accoglienza della predicazione di Gesù: i primi due sono il segno dell’ascolto fecondo della sua parola che cresce con chi la mette in pratica; il terzo rappresenta coloro che ascoltano con superficialità, non camminano in novità di vita e non si aprono ad orizzonti più grandi. Costui è in antitesi con lo stile del Regno dei Cieli, realtà fortemente dinamica che non si accorda con il bisogno di sicurezza e con il calcolo. Chi vuole trattenere per sé perde e nulla cresce se non si dona; ciò che si conserva perisce.

La parabola dei talenti si apre ad una molteplicità di riflessioni.

Oggi la ascoltiamo pensando al mondo dello sport, in particolare a voi che partecipate ai Giochi del Mediterraneo nella città di Taranto.

Amare e praticare lo sport è certamente uno dei talenti donati dal Signore. Questo talento può essere usato per i propri interessi, per la propria immagine, per raggiungere un record nelle discipline, per occupare le prime pagine dei giornali e dei notiziari, per vanagloria, per essere ammirati dagli uomini, come denuncia Gesù.

Il vostro talento può essere invece valorizzato per compaginare la comunità sportiva, per condividere, donare, contribuire ad edificare un mondo di pace, nella solidarietà con i più deboli e con i poveri.

Voi sportivi, con i vostri esercizi, gli sforzi con cui vi preparate alle competizioni, siete testimoni della bellezza della vita, della fecondità del sacrificio e dellautodisciplina, dell’osservanza delle regole che vi preparano e vi aprono a sfide e a traguardi molto più grandi.

Praticando lo sport, avete la possibilità di vivere esperienze di incontri con atleti di ogni cultura, religione, stato sociale; scoprite la bellezza della convivialità delle differenze, con l’obiettivo di contribuire a realizzare il sogno della famiglia umana che vive nella pace, nel rispetto delle libertà.

Carissimi sportivi, mi sia consentito di incoraggiarvi a seguire sempre itinerari fecondi di bene. Ricordate l’esortazione di san Giovanni Paolo II: Duc in altum Prendi il largo. Trascorrete qui giorni sereni e poi partite con l’entusiasmo e la gioia che possiede chi umanamente perde la vita, ma la ritrova in Dio, mettendo in pratica il comandamento dell’amore.

In ultimo, vorrei considerare l’evento dei Giochi del Mediterraneo come preziosa occasione di rilancio della città e segno di speranza affinché essa guarisca dalle ferite di cui soffre per la crisi del lavoroe del comparto siderurgico in particolare, sollecitando un’evangelica riconciliazione e incoraggiando una collaborazione stretta, tra tutte le forze coinvolte, nel processo di sviluppo e per la tutela della salute.

E voi, cari atleti e sportivi, ci state caricando d’entusiasmo.

Lasciate il segno della bellezza e portate con voi l’affetto di questo Popolo la cui vocazione, per la sua posizione geografica, è irradiare l’amore, la pace e tutti i valori del Vangelo fino ai confini estremi della Terra.

Noi di questa comunità e voi atleti e sportivi, insieme lanciamo al mondo un concreto messaggio di speranza.

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

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