Settimana della fede

“L’impegno di tutti a infondere speranza, amore, gioia, pace nel cuore dell’umanità”

02 Mar 2024

 Le parole dell’arcivescovo a conclusione della Settimana della Fede

Di seguito, l’omelia dell’arcivescovo pronunciata nella santa messa a conclusione della Settimana della Fede, trascritta integralmente dalla professoressa Elena Falcone, che ringraziamo.

La Parola di Dio che è stata proclamata ci ha presentato nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi, l’uomo dei sogni Giuseppe ed il Vangelo la parabola della vigna. Quindi, un fratello che viene venduto schiavo (nella prima) e dei servi che vengono uccisi e perfino il figlio del proprietario della vigna che è messo a morte (nel Vangelo). Giuseppe è destinato a salvare i suoi fratelli quando essi andranno a cercare in Egitto cibo da mangiare e così Gesù attraverso la sua morte e resurrezione diventa pane di vita per quanti credono in Lui. Da ognuna delle malvagità umane nasce un disegno nuovo e inatteso, ma sicuro a motivo di un Dio capace di volgere a bene tutto quello che l’uomo abbruttisce. Resta il mistero del giusto che deve pagare per l’iniquità degli altri: Giuseppe soffre il tradimento dei fratelli, la prigionia, la calunnia.

I servi della parabola ed il figlio del padrone sono messi a morte. Se la storia della salvezza dovesse essere gustata soltanto attraverso le coordinate umane, sarebbe miseramente fallita moltissime volte. Ma Dio sa scrivere diritto sulle vie storte di noi uomini e ha scelto di prendere contatto con la nostra umanità che, anzi, nel Figlio condivide in tutto eccetto la ribellione del peccato, rendendoci partecipi del suo mistero di vita. È questa la novità del Dio d’Israele, il Dio di Gesù Cristo. È questa la novità che ci dona speranza, lo sforzo di superare continuamente noi stessi che ci porta a condividere il disprezzo del peccato per essere rinnovati nel più profondo del cuore. Miei cari, non è questa la nostra vocazione? Siamo stati chiamati a diffondere nelle relazioni umane l’amore impresso da Dio nei nostri cuori. Il Padre ci ha fatto dono di sé nel Figlio e ci ha resi capaci di vivere in comunione con Lui e con l’intera umanità purché ci lasciassimo guidare dal suo Santo Spirito. La pagina evangelica getta inoltre una luce importante sul nostro modo di lavorare nella Chiesa e nel mondo. Essa richiama la pagina della Genesi in cui si dice che Dio ha affidato il giardino all’uomo affinché lo custodisse. I vignaioli hanno lavorato considerandosi i proprietari della vigna. Invece noi come loro siamo semplici custodi di un bene che non ci appartiene fino in fondo. Per questo Gesù ci dice che quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto cioè quanto dovevamo fare. Eppure proprio qui risiede la grandezza dell’uomo, qui vediamo la sua altissima vocazione nell’essere depositario della fiducia di Dio. C’è una fiducia incondizionata del Signore verso ogni persona. Il Creatore si fida e si affida alla sua creatura, non lascia le guardie a sorvegliare la vigna ma, al contrario, pone tutto il suo bene nelle nostre mani. Il Signore ci dona una realtà che Lui per primo ha curato amorevolmente e ha fatto crescere. Ha lavorato nella vigna prima di noi e dunque, essendosi Egli personalmente compromesso, essa è diventata per Lui un bene inestimabile. Tutte le persone e le situazioni che incontriamo nell’apostolato e nel lavoro appartengono a Dio, rappresentano la vigna che il Padre ha piantato e ha curato. Nostro compito è prenderci cura di loro come un bene che ci è stato affidato, questo deve essere sempre più e sempre meglio il nostro atteggiamento nei confronti delle persone che incontriamo: non padroni, ma umili operai nella vigna del Signore. Ammettiamolo, però: non è semplice però prendersi cura degli altri e cioè prestare attenzione, ascoltare, camminare insieme, vivere in fraternità e cogliere tutto il bene che è presente nel mondo. No, non è semplice anche per le nostre esperienze di vita pastorale. L’immagine del figlio, inviato da Dio per raccogliere i frutti potrebbe indurre a leggere la venuta di Gesù come motivata dalla finalità di sottrarre indebitamente all’uomo beni e sostanze faticosamente prodotti. In realtà, da come chiariscono tanti brani del Vangelo, è solo grazie alla presenza del Figlio che siamo in grado di raccogliere i frutti. Ricordiamo le parole di Luca: “Chi non raccoglie con me, disperde”. Oppure quella di Giovanni: “ Chi rimane in me ed io in Lui porta molto frutto perché senza di me non potete far nulla”. Alla fine è Gesù l’autentico frutto della vigna, il frutto abbondante generato dal seme caduto in terra è morto, perché la vita non ci fosse tolta ma restituita. L’impegno dunque di ogni comunità è dunque quello di  camminare insieme. Lavorare insieme per l’annuncio del Vangelo non è un optional. I nostri non sono circoli ricreativi o, come dice il Santo Padre, delle onlus, ma siamo portatori del Vangelo, della novità di vita di Gesù con tutta la potenza del suo amore che portiamo dentro e con tutti i segni dell’amore che leggiamo nella storia tante volte piegata dalla sofferenza. Ricordiamolo sempre: noi apparteniamo a Cristo e in Lui siamo figli di Dio, chiamati a vivere in comunione con Lui e realizzare nella fraternità un mondo nuovo nell’amore e nella gioia.

Quanto ci hanno aiutato in questi giorni i relatori che hanno animato le quattro serate di questa 52.ma Settimana della Fede, aiutandoci ad entrare ancora meglio nel cuore del nostro essere credenti e comunità, credenti e testimoni dell’amore, credenti e uomini e donne di speranza, credenti che sanno di partecipare attivamente alla vita di Dio e partecipano quotidianamente alla vita di Dio degli uomini e delle donne del nostro tempo! Ci hanno aiutato a leggere il nostro essere cristiani nella potenza di un Amore grande, che proprio perché è Amore raccoglie tutti. Ma quanto dobbiamo faticare, perché ci convinciamo che tutti sono amati da Dio: non solo quelli che ci vengono incontro, ma sono amati da Dio particolarmente quelli che noi sentiamo lontani,  forse dai nostri occhi, ma non lontani da Dio. L’impegno di ciascuno di noi allora è quello di infondere speranza, amore, gioia, pace nel cuore dell’umanità. Miei cari, sono questi i frutti del cammino sinodale che abbiamo percepito e che in queste sere, alla luce delle riflessioni e delle esperienze offerteci, hanno rinvigorito i nostri cuori. Intercedano per noi San Cataldo, i patroni della nostra Comunità e la Vergine Maria che qui invochiamo sotto il nome di Gran Madre di Dio.

Foto G. Leva

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