‘Prometeo a Taranto’: il teatro indaga sul disastro ambientale e sanitario
‘Prometeo a Taranto. La fabbrica illuminata’ è un interessante esperimento teatrale portato in scena, in questi giorni nel teatro Tatà, all’interno del Taras Teatro Festival, diretto da Massimo Cimaglia. Si tratta di un’esperienza tout court di teatro performativo, che si propone una sorta di sinestesia percettiva di diversi impulsi e matrici, con l’obiettivo tematico preciso di mettere sotto accusa il disastro umano e ambientale provocato dalla grande fabbrica a Taranto.
La scaturigine di questo progetto risale a una composizione per voce e nastro magnetico del compositore contemporaneo Luigi Nono che, nel 1964, lanciò un atto d’accusa e una riflessione sulla condizione alienante degli operati nelle grandi fabbriche, in particolare l’Italsider di Genova, su testi di Giuliano Scabia e Cesare Pavese. Titolo della composizione “La fabbrica illuminata”. Da quella musica sperimentale, interpretata sul palco dal soprano Niki Lada, parte il “racconto” costruito sull’aggiornamento del mito di Prometeo, il titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e ne pagò le conseguenze. “C’è un fuoco che illumina e un fuoco che divora. Un fuoco che promette il progresso e uno che, nel nome dello sviluppo, può trasformarsi in minaccia per la vita”. Il riferimento esplicito è al ciclo produttivo dell’acciaio, tutto basato sul fuoco e sulle sue varie, estreme utilizzazioni.
Il regista tedesco Joscha Zmarzlik, che interpreta anche il ruolo di un Prometeo già provato dalle conseguenze del suo gesto (che in questo caso arrivano alle estreme conseguenze), ha costruito una drammaturgia calibrata sul “caso Taranto” e l’ha messa in scena in pochi giorni con un coro di quindici cittadini di Taranto, alcuni dei quali attori con grande esperienza: Pasquale Basile, Marco Bianco, Margherita Buono, Massimo Cardellicchio, Perla Calassi, Maria Pia Cazzolla, Marcella D’Alconzo, Domenico Brisci, Federica Brisci, Sabrina Donvito, Francesco Omma, Fabrizio Ricchiuto, Marco Russo, Andrea Simone e Maria Rana. Come Nono raccolse direttamente all’interno della fabbrica le testimonianze degli operai, così Zmarzlik ha scelto di dare parola alle cittadine e ai cittadini di Taranto. Alcuni di loro lavoratori dell’acciaieria.
Ne viene fuori un lavoro composito, intenso e provocatorio, a volte un po’ slegato, soprattutto nel passaggio tra la vocalità della talentuosa soprano al racconto corale, affidato alle coreografie e alle espressioni corali dei bravissimi interpreti.
Come spesso accaduto nelle esperienze di teatro performativo, le coreografie, o le semplici movenze corporee orchestrate, diventano uno strumento essenziale per trasmettere le dinamiche interne dei personaggi e le loro relazioni, determinanti per consentire alla trama – in questo caso si tratta di un racconto aneddotico intenso ma frammentario – con una dimensione visiva ed emotiva che le parole da sole non potrebbero pienamente esprimere. Le situazioni performative nel teatro, infatti, oltre a stimolare l’immaginazione, svolgono un ruolo ancora più importante quando si tratta di riflettere su temi sociali. Attraverso la musica e la corporeità, il teatro diventa uno spazio in cui si possono esplorare e discutere tematiche sociali, storiche e culturali, facilitando il dialogo tra il palcoscenico e la comunità, e agevolando così l’accessibilità al pubblico. Ed è proprio quello che ha voluto fare Zmarzlik che è stato premiato dal caloroso consenso del pubblico, riuscendo a ottenere dai suoi “coristi”, in pochissimi giorni di prove, risultati confortanti. Che alla fine dello spettacolo hanno mostrato un lungo rotolo con i lavori degli alunni delle scuole del rione Tamburi.




