Ecclesia

«Voi chi dite che io sia?»: una domanda che parla anche di noi

21 Ago 2026

di Luana Comma
«Voi chi dite che io sia?». La domanda arriva improvvisa e non permette di nascondersi dietro ciò che abbiamo sentito dire. Gesù non chiede una definizione imparata, non propone un sondaggio sulla propria popolarità e neppure cerca conferme. Dopo le guarigioni, i segni, le folle che lo seguono e le discussioni suscitate dalla sua parola, conduce i discepoli al punto decisivo: adesso devono esporsi. Non basta sapere che cosa pensano gli altri. Chi è lui per loro?
Matteo colloca la scena nella regione di Cesarea di Filippo, fuori dal centro religioso d’Israele. Anche il luogo sembra amplificare la domanda: lontano dalle sicurezze consuete, Pietro pronuncia una confessione che supera tutte le opinioni raccolte dalla gente: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Il greco ho Christós traduce il Messia, l’Unto atteso; ma Pietro aggiunge qualcosa di decisivo: ho hyiós tou Theoû tou zôntos, il Figlio del Dio vivente. Gesù non è soltanto un profeta particolarmente autorevole, un taumaturgo o un maestro capace di interpretare con profondità la Legge. La sua identità eccede ogni categoria disponibile.
Per questo Gesù risponde: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Pietro non raggiunge il mistero di Cristo attraverso una deduzione più brillante delle altre. Lo riceve. La fede cristologica nasce da una rivelazione accolta, non dalla possibilità di costruire un Cristo a nostra misura.
Ed è forse proprio qui che quella domanda diventa particolarmente scomoda per il cristianesimo contemporaneo. «Voi chi dite che io sia?» attraversa da secoli una storia segnata anche dalle divisioni tra i cristiani. Le differenti confessioni hanno custodito accenti, tradizioni e formulazioni che non sempre hanno saputo rimanere in comunione. La frattura ecclesiale mostra quanto facilmente la domanda sull’identità di Cristo possa intrecciarsi con la pretesa di possederne da soli l’interpretazione definitiva, dimenticando che nessuna comunità può trasformare il Signore in proprietà confessionale.
Ma sarebbe troppo semplice collocare il problema soltanto fuori dalla Chiesa cattolica. Anche al suo interno possiamo pronunciare lo stesso Credo e, nella pratica, riferirci a immagini molto differenti di Gesù. C’è chi lo riduce al maestro della misericordia, separandola dalla verità; chi insiste sul giudizio fino a rendere quasi irriconoscibile la compassione; chi ne fa il garante di un ordine sociale, chi il simbolo di una rivoluzione politica, chi ancora una presenza consolatoria da cercare soltanto quando la vita ferisce. Altri trasformano Cristo in difesa identitaria, come se appartenesse a uno schieramento ecclesiale contro un altro.
Sono immagini che possono contenere frammenti autentici, ma diventano deformazioni quando pretendono di esaurire il mistero. Il Cristo del Vangelo non può essere diviso secondo le nostre preferenze. È il mite che pronuncia parole esigenti, colui che perdona e chiama alla conversione, che accoglie il peccatore senza benedire il peccato, che guarisce i corpi e annuncia il Regno, che lava i piedi e rivendica per sé una relazione unica con il Padre. Ogni volta che selezioniamo soltanto il tratto che ci rassicura, non stiamo più rispondendo alla domanda di Gesù: stiamo costruendo una risposta che parla soprattutto di noi.
Anche Pietro, del resto, dovrà comprendere ciò che ha appena confessato. Dire «Tu sei il Cristo» non significa ancora aver compreso fino in fondo quale Messia Gesù sia. Subito dopo, quando il Maestro annuncerà la croce, Pietro proverà a respingere quella prospettiva. Può dunque esistere una professione di fede formalmente corretta e, nello stesso tempo, una resistenza concreta al modo in cui Cristo sceglie di essere Cristo.
E allora quella domanda non rimane ferma a Cesarea di Filippo. Prima o poi raggiunge anche noi, perché dire chi è Cristo significa inevitabilmente lasciarsi interrogare da lui su chi siamo. Più entriamo nel suo mistero, più comprendiamo l’umanità alla quale siamo chiamati: non perché Gesù rifletta i nostri desideri, ma perché in lui l’umano trova la sua pienezza. Dietrich Bonhoeffer lo esprime con parole incisive: «Cristo non è tale in quanto Cristo-per sé, ma nel suo riferimento a me. Il suo esser-Cristo è il suo esser-per me». E quel “per me” sottrae la fede al rischio di restare una formula recitata: riconoscere Cristo come il Figlio del Dio vivente significa lasciare che la sua presenza tocchi concretamente la nostra storia e ne orienti il senso.
È una possibilità che riguarda anche noi. Possiamo difendere con precisione una dottrina cristologica e poi sottrarci al Vangelo quando contraddice i nostri interessi. Possiamo invocare Cristo e non lasciarci correggere da lui. Possiamo perfino combattere in suo nome mentre perdiamo il suo stile.
La confessione di Pietro conduce invece alla Chiesa: «Su questa pietra edificherò la mia ekklesía». Non una comunità fondata sulla somma delle opinioni, ma sulla fede nel Figlio del Dio vivente. Proprio per questo l’unità ecclesiale non nasce dall’appiattimento delle differenze né dall’invenzione di un Cristo sufficientemente vago da andare bene a tutti. Nasce dal lasciarsi continuamente ricondurre a lui, perché sia Cristo a giudicare le nostre interpretazioni e non le nostre appartenenze a giudicare Cristo.
«Voi chi dite che io sia?». La domanda rimane aperta anche dopo duemila anni. Non chiede soltanto che cosa sappiamo di Gesù, ma quale posto gli riconosciamo. Il Cristo che professiamo modifica realmente le nostre scelte, il modo di guardare gli altri, le divisioni che alimentiamo, le parole con cui difendiamo la fede? Oppure continuiamo a chiamarlo Signore mentre custodiamo gelosamente un’immagine di lui costruita a nostra somiglianza?
Forse la risposta più autentica comincia proprio quando smettiamo di spiegare Cristo agli altri e consentiamo nuovamente a Cristo di spiegare noi a noi stessi.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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