Ecclesia

La domenica del Papa – Lasciare per seguire

foto Vatican media/Sir
23 Gen 2023

Insegnare, annunciare, guarire. Tre verbi che Matteo sceglie per descrivere la missione di Gesù che percorreva la Galilea delle genti “insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità” e che lo porterà a dare la sua vita per noi. In queste quattro domeniche, da Natale, abbiamo trovato Gesù deposto in una mangiatoria, cercato e venerato dai magi venuti dall’Oriente. Due domeniche fa Matteo ci ha descritto il tempo del battesimo nel Giordano per mano di Giovanni Battista. Ma tra questi due momenti sappiamo che ha dovuto trascorrere del tempo in Egitto, e successivamente è entrato nella terra di Israele, passando la sua giovinezza nella cittadina di Nazareth in Galilea.
Il Vangelo di questa domenica ci narra l’arresto di Giovanni e la decisione di Gesù di lasciare la Giudea per andare nella piccola Cafarnao, sulle rive del mare di Tiberiade, luogo abitato da ebrei, ma anche da stranieri di origine greca e altri popoli. Paura di fare la stessa fine di Giovanni? Non lo sappiamo, certo Gesù non aveva ancora compiuto alcun gesto “scandaloso”, ne aveva pronunciato alcun discorso “politicamente scorretto”. Aveva iniziato il suo “cammino” là dove lo aveva iniziato Giovanni con lo stesso appello-invito: “convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”.
Forse “iniziare” da Cafarnao, domenica prossima leggeremo le beatitudini, è anche un modo per ricordarci che Gesù è colui che compie le scritture; la cittadina è, infatti, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali e il profeta di Isaia, è la prima lettura di questa terza domenica del tempo ordinario, annuncia che da questa terra oltre il Giordano, un “grande luce” è stata vista dal popolo “che abitava nelle tenebre […] per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”. Il messaggio che Matteo ci lascia, dunque, è proprio l’immagine della luce, un Dio che affascina, illumina il cuore e chiama ogni uomo e donna là dove lavorano e vivono: seguimi. Lo dice a Pietro e Andrea, pescatori nel mare di Galilea; a Giacomo e al fratello Giovanni: “e loro subito lasciarono le reti e lo seguirono”.
Lasciare per seguire. È il momento della scelta, della decisione che cambia la vita; prima o poi arriva questa scelta, dice Papa Francesco all’Angelus, e bisogna decidere: “lascio alcune certezze e parto per una nuova avventura, oppure rimango come sono?” Momento decisivo per ogni cristiano, il “coraggio di lasciare, di mettersi in cammino”. E “se non si trova il coraggio di mettersi in cammino, c’è il rischio di restare spettatori della propria esistenza e di vivere la fede a metà”. Ma cosa dobbiamo lasciare, si chiede il vescovo di Roma. “Certamente i nostri vizi, i nostri peccati, che sono come ancore che ci bloccano a riva e impediscono di prendere il largo”. Chiedere perdono e lasciare “anche ciò che ci trattiene dal vivere pienamente, per esempio le paure, i calcoli egoistici, le garanzie per restare al sicuro vivendo al ribasso. E bisogna anche rinunciare al tempo che si spreca dietro a tante cose inutili”. Lasciare, dunque, per dedicare tempo alla preghiera, per una giovane famiglia “aprirsi all’imprevedibile e bellissima avventura della maternità e della paternità”; poi medici e operatori sanitari che dedicano il loro tempo ai malati; lavoratori che lasciano le comodità per portare il pane a casa. Francesco ci ricorda che “per realizzare la vita occorre accettare la sfida di lasciare”.
Domenica dedicata alla Parola di Dio che “è rivolta a tutti e chiama alla conversione”; parola che “scuote, ci scomoda, ci provoca al cambiamento, alla conversione”; parola che mette in crisi perché “viva”. Parola che ha il volto di Gesù, pellegrino nelle città e villaggi, per “incontrare volti e storie”, messaggero che annuncia la buona notizia.
Angelus nel quale Francesco chiede che finisca il conflitto in Myanmar, dove è stata distrutta la chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione, uno dei luoghi di culto più antichi del paese. Pace in Perù – la violenza spegne la speranza di una giusta soluzione dei problemi – in Camerun – il futuro è nella via del dialogo e della comprensione reciproca – e nella martoriata Ucraina “il Signore conforti e sostenga quel popolo che soffre tanto”.

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