Lavoro

L’8 e 9 settembre la questione Ilva torna al centro dell’attenzione

02 Set 2026

di Silvano Trevisani

Quelle dell’8 e 9 settembre sono le date che segnano, terminata la pausa estiva, la riproposizione della questione Ilva al centro dell’interesse politico e industriale nazionale. Per martedì 8 settembre, da Palazzo Chigi è giunta la convocazione dei sindacati dei metalmeccanici Fim Fiom Uilm, oltre a Usb e Ugl, e di Federmanager, per un incontro che si terrà nella Sala verde alle 17,30. “L’incontro con la delegazione del governo – si legge nella convocazione a firma del capo di gabinetto Guerzoni – ha per oggetto la situazione dell’Ilva”. Un incontro che riprende, quindi, il confronto che si era chiuso circa un mese fa, dopo la nota sentenza della corte d’appello di Milano, che imponeva la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, in un panorama piuttosto vago e nella prospettiva di un necessario rifacimento del bando di vendita del gruppo.

Il 9 settembre, invece, si svolgerà a Milano l’udienza della stessa corte d’appello (ma in diversa composizione) che deciderà sulla richiesta di sospensiva, avanzata con due atti diversi da Ilva in AS e da Acciaierie d’Italia in AS, della decisione del luglio scorso che imponeva di fatto la chiusura, in virtù della persistente presenza di amianto e per l’emissione nociva di polveri sottili.

Le aziende commissariate, che hanno anche presentato ricorso giurisdizionale alla Corte di cassazione, sostengono da una parte che la corte d’appello, col suo provvedimento (che di fatto è già una sospensiva rispetto alla sentenza del tribunale) ha scavalcato la giustizia amministrativa, competente sulla questione e che una mancata nuova sospensiva potrebbe vanificare l’eventuale decisione finale della Cassazione che potrebbe giungere troppo tardi ed essere nei fatti preceduta dallo spegnimento dell’area a caldo. Ma su quest’ultimo punto pesa, però, la mancanza di minerali nei parchi dello stabilimento, in quanto Acciaierie non ha più provveduto a nuove acquisizioni, in pendenza dell’ordine di spegnimento e dei conseguenti limiti di cassa. In conseguenza, se non si dovesse decidere con immediatezza l’eventuale rinvio dello spegnimento, esso rischierebbe, entro poche settimane, di “accadere” per forza di cose.

L’azienda, inoltre, sottolinea come la chiusura dell’area a caldo comporterebbe danni immediati per circa 2 miliardi di euro, per il blocco dell’Afo 2 e per gli effetti conseguenti, con la mancata vendita di acciaio commissionato e l’indisponibilità di risorse verso i creditori, la perdita di occupazione per circa 15.000 unità, che già si fa sentire, con la sospensione delle attività da parte di una decina di aziende dell’appalto, e danni per le aziende utilizzatrici, costrette ad acquistare acciaio all’estero.

Naturalmente restano da considerare numerose altre questioni, che riguardano la vendita, il futuro aziendale e occupazionale, e così via.

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