Angelus

La domenica del Papa – La moneta, Cesare e Dio

foto Vatican media/Sir
23 Ott 2023

di Fabio Zavattaro

Per la Chiesa domenica è la Giornata missionaria mondiale, memoria liturgica di san Giovanni Paolo II e anniversario dell’inizio del pontificato di papa Wojtyla, 22 ottobre di 45 anni fa. Domenica in cui Papa Francesco esprime preoccupazione per quanto sta accadendo in Israele e Palestina, e rinnova la sua richiesta perché si arrivi alla pace: “la guerra sempre è una sconfitta. È una distruzione della fraternità umana. Fratelli fermatevi”. Prega il papa per coloro che soffrono e manifesta vicinanza “agli ostaggi, ai feriti, alle vittime e ai loro familiari”. A Gaza è “grave la situazione umanitaria”, dice prima di ricordare, con dolore, quanto accaduto alla parrocchia greco-ortodossa di San Porfirio, colpita da diversi missili, e all’ospedale Al-Ahli: “rinnovo il mio appello affinché si aprano gli spazi, si continuino a fare arrivare gli aiuti umanitari, e si liberino gli ostaggi”. Ma non dimentica Francesco l’Ucraina: “la guerra, ogni guerra che è nel mondo è una sconfitta”.

Tornano alla mente le parole, quanto mai attuali oggi, che venti anni fa san Giovanni Paolo II pronunciava mentre il mondo era in ansia per il possibile intervento della coalizione internazionale, poi avvenuto, in Iraq: “Mai potremo essere felici gli uni contro gli altri, mai il futuro dell’umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e dalla logica della guerra”.

Domenica che Matteo, nel suo Vangelo, ci porta a Gerusalemme dove Gesù è messo alla prova da discepoli dei farisei e da erodiani: filogovernativi e collaborazionisti, questi ultimi, una popolazione a sud del Mar Morto sotto la Giudea; contrari all’occupazione romana, i primi. L’evangelista, nel suo racconto, ci propone tre elementi: la moneta, il sottile inganno e la risposta spiazzante. La moneta con il volto di Cesare è il census coniata appositamente da Roma per il tributo dovuto all’impero dal popolo della Giudea, esclusi anziani e bambini. Aveva il valore di una giornata di lavoro ed era uno dei segni più odiosi per far sentire il peso della schiavitù. Il sottile inganno è la domanda sulla legittimità del tributo a Cesare e una risposta positiva poteva costare l’accusa di idolatria, una negativa, l’accusa di essere un sobillatore politico. Ma Gesù non si lascia ingannare: li chiama “ipocriti”, e pone loro una domanda: questa immagine e questa iscrizione di chi sono?

Risponde con un sorprendente realismo politico: “rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Il tributo va pagato “ma l’uomo porta in sé un’altra immagine quella di Dio” commentava Benedetto XVI: “l’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità”.

Quante volte abbiamo ripetuto, e non sempre in modo appropriato, la frase del Vangelo di Matteo. “Parole diventate di uso comune, dice papa Francesco, ma a volte utilizzate in modo sbagliato – o almeno riduttivo – per parlare dei rapporti tra Chiesa e Stato, tra cristiani e politica”. Altra lettura sbagliata, per il vescovo di Roma, la divisione tra Cesare e Dio: è una “schizofrenia” separare la realtà terrena e quella spirituale, “come se la fede non avesse nulla a che fare con la vita concreta, con le sfide della società, con la giustizia sociale, con la politica e così via”. A Cesare, afferma Francesco, “cioè alla politica, alle istituzioni civili, ai processi sociali ed economici, appartiene la cura dell’ordine terreno”, e noi siamo chiamati a dare alla società il nostro contributo “promuovendo il diritto e la giustizia nel mondo del lavoro, pagando onestamente le tasse, impegnandoci per il bene comune”. A Dio “appartiene l’uomo, tutto l’uomo e ogni essere umano. E ciò significa che noi non apparteniamo a nessuna realtà terrena, a nessun ‘Cesare’ di turno. Siamo del Signore e non dobbiamo essere schiavi di nessun potere mondano”. Gesù ci ricorda “che nella nostra vita è impressa l’immagine di Dio, che niente e nessuno può oscurare”. È quanto affermava l’anonimo estensore della lettera A Diogneto il quale scriveva, a metà del secondo secolo, che i cristiani hanno la loro cittadinanza in cielo: “abitano ognuno nella propria patria, ma come se fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri di cittadini e si sobbarcano gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera”.

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