La chiamata che precede
Una sala preparata per le nozze può restare vuota. Non perché manchi l’invito, ma perché l’uomo può rifiutarlo. È dentro questa tensione che Matteo colloca la parabola del banchetto nuziale. Nel pieno del confronto con i capi del popolo, Gesù descrive il Regno dei cieli attraverso l’iniziativa di un re che prepara le nozze del figlio e chiama gli invitati a prendervi parte. L’immagine appartiene alla grande tradizione biblica dell’alleanza: i profeti avevano spesso descritto il rapporto tra Dio e Israele attraverso il linguaggio sponsale. Qui, però, al centro delle nozze c’è il Figlio. Non a caso Matteo ripete più volte il termine greco gámos, che può indicare tanto le nozze quanto il banchetto nuziale: la festa non fa semplicemente da sfondo, ma esprime la comunione alla quale Dio chiama il suo popolo.
La prima lettura illumina questa immagine. Isaia annuncia un banchetto che il Signore prepara «per tutti i popoli»: una festa nella quale Dio elimina ciò che separa le genti, asciuga le lacrime e distrugge la morte. Più che l’abbondanza di una mensa, il banchetto diventa figura della salvezza e della comunione definitiva con Dio.
Su questo sfondo il rifiuto che Gesù racconta appare ancora più sorprendente. Il re manda i servi a chiamare gli invitati, ma essi non vogliono venire. Matteo insiste sul verbo kaléō, «chiamare», che attraversa tutta la parabola e lega l’invito alla più ampia dinamica della vocazione: la chiamata è un’iniziativa che raggiunge l’uomo e precede la sua decisione. Il re manda di nuovo i servi: «Tutto è pronto; venite alle nozze». Non domanda un contributo, non pone condizioni preliminari, non chiede agli invitati di completare ciò che manca. L’uomo non costruisce la salvezza: la riceve come un dono.
Ma chi riceve un dono gratuito può rifiutarlo. Alcuni invitati tornano ai campi, altri ai propri affari. Matteo non suggerisce che il lavoro o il commercio siano in sé un male. Il problema è un altro: quelle occupazioni diventano sufficienti a riempire l’intero orizzonte della vita. Gli invitati non discutono l’invito; lo considerano semplicemente meno importante di ciò che avevano già programmato.
È forse una delle forme più discrete del rifiuto di Dio: non combatterlo, ma non averne bisogno. Emerge così la radice dell’autosufficienza: la convinzione che l’uomo possa dare da solo un senso compiuto alla propria esistenza. Se tutto dipende da ciò che riesco a produrre, conquistare o organizzare, un dono gratuito diventa perfino difficile da accogliere: chiede di riconoscere che non tutto ciò che conta ha origine da noi.
La parabola non si ferma però al rifiuto dei primi invitati. Il re non rinuncia alle nozze e manda ancora i servi, questa volta ai crocicchi delle strade: «Tutti quelli che troverete, chiamateli». E Matteo aggiunge un particolare volutamente scomodo: i servi raccolgono «buoni e cattivi».
I crocicchi sono luoghi nei quali nessuno può rivendicare una particolare appartenenza alla casa del re. I servi incontrano gli uomini lungo la strada, senza una selezione preventiva che distingua chi merita di entrare da chi dovrebbe rimanere fuori.
Matteo lascia intravedere anche la realtà della comunità cristiana. La sala si riempie di «buoni e cattivi», così come altrove Gesù paragona il Regno al campo nel quale crescono insieme grano e zizzania o alla rete che raccoglie pesci diversi. La Chiesa non coincide con una comunità già compiuta di perfetti; è il luogo di una convocazione nella quale uomini diversi hanno ricevuto lo stesso invito.
Proprio quando la sala è piena, però, la parabola cambia tono.
Il re entra tra i commensali e vede un uomo senza l’abito nuziale. Gli domanda: «Amico, come sei entrato qui senza il vestito di nozze?». L’uomo tace. È il passaggio che impedisce di confondere la gratuità con l’indifferenza della risposta.
L’abito, nel linguaggio biblico, può esprimere la condizione morale e spirituale della persona; qui indica una fede perseverante e attiva, capace di tradursi concretamente nell’amore. La veste, dunque, non è il biglietto necessario per entrare. Se lo fosse, l’invito ai crocicchi perderebbe il suo significato: il re non chiama nessuno perché abbia già ciò che occorre per meritare la festa.
L’abito dice piuttosto che la grazia ricevuta domanda di diventare forma della vita.
Matteo tiene insieme gratuità e responsabilità: entrare nella sala significa accettare la logica della festa, e ricevere l’amore di Dio significa consentire che quell’amore si renda visibile nel rapporto con gli altri.
Per questo non basta essere entrati: la parabola si rivolge anche a chi appartiene già alla comunità e potrebbe sentirsi al sicuro per il semplice fatto di aver risposto alla convocazione. Matteo sottrae al credente proprio questa sicurezza.
L’appellativo «amico» traduce il greco hetaîre, termine che può indicare il compagno ma che nel primo Vangelo compare in contesti nei quali emerge una resistenza alla logica di Dio. Lo troviamo nella parabola degli operai della vigna, quando uno dei lavoratori contesta la generosità del padrone, e ritornerà sulle labbra di Gesù rivolte a Giuda. Anche qui l’uomo senza veste è vicino al banchetto, ma non è entrato davvero nella sua logica.
La parabola descrive così due modi di sottrarsi alla stessa gratuità: c’è chi rifiuta l’invito perché ritiene sufficiente ciò che già possiede, e c’è chi entra senza lasciare che l’invito modifichi realmente la propria esistenza.
In questa prospettiva acquista senso anche la conclusione: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Matteo utilizza due termini strettamente legati al linguaggio della parabola: klētoí, i «chiamati», ed eklektoí, gli «eletti». La distinzione non introduce due categorie arbitrarie, ma richiama il rapporto tra una chiamata largamente offerta e la risposta con cui l’uomo la accoglie. Il Regno nasce dall’iniziativa di Dio, ma non elimina la libertà dell’uomo. La grazia precede, raggiunge, invita; non rende però inutile la risposta.
Rimane allora una domanda: possiamo ricevere gratuitamente l’amore e continuare a vivere come se nulla ci fosse stato donato? Il banchetto è pronto e l’invito raggiunge anche i crocicchi delle strade, ma il Vangelo non si ferma alla porta della sala. Dio chiama gratuitamente; la veste nuziale rivela se quella chiamata è diventata davvero una forma di vita.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)



