La pietra scartata
«Uccidiamolo e avremo noi la sua eredità». È forse la frase più dura della parabola, ma anche quella che ne scopre il significato più profondo. I vignaioli non vogliono soltanto sottrarsi al padrone: vogliono diventare proprietari di ciò che hanno ricevuto. Per riuscirci devono eliminare l’erede, perché finché il figlio rimane, la vigna continuerà a ricordare che non è loro.
Eppure tutto era cominciato da un dono. Il proprietario aveva piantato la vigna, l’aveva protetta con una siepe, vi aveva scavato un torchio e costruito una torre. Poi l’aveva affidata ad altri. Dietro l’immagine ripresa da Isaia emerge un tratto essenziale del rapporto tra Dio e l’uomo: Dio prepara, consegna, lascia spazio. La sua apparente distanza non è abbandono, ma fiducia nella libertà di chi riceve.
Il problema nasce quando il dono smette di essere riconosciuto come tale. I vignaioli lavorano una terra che non hanno creato, ma finiscono per comportarsi come se tutto avesse origine da loro stessi. È una tentazione molto antica: non accettare fino in fondo che la vita, prima di appartenerci, ci è stata data. Il possesso diventa allora il tentativo di cancellare questa dipendenza, quasi che ricevere da un altro diminuisca la nostra libertà.
Il Vangelo suggerisce il contrario. La vita ricevuta diventa nostra proprio perché Dio la consegna alla nostra libertà. Non decide al posto nostro, ma attende una risposta. L’amore di Dio non forza la decisione dell’uomo, ma la rende autenticamente libera. E questa libertà dice anche qualcosa della fiducia che Dio continua a riporre nella sua creatura.
Quando arriva il tempo dei frutti, il padrone manda i suoi servi. Il testo parla di kairós, il momento opportuno, il tempo nel quale ciò che è stato ricevuto deve mostrare ciò che ha generato. I servi rimandano ai profeti, alla parola di Dio che attraversa la storia e interroga l’uomo su ciò che sta facendo della vita ricevuta.
Ma quali frutti cerca Dio?
Il padrone non è un esattore che torna semplicemente a pretendere ciò che gli spetta. Il frutto atteso nasce da ciò che Dio stesso ha reso possibile: l’amore ricevuto che diventa capacità di amare. Non si tratta quindi di pagare un debito, ma di lasciare che il dono ricevuto produca vita.
I vignaioli rispondono invece con la violenza. Percuotono, uccidono, lapidano gli inviati. Il padrone manda altri servi, più numerosi, ma nulla cambia. Mentre cresce il rifiuto dei contadini, egli continua a cercare una risposta.
Fino al Figlio.
«Avranno rispetto per mio figlio».
Sono parole che acquistano un significato particolare se evitiamo di leggere la parabola soltanto come un annuncio di giudizio. Dopo ciò che è accaduto, il padrone crede ancora possibile una risposta. Non manda qualcuno a punire. Manda il figlio.
I vignaioli comprendono immediatamente chi hanno davanti: «Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità». Il problema non è il mancato riconoscimento. Proprio perché riconoscono l’erede decidono di eliminarlo: la sua presenza ricorda che la vigna appartiene al padre.
A quel punto lo afferrano, lo trascinano fuori dalla vigna e lo uccidono. La parabola rimanda ormai in modo trasparente alla vicenda di Gesù: gli uomini respingono ed eliminano colui che il Padre ha inviato.
Gli interlocutori di Gesù, interrogati su ciò che dovrebbe fare il padrone, rispondono che quei vignaioli meritano di essere puniti. È una conclusione comprensibile secondo la logica del racconto.
Gesù, però, cita il Salmo:
«La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo».
La pietra scartata è Cristo. Il Figlio respinto nella vigna diventa la pietra rifiutata dai costruttori. Gesù è colui che viene messo fuori e considerato inadatto alla costruzione. Ma il giudizio degli uomini non coincide con quello di Dio.
Il Salmo non dice semplicemente che la pietra viene recuperata e rimessa tra le altre. Dice che diventa pietra d’angolo. Il Cristo rifiutato viene posto a fondamento. La prima comunità cristiana leggerà così la Pasqua: la croce mostra il rifiuto del Figlio; la risurrezione mostra che quel rifiuto non ha avuto l’ultima parola. Mt_21,33-46
C’è però un aspetto ancora più profondo. Cristo non è soltanto uno degli scartati della storia: assume su di sé la condizione di chi viene respinto, escluso, considerato inutile. Proprio per questo la sua vicenda raggiunge anche quanti, nella storia, conoscono l’esperienza dello scarto. Nel Cristo rifiutato, l’esclusione non coincide più necessariamente con l’abbandono definitivo.
Questo non significa attribuire un valore positivo alla sofferenza o all’ingiustizia. Il Vangelo non rende buono lo scarto. Mostra piuttosto che Dio non abbandona chi l’uomo ha posto ai margini. Cristo si colloca proprio lì, nel luogo del rifiuto e dell’esclusione.
È qui che l’immagine della pietra d’angolo rivela qualcosa del modo di agire di Dio. Gli uomini scartano una pietra perché non corrisponde al loro progetto; Dio sceglie proprio quella pietra come fondamento.
La croce non rende necessario il male e non giustifica la violenza. Dice che il male compiuto dall’uomo non riesce a interrompere la fedeltà di Dio. Là dove Cristo viene respinto, il suo amore non viene ritirato.
Si comprende allora anche la distanza tra la logica dei vignaioli e quella del Figlio. Gli uni vogliono ottenere l’eredità eliminando l’erede; Cristo continua invece a vivere nella logica del dono. La pretesa di possedere incontra così una libertà diversa, quella di chi riceve dal Padre e dona.
Per questo le parole finali sul Regno non possono essere lette come il semplice trasferimento di un privilegio da un popolo a un altro. Il testo non autorizza una lettura antigiudaica: il giudizio riguarda il rifiuto del Figlio e rimane un ammonimento per chiunque riceva la vigna.
Anche la Chiesa, dunque, non possiede la vigna: la riceve. E non può trasformare Cristo in una garanzia della propria sicurezza. È piuttosto Cristo il criterio con cui ciò che viene costruito deve continuamente confrontarsi.
Si può stare nella vigna e dimenticare il padrone. Si può conoscere l’erede e percepirlo come un ostacolo. Si può persino costruire molto e lasciare fuori proprio la pietra scelta da Dio.
La domanda, allora, non riguarda soltanto i frutti che produciamo, ma anche il modo in cui viviamo ciò che abbiamo ricevuto. Consideriamo Dio qualcuno dal quale difendere ciò che ormai sentiamo nostro, oppure il Padre dal quale la vita proviene e davanti al quale rimaniamo liberi di dare una risposta?
La parabola conduce fino a Cristo. È lui il Figlio respinto e la pietra scartata. Ed è proprio colui che gli uomini mettono fuori che Dio pone a fondamento.
La pietra scartata è Cristo: nel Figlio rifiutato, Dio apre una via perché anche ciò che l’uomo mette ai margini non rimanga senza possibilità di vita.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




