Diocesi

Il messaggio dell’arcivescovo Ciro Miniero per l’inizio dell’anno pastorale 26-27

ph G. Leva
03 Ott 2026

Riportiamo integralmente il messaggio ‘Andate e annunziate agli uomini la pace’ (FF 366) che l’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, consegnerà all’arcidiocesi per l’inizio dell’anno pastorale 26-27:

Carissimi,

​il Signore all’inizio di questo anno pastorale ci chiama nella sua vigna e a cooperare con lui nell’annuncio gioioso del Vangelo.

Egli continua a pensare a noi rivolgendo prima il suo sguardo sulle messi biondeggianti e abbondanti (cfr. Mt 9, 37). È una prospettiva che dovrebbe cambiare il nostro modo iniziale di osservare la realtà: infatti siamo sempre tentati di guardare alle infinite situazioni problematiche che contrassegnano la pastorale, cercando risposte e strategie. All’inizio dobbiamo verificare che le nostre bisacce siano colme del seme buono, quello abbondante della Parola di Dio. Lo sguardo di Gesù è ottimista; egli non si cura nemmeno se parte di esso cadrà su terreni incolti, spinosi, ancora da dissodare, su strade impossibilitate all’accoglierlo. Ad ogni difficoltà egli oppone la forza del seme, capace di attecchire in modo inaspettato, nuovo e sorprendente. La nostra possibilità sta in quel seme e nella generosità nel seminarlo, così che la potenza e la creatività dello Spirito, rendano florido il campo del mondo ecclesiale. Tengo a sottolineare questo aspetto perché è probabile che il nostro ricominciare, in questo dato momento, registri stanchezza o senso di inadeguatezza.

So bene che, anche se la tenuta delle nostre comunità parrocchiali, sia ancora visibilmente solida, non siamo assolutamente immuni da quello che accade nel mondo, a partire dallaprogressiva secolarizzazione con il conseguente calo della fede. È vero, abbiamo ancora una grande partecipazione agli appuntamenti della devozione popolare, ma resta la domanda se questi si traducano poi in un vero percorso di formazione comunitaria e non rimangano relegati alla sfera individuale e personale.

Non siamo per niente estranei alle istanze delle diversità culturali, al pluralismo, al politeismo dei valori. Ci sentiamo interpellati continuamente per quello che accade a livello planetario e ci viene chiesto “come” essere cristiani di fronte alla tutela dei diritti umani. A livello locale, siamo sempre nella stessa stretta del diritto alla salute e al lavoro, con le drammatiche fibrillazioni sociali che viviamo continuamente. La Chiesa tradirebbe sé stessa se cercasse una via parallela a tutto questo e, al contempo, sperimenterebbe una certa irrilevanza se cercasse da sé soluzioni o si impegnasse in supplenze discutibili e infruttuose.

È dalla fiducia nell’aprire una strada totalmente nuova che dovrebbe ripartire una qualsiasi azione pastorale. Solo il Vangelo-Seme ha questa “Novità di Vita”, di cui il mondo ha un bisogno infinito e quantomai urgente.

Il futuro è nella Parola liberante e veritiera di Dio, soprattutto pensando a quello che gira intorno all’intelligenza artificiale, ultima frontiera delle nostre riflessioni e delle giustificate paure. Per quanto sorprendente sia la facilitazione che ne consegue, l’accesso ad una smisurata capacità di dati, l’inarrestabile automazione, le importanti influenze nel campo dell’istruzione, essa rimane un serbatoio di cose passate, immagazzinate e continuamente rielaborate, dove questo rimescolamento senza sosta viene confuso con la creatività, capacità inalienabile dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. In tutto ciò non c’è la salvezza che l’uomo cerca e di cui ha bisogno, perché la sua grande tensione rimane naturalmente il suo futuro; niente ci può dare uno scopo, un fine, un telos, se non Dio.

Questa novità è nelle nostre bisacce, nel seme che Dio pone nelle nostre mani, perché come lui possiamo spargerlo in ogni dove. Vorrei che vi convincesse questa verità: è sempre il tempo favorevole per la salvezza (cfr. 1Cor 6, 2), senza scoraggiarci mai, e pensare alla pastorale lasciandoci sorprendere dall’azione di Dio che agisce prima su ciascuno di noi, abbandonando l’abitudine, come direbbe un noto pensatore dei nostri tempi, di guardare al futuro dallo specchietto retrovisore.

Per la riflessione, vi propongo due dimensioni, tratte dal discorso di papa Leone XIV, tenuto durante l’Assemblea della Diocesi di Roma, lo scorso 19 settembre, che vorrei applicare alla nostra diocesi. (cfr. Assemblea della diocesi di Roma alla presenza del Santo Padre Leone XIV, Basilica di San Giovanni in Laterano, 19.09.2025).

Interpreto la prima in chiave vocazionale e vorrei che ciascun operatore pastorale, a partire dai sacerdoti, la faccia propria. Prendo spunto dall’icona biblica che il Santo Padre ha commentato, quella di Maria Maddalena al sepolcro (cfr. Gv 20, 15). Il Risorto le rivolge due domande esistenziali. Nel buio del mattino del Primo Giorno, che andava via via rischiarandosi, Gesù le chiede: «perché piangi?» e «cosa cerchi?». Credo che queste due domande dobbiamo sinceramente farcele porgere da Gesù, nel silenzio delle nostre coscienze.

Dobbiamo capire, verificare e discernere sempre le motivazioni vere del nostro soffrire, cosa stiamo realmente cercando e se la nostra ricerca sia condotta nel modo giusto. Maria Maddalena cercava un morto e ha incontrato il Vivente, la Vita che non si può trattenere ma che deve essere annunciata. Chissà quante volte le nostre aspettative sono più pesanti del macigno del sepolcro. Quante volte abbiamo travisato le parole del Maestro e abbiamo, anche se in buona fede, pensato che tutto fosse nelle nostre mani, nelle nostre cure, nelle nostre azioni, nelle nostre possibilità. Lasciamoci richiamare da Gesù per nome, nella prima luce del mattino, accogliendo l’invito che sgorga dalle sue labbra e ci fa ripartire: «va’ dai miei fratelli» (Gv 20,17).

Non dobbiamo dimenticare che allo sguardo del Maestro sui campi rigogliosi segue immediatamente l’invito a pregare il padrone della messe perché mandi operai. Non dice: «fate questo» o «quest’altro» ma “lasciatevi abitare da Dio”. Quello che gratuitamente ogni giorno riceviamo, possiamo gratuitamente dare, nella misericordia e nell’abbondanza.

Propongo la seconda dimensione, con tre attenzioni che il Papa chiede alla diocesi di Roma (cfr. Assemblea della diocesi di Roma) e che io ripeto alla nostra comunità. Il Papa, parla di tre atteggiamenti prima ancora che di tre azioni.

“La prima attenzione: incontrare Cristo e far sì che altri lo incontrino. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore; quindi, non basta chiedersi se un’attività è ben organizzata, se ha partecipazione o se si svolge da molti anni; è necessario chiedersi se conduce realmente a Cristo, se fa sì che il Vangelo incontri la vita concreta delle persone”.

“La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiate il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, all’interno delle quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Impegniamoci a offrire ai giovani tempo e ascolto, dentro e fuori dalle iniziative”.

Pensando alla Chiesa di Taranto, avremmo molto da chiederci in tal senso. La mentalità del mondo mira a trasformare i luoghi dove l’uomo cerca la comunità in non-luoghi, dove ogni individuo trova tutto, ma non trova i fratelli e le sorelle, al pari dei centri commerciali o dei villaggi–vacanze. La gente ha sete della vera umanità e soprattutto dell’esperienza della comunione. Noi non dispensiamo servizi né facciamo aggregazione anonima. Siamo famiglia, luoghi di fragilità e di amore condivisi, secondo l’insegnamento del Vangelo.

Il Papa poi continua: “La terza attenzione: abitare e servire la città. Roma non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto”.

Circa questa attenzione, nella nostra diocesi, dovremmo riscrivere una pagina nuova dell’agire pastorale. La comunità ecclesiale deve essere generativa di nuovi processi. Non ci occupiamo né di questioni sociali, né di politica, ma dialoghiamo serenamente con tutti in ogni ambito, cercando di essere lievito e sale nelle famiglie e nella formazione dei ragazzi in particolare. Già nel discorso al termine della scorsa processione del Corpus Domini ho voluto sottolineare l’importanza della pastorale giovanile e delle nostre attività catechistiche.

Ci preoccupa la povertà crescente, a motivo del caro–vita e della mancanza di lavoro. Sono convinto che le comunità parrocchiali intensificheranno il loro impegno a sostegno dei poveri. Ogni attività, comprese le feste patronali, alle quali non dobbiamo rinunciare, prevedano iniziative concrete di solidarietà per i più poveri e continuino ad annunciare la bellezza con sobrietà.

Alla luce del pensiero di Leone XIV, penso che nel prossimo Anno Pastorale dovremmo porre ogni impegno per attuare il compito a cui ogni battezzato e tutte le comunità sono chiamate.Siamo in ottobre, mese dedicato alle missioni, ma soprattutto alla missione. Ciò significa che dobbiamo riscoprire il volto missionario delle comunità parrocchiali e della comunità diocesana. Ritengo importante tale apertura, poiché quello che il Signore ci chiede, non ha come obiettivo specifico la raccolta di offerte nella Giornata missionaria mondiale – opera a cui non si deve rinunciare – ma il coinvolgimento di tutta la Chiesa nell’evangelizzazione, suo dovere primario. In Ad Gentes, infatti, si legge: «La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria…» (n. 2). Per questa ragione ho invitato don Giuseppe Pizzoli, direttore nazionale di Missio a sviluppare, nella prossima Assemblea diocesana il seguente tema: La dimensione missionaria della parrocchia e della diocesi.

Ciò che può rivitalizzare la pastorale ordinaria è proprio il ridare vigore e dinamismo allo spirito missionario nella vita sacramentale, nei tempi liturgici, nelle feste parrocchiali e in tutte le occasioni in cui siamo sollecitati all’annuncio ai vicini e ai lontani. Per raggiungere questi obiettivi, ritengo necessario il servizio degli Organismi di Partecipazione, delle Commissioni e di tutti i battezzati che devono avere come obiettivo, l’annuncio del Vangelo.

Cari fratelli e sorelle, forti della Parola del Signore, con fiducia ed entusiasmo, illuminati dal nostro patrono San Cataldo, evangelizzatore e rifondatore della fede, riprendiamo il nostro cammino. Verifichiamoci sempre a partire dalla fedeltà alla nostra chiamata ed invochiamo da Dio generosità e gioia di camminare sempre insieme. ​

E coraggio, perché «il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa» (cfr Mc 4, 26-34).

Facendo mie le parole del Santo Padre, vi benedico affidandovi alla Vergine: “Maria, Regina delle missioni, accompagna la nostra opera evangelizzatrice in ogni angolo della terra: rendici strumenti di pace, e fa’ che il mondo intero riconosca in Cristo la luce che salva. Amen” (Leone XIV, Messaggio per la 100ª Giornata missionaria mondiale, 25 gennaio 2026).

+ Ciro Miniero

Arcivescovo Metropolita di Taranto

 

 

 

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