Ecclesia

Proclamata beata Armida Barelli donna al centro della vita della Chiesa

03 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Sabato 30 aprile, in un Duomo di Milano stracolmo di fedeli, Armida Barelli è stata proclamata beata assieme a don Mario Ciceri, sacerdote ambrosiano noto per le sue doti esemplari, nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal cardinale Marcello Semeraro. Cofondatrice dell’Università cattolica del Sacro Cuore, dirigente dell’Azione cattolica italiana, cofondatrice delle Missionarie della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e dell’Opera della regalità di Nostro Signore G. C., Armida Barelli è universalmente nota.

Attivista, missionaria, politica, apostola, militante, leader, propagandista, organizzatrice: Armida Barelli è stata una donna che nella Chiesa ha svolto un ruolo che è andato molto al di là di quello che molti uomini erano disposti a riconsocere. Alle mille definizioni della sua vita inquieta, monumentale, instancabile, si è aggiunta ora quella di “beata”. Sale, così, sugli altari la prima delle femministe cattoliche, una rivoluzionaria senza bisogno di ribellioni, la sorella maggiore di milioni di ragazze credenti, quella che ha aperto loro la strada verso un’idea inaudita: che il protagonismo delle laiche, prima ancora che un diritto, è un dovere, una condizione necessaria senza la quale il mondo, e il Regno, rimarrebbero edificati solo a metà.

Sulla figura della beata Armida Barelli abbiamo rivolto alcune domande a Vincenzo Di Maglie, docente con una lunga militanza nell’Azione Cattolica, della quale è stato anche presidente diocesano.

Cos’ha da insegnare alle donne e agli uomini di oggi una donna come Armida Barelli?

Innanzitutto una laicità a tutto tondo, un fatto singolare per l’epoca in cui viveva. Due aspetti ritengo fondamentali, in questo senso. Il primo è quello di essere stata “itinerante”: pur essendo donna, a quel tempo, parliamo dei primi decenni del Novecento, girava in lungo e in largo l’Italia, investendo tantissimo nel costruire rapporti tesi all’emancipazione delle donne, forte anche di una “figura femminile” e di un certo grado di cultura. Se io dovessi fare un ponte tra quello che è stato l’aspetto significativo col quale, da donna, ha avviato un percorso di evangelizzazione in quel periodo, e la realtà odierna, con l’attualità persistente del suo insegnamento oggi, direi: la laicità, la presenza nel mondo. Il secondo aspetto, che certamente è molto particolare, lo individuerei nel suo modo di porsi alla pari con la gerarchia. Pur essendo molto rispettosa e attenta a quelli che erano i ruoli, riusciva ad essere al contempo schietta e diretta.

Ma le battaglie che portava avanti per l’emancipazione della donna non rischiavano di porla in contrapposizione con l’idea corrente al tempo?

Certamente. Ha rappresentato una pietra di scandalo, ma in quel periodo sapeva che era necessario investire nell’emancipazione, partendo dal percorso di alfabetizzazione. Per mia esperienza posso dire che in un paese piccolo come Fragagnano, quando da presidente dell’Azione cattolica visitavo le parrocchie, trovai donne avanti con l’età che ancora ricordavano benissimo le circolari, questi “fogli di popolarità” che venivano fatti circolare in quel periodo, con i quali Armida spiegava come fare in modo che le donne fossero autonome. Questa autonomia doveva derivare dalla loro emancipazione e la prima forma di emancipazione era proprio l’alfabetizzazione, imparare a leggere e a scrivere.

Ma lei, accanto alla promozione dell’alfabetizzazione, investiva molto del suo impegno nella cultura più “alta”.

Certo, con la formazione dell’Università cattolica. Dall’alto della sua cultura, del suo modo di essere, ha decisamente portato avanti un’apertura molto significativa per quel periodo. Era molto attiva e molto in anticipo su tutto. È stata certamente una donna che ha attraversato la storia in un periodo molto importante giocando un ruolo determinante.

foto: Istituto secolare missionarie della Regalità di Cristo

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