Tracce

Mattanza, sperando si possa ancora dire

(Photo Unicef from https://www.agensir.it/)
12 Ago 2024

Quando è stata annunciata la notizia dell’attacco israeliano a una scuola a Gaza City, usata da rifugiati rimasti senza una abitazione, nel quale sono rimaste uccise un centinaio di persone, il dilemma è stato: come qualificare ora questo nuovo mattone sul muro della umana vergogna? Dopo la esclusione di parole politicamente non prudenti – shoah, olocausto, genocidio, sterminio, strage, eccidio – a seguito dei veti, delle obiezioni e delle discussioni a cui abbiamo assistito di recente, ne è rimasta soltanto una. Senza domandare il permesso ai tonni, il vocabolo più appropriato rimasto è mattanza. Quei luoghi – prima prigione allo scoperto, poi poligono vivente in fase di sperimentazione, poi, ancora, campo di concentramento e di sterminio a cielo aperto senza sepoltura, perché anche le tombe sono devastate – fanno ora pensare alla ‘camera della morte’ delle tonnare: annientamento programmato, con un fine ultimo slegato da principi etici e o morali, nessuna rotta di fuga, mare di sangue e lembi di cadavere disseminati, efferatezza o, peggio, insensibilità e indifferenza di chi persegue il proprio mestiere di carnefice. Il 19 di luglio la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha espresso la sua opinione e la sua conclusione è chiara ed evidente: l’occupazione e l’annessione da parte di Israele dei territori palestinesi sono illegali e violano il divieto di segregazione razziale e di apartheid. Lo Stato di Israele ha l’obbligo di mettere fine alla sua presenza illegale nei territori palestinesi occupati, ‘il più rapidamente possibile’. Tutte le decine e decine di risoluzioni dell’ONU sull’illegittimità delle azioni israeliane che si sono succedute dal 1948, cioè dalla nakba (parola che, in arabo, significa disgrazia) fino alla costruzione della barriera di separazione, proclamata illegale nel 2004, non hanno esibito dei risultati degni di rilievo. In questi ultimi settanta e passa anni, tanti sono stati i passi in avanti di una colonizzazione strisciante: vittime civili, detenzioni amministrative, distruzioni di case e interi villaggi cisgiordani, periodici cannoneggiamenti della Striscia di Gaza fino a questa attuale mattanza. E tutto questo contro una popolazione civile, composta, per almeno il settanta per cento, da giovanissimi e da donne, con un rigetto, per principio, delle leggi e convenzioni internazionali e dei diritti fondamentali dell’uomo. Risoluzioni, ma anche esaurienti documentazioni di accusa da parte di ONG per i diritti umani internazionali (come Amnesty International, Human Rights Watch, International Federation for Human Rights, Human Rights First e Interights) che sono state regolarmente ignorate, in un silenzio assordante di tutto l’occidente e, anzitutto, dell’Europa, dei governi, dei parlamenti e anche dei mezzi di comunicazione e di informazione. Ma questo silenzio assordante del quadro politico occidentale ed europeo – così taciturno fino a farlo sembrare quasi incapace di intendere e di volere – dopo questa sentenza ha quasi dell’agghiacciante, perché sembra comunicare la ormai definitiva acquisizione, da parte del nostro mondo, di una normalità politica incurante del tutto e di negazione rispetto al diritto internazionale, nato per evitare la ricaduta delle civiltà nei tragici errori che hanno prodotto i massacri delle prime due guerre mondiali. È un silenzio tragico e osceno, perché accetta la ritualità dei quotidiani eccidi di bambini e di donne che, come nelle tonnare, arrivano alle camere della morte: le aree degli edifici scolastici, i cortili degli ospedali, le tendopoli, ingannevoli luoghi sicuri in quella striscia di territorio in cui nessun posto può, comunque, riparare dall’arma della carestia. Ed è un silenzio anomalo, atipico, innaturale, perché non ha niente della reazione difensiva di chi ha paura e, a volte immobilizzato da una forte angoscia, trattiene il fiato. Ricorda, invece, la indifferenza di chi non si mette contro il responsabile di una azione che, ormai, deplorevole non è più. E così, le politiche della Nazione avamposto ‘democratico’ e coloniale in Medio – Oriente, rischiano di diventare le nostre stesse politiche e di rendere definitivo il ripudio, da parte di tutto l’occidente e, specialmente, dell’Europa, di tutto il sistema delle leggi e delle convenzioni internazionali, ma, innanzitutto, dei diritti fondamentali dell’uomo. Quanto grave deve essere lo shock, quanto potente deve essere la scarica elettrica per un risveglio da questo status di narcosi per esigere (‘il più rapidamente possibile’, per riprendere le parole della Corte di giustizia) il rispetto integrale di quei principi universali? Principi che solo se realizzati a favore di qualsiasi comunità in pericolo, di qualunque popolo tiranneggiato, di qualsivoglia nazione occupata e annientata, potranno valere per il resto del genere umano.

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