Lavoro

Ilva: aspettando la corte d’appello, aziende e sindacati lanciano nuovi allarmi

30 Set 2026

di Silvano Trevisani

Nel giorno dell’udienza della corte d’appello di Milano chiamata a decidere sulla nuova richiesta di sospensiva avanzata dai commissari dell’ex Ilva, in vista dell’udienza della Corte di cassazione, fissata per il 20 ottobre, riprende quota un dibattito dai toni piuttosto drammatici.

Mentre si apprende che la corte d’appello si è riservata di decidere, forse fra qualche giorno, dopo che il sostituto procuratore generale Renna aveva chiesto, da parte sua, da parte della corte d’appello milanese, il rigetto della sospensiva e la conferma della disposizione di chiusura dell’area a caldo, si assiste a due iniziative dai toni a dir poco concitati. Da una parte si registra una dura presa di posizione da parte dell’Aigi, che rappresenta aziende dell’indotto che danno lavoro a 2.500 operai che, in una lunga nota, contesta un po’ tutte le procedure che stanno portando a una chiusura dalle conseguenze catastrofiche. Dall’altra, le organizzazioni sindacali chiedono un incontro urgente all’ex Ilva (Acciaierie d’Italia) per l’avvio del procedimento di messa in cassa integrazione delle maestranze annunciato dall’azienda, che anticipa le procedure discusse al ministero e che avrebbero dovuto iniziare solo dopo la sentenza della Cassazione. Il procedimento dei commissari (riguardante inizialmente Salerno, ma poi allargabile a tutto il gruppo) prevede, secondo Fim Fiom e Uilm, il pagamento a carico dell’Inps, “condizione ancora in discussione del decreto che “dovrebbe”essere adottato dal governo per la gestione dell’eventuale emergenza”.

Insomma, tutto porterebbe a preconizzare un esito negativo dell’iter giudiziario, come spiegherebbe anche la presa di posizione dell’Aigi secondo cui “la logica e la ragione perdono in tribunale”. La posizione assunta dal sostituto procuratore generale Renna, nel chiedere il respingimento della sospensiva, viene giudicata sproporzionata, dal momento che escludere il “preriscaldo” come se fosse attività produttiva a regime appare sbagliato. “Se il mantenimento in preriscaldo, sottoposto a controlli indipendenti, non determina un aggravamento significativo del rischio sanitario, opporsi anche a questa soluzione conservativa appare ad AIGI un radicalismo sproporzionato. In tale ipotesi, la posizione della Procura generale e del sostituto procuratore Renna risulta inopportuna nei suoi effetti industriali e sociali”.

In modo incalzante e dettagliato, l’Aigi contesta sia la sottovalutazione dell’Aia, comunque approvata, che il rischio esposizione amianto, su cui si poggia gran parte della sentenza della corte d’appello. “È vero che la conferma del decreto da parte della Suprema Corte non comporterebbe automaticamente la chiusura di ospedali, edifici pubblici, impianti industriali o abitazioni contenenti amianto confinato. Tuttavia, se la mera presenza del materiale fosse generalizzata come ragione sufficiente di interdizione, senza valutare conservazione ed esposizione, le conseguenze sarebbero dirompenti e incompatibili con la logica della disciplina di gestione del rischio. È questo automatismo che deve essere escluso con chiarezza e chiarito dalla Suprema Corte”.

A seguito di una lunga serie di contestazioni nel merito degli orientamenti espressi dalla magistratura e dalle questioni che le hanno motivate, l’Aigi, che com’è noto aveva deciso la sospensione dei 2.500 licenziamenti di sua competenza fino alla sentenza della Cassazione, così conclude: “A valle della sentenza della Suprema Corte, sia che si decreti la marcia dell’intero stabilimento o della sola area a freddo, chiederemo al governo un piano operativo verificabile e alle autorità competenti un confronto fondato sui dati, con modalità di conservazione degli impianti, controlli pubblici e un cronoprogramma degli interventi. Le imprese dell’indotto hanno bisogno di sapere quali attività continueranno, quali ordini saranno eseguiti e quali strumenti proteggeranno l’occupazione. La chiusura di una capacità produttiva strategica richiede una motivazione tanto rigorosa quanto sono gravi le sue conseguenze. Il futuro delle famiglie coinvolte e di una parte della manifattura italiana non può restare ostaggio dell’incertezza o di decisioni ideologiche”.

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