Quel grande vuoto da riempire
“Per gioco, lo abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo”. Questa è, forse, la dichiarazione più sconvolgente di tutta la vicenda legata alla minicar che, per giorni, ha generato lo spavento nella zona di Monteverde, a Roma. È quasi un rivale da combattere la noia, ma è soprattutto un indispensabile passaggio per la consapevolezza di sé stessi. La maggior parte degli esseri umani vuole attenuare il carico, ammazzare il tempo, sfuggire alla noia, liberarsi di essa. Oggi affrontare la noia, così come affrontare la tristezza, è, per un adolescente, difficilissimo, faticosissimo, pesantissimo. Perché la noia, e la tristezza, sono un fallimento – che va allora evitato – nel progetto del bambino splendente, del figlio trionfatore, del figlio sul quale si proietta la sagoma, l’ombra dei genitori, degli adulti. Attraverso il figlio si vuole raggiungere la propria affermazione: i figli, talvolta, sono una rivincita, quasi una estensione narcisistica. Allora la noia va sfuggita, va scansata, va evitata. Con ogni mezzo, a tutti i costi, in qualsiasi modo. Si tratta di capire perché si cerchi proprio quel modo e non un altro per sfuggirla. Se si analizza tale dinamica, emerge, in modo evidente, che la adolescenza è, quasi sempre, caratterizzata dalla ricerca di legami, di nuovi legami, di nuove identificazioni, che subentrino al posto del piccolo mondo, dell’universo in miniatura dell’infanzia. In questo modo, il gruppo acquisisce un ruolo fondamentale, centrale, decisivo. Le ricerche sociali lo affermano ogni volta che in cima alla scala dei valori per gli adolescenti c’è sempre l’amicizia. Il gruppo è come un mondo affiancato a quello in cui vivono in relazione con gli adulti e ha un ruolo basilare quanto al senso di appartenenza e alla costruzione della propria identità. Così il gruppo si contagia vicendevolmente in un qualcosa, in un atto, in un progetto, che tiene in vita, che fa sentire delle emozioni condivise, in un mondo che, al contrario, è fondato sui valori dell’individualismo, del proprio successo e della competitività A tal punto, l’adolescente costruisce una relazione, all’interno di quel gruppo, che lo fa sentire vivo, gli dà un senso. E perciò l’adolescente sente finalmente di esprimere qualcosa che non riusciva a esprimere prima– emozioni condivise! – e trova un senso che riempie quel vuoto, e, magari, serve per contenere una sofferenza che non sa riconoscere, per cui non trova le parole per dirlo. Infine, il gruppo, in cui ci si contagia a vicenda, produce una deresponsabilizzazione individuale: la estremizzazione di questa dinamica porta talvolta alla nascita del branco, in cui gli individui perdono l’autonomia a favore del conformismo nei confronti del gruppo. Se nel branco il totem è un cane, in questo caso il totem è la minicar, che diventa una metafora perfetta, dove l’auto è un mezzo che isola dal mondo, in cui il contagio circola e si sviluppa, e il mondo là fuori perde consistenza. L’abitacolo, probabilmente, crea una separazione, sia fisica che psicologica: noi e loro, dentro e fuori. Il ragionamento si può ipotizzare: “Siamo qui, nella nostra macchina con i led che abbiamo fatto ingigantire e l’adesivo del serpente, mentre l’altro rimane là fuori, per la strada, esposto alle conseguenze dei nostri atti. Noi siamo forti, noi siamo fortissimi!”. Il filtro dell’abitacolo, come una staccionata, può depotenziare la comprensione di quel che succede fuori. Dal lato passeggero di quell’abitacolo è partito forse un calcio, o forse una spinta, a tutta una serie di malcapitati. L’affondo di acceleratore, la sgommata, l’adrenalina, e via di corsa, a superare metri e metri di asfalto: non è successo nulla. Tanto non sono esseri umani, sono diversivi per gestire una noia che fa paura, molta paura, troppa paura. Queste bravate si fanno almeno in due: uno ride e l’altro fa ridere. Chissà, poi, che divertimento ricordare! Insieme è più facile, è complicità. Ma la responsabilità personale non si volatizza, ma morde un po’ meno: il gesto è visto ma non invalidato dall’amico. “Per gioco, lo abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo”. La sofferenza degli altri è trasformata in un diversivo, un passatempo per dimenticare la noia, per colmare un vuoto. Ciò che più sconcerta è l’indifferenza verso la vittima o le vittime. Ma più che indifferenza, è incapacità assoluta di risonanza emotiva con l’altro in quanto altro, al quale non si riconosce nemmeno lo status di persona, la condizione di essere umano. La vittima è un oggetto, come fosse un bersaglio mobile di un qualunque videogame: non c’è empatia con l’altro. Nessuna compassione, nessuna solidarietà, nessuna vicinanza. E qui è chiara una ignoranza emotiva e affettiva, una incapacità di mettersi in sintonia con la sofferenza dell’altro, perché l’altro non è riconosciuto come altro, non è riconosciuto come persona. Del resto è noto chi ha qualche forma di sofferenza latente trovi nella violenza un mezzo idoneo per esprimerla. Si reagisce alla propria sofferenza, alla propria vulnerabilità con una completa cecità alla sofferenza dell’altro. In un mondo in cui conta solo il trionfatore, il vincitore, il dominatore, l’altro non ha mai un posto. Rimane solo un po’ di spazio e di tempo per una critica al mondo degli adulti: se la violenza la vediamo ovunque eletta a strumento di gestione delle nazioni e delle relazioni internazionali, perché mai i giovani dovrebbero esserne esenti, dispensati, immuni? Se è consentito gestire il pianeta con un atteggiamento di completa indifferenza al suo stato di coma, se è permesso ignorare il detto dei nativi di America che spiega “la Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, se i piccoli sono trucidati in quanto presumibili futuri nemici, perché chi cresce in questo mondo dovrebbe essere esentato da questa “normalità”?



