Tracce

Dejà vu e di male in peggio

Foto Reuters/Avvenire
23 Giu 2025

di Emanuele Carrieri

Dopo l’attacco di Hamas a Israele, nel fiume di dichiarazioni della politica israeliana, passò inosservato un annuncio di Netanyahu: “Cambieremo il volto del Medio Oriente”. Sembravano parole di circostanza, ma l’attualità mostra quanto Netanyahu credesse in quel passaggio. Dopo aver fatto radere al suolo la striscia di Gaza e avere strappato la spina nel fianco settentrionale di Hezbollah, Netanyahu ha deciso che serviva alzare l’asticella e risolvere, una volta e per tutte, la questione iraniana, provocando a cascata una escalation che rischia di avere dimensioni mondiali, con gli Stati Uniti pronti a entrare in guerra, così come la Germania. La guerra fra Israele e Iran è un tema ostico, particolarmente per gli effetti, imprevisti e imprevedibili. In un primo momento, sembrava che droni, razzi e raid avessero solo lo scopo di porre fine, in maniera radicale, al programma nucleare. La stampa americana sostiene che, da settimane, il governo israeliano era deluso dai pochissimi passi avanti nei colloqui fra Teheran e Washington, e che quindi fosse arrivato il tempo di accelerare. Il punto, però, è che un blitz come quello del 13 giugno è stato preparato da tempo. Quello di Tel Aviv sarebbe quindi un progetto di lungo corso. Ma con quali obiettivi? Inizialmente pareva che una volta distrutti i siti nucleari ci potesse essere uno stop, ma da giorni si nota una escalation. I missili di precisione stanno prendendo di mira i vertici di esercito e guardiani della rivoluzione, impianti energetici e tivù di Stato. E per bocca di Netanyahu, anche l’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema, è finito nel mirino: “Se lo ammazziamo, la guerra finirà”. Ancora più chiaro è stato Trump: “Sappiamo esattamente dove si nasconde il leader supremo. Non abbiamo, per ora, intenzione di eliminarlo. Ma la nostra pazienza si sta esaurendo”. L’idea che sta maturando è quella del “regime change”, il capovolgimento della teocrazia iraniana. È tutta una serie di dejà vu, di male in peggio: in Iraq, da Saddam Hussein all’Isis; in Afganistan, dai talebani fino ai talebani con ritorno e vendetta; in Egitto, da Morsi ad al-Sisi; in Siria, da Assad ad al-Jolani e altri ancora. Israele starebbe, quindi, accarezzando l’ipotesi di un collasso della repubblica islamica, di una fine della dittatura religiosa degli ayatollah. Però una caduta teleguidata a distanza potrebbe non essere realizzabile e il serio rischio di effetto domino che crei un altro focolaio di crisi eterna, è quanto mai reale. Il rischio coincidente di un cambio di regime imposto è quello di nutrire il nazionalismo iraniano, con l’esito far stringere il Paese ancora di più intorno ai pasdaran. Secondo gli israeliani, servirebbe una guerra aperta, fatta con “scarpe a terra”: perciò Israele è in pressing sugli Usa, ma Trump è riluttante, pure se ha fatto aperture sull’intervento diretto in guerra. Dopo essersi giocato più volte l’immagine di negoziatore, capace di far finire i conflitti in ventiquattro ore, c’è però una componente del mondo Maga che non vuole avventure militari all’estero. Israele propone agli Usa dei raid mirati, in particolare usando bombe anti-bunker che Israele non ha e che potrebbero demolire siti nucleari, come quello sotterraneo di Fordow. Ma anche in tal caso la campagna dovrebbe restare solo missilistica e aerea. C’è poi un precedente storico recente in cui è avvenuto un cambio di regime a colpi di aviazione e missili, senza “scarpe a terra”: la Libia. Malgrado tutte le proteste per le primavere arabe, Gheddafi era saldo al potere, e la sua fine iniziò quando americani e francesi ottennero una “no fly zone” su tutto il Paese. Da allora il rais ebbe i giorni contati. Ma il punto è che quell’intervento non era sostenuto da un progetto di realizzazione di uno “stato nuovo” e, di fatto, dal 2011 a oggi, la Libia è una nazione inesistente, divisa fra due governi, in cui non si riescono a tenere elezioni ed è in preda alla violenza di milizie e tribù. L’Iran è un Paese differente, ma non si può escludere che la caduta del regime faccia scivolare nel caos, che si formino milizie e che il Paese diventi territorio di anarchia armata. Per capire che una simile guerra non porta a cambi di regime indolori, necessita guardare intorno a Israele: Gaza è un ammasso di macerie, i capi di Hamas sono stati decimati, ma l’organizzazione rimane ancora in vita. Secondo l’esercito israeliano, Hamas conterebbe su quasi quaranta mila combattenti, migliaia di razzi e una rete di tunnel di almeno cinquecento chilometri. Una forza calata rispetto al 7 ottobre, ma ancora di tutto rispetto se si considera la potenza di fuoco che Israele ha scaricato su Gaza fra raid aerei, missilistici e truppe sul terreno. Stessa cosa vale per Hezbollah: se è vero che l’operazione con i cercapersone e i raid mirati hanno decimato i vertici dell’organizzazione, è anche vero che rimane un sostegno fondamentale della vita politica e sociale del Libano e che, anche in quel caso, non è avvenuto un cambio di regime. Forse a Israele non interessava spingere fino al collasso di Beirut, ma il capitale militare e diplomatico speso, più che cambiare in modo radicale il confine nord, ha narcotizzato la minaccia rimandando, forse, il problema. La guerra di Israele contro l’Iran rischia di avere diversi effetti collaterali che sono differenti a seconda delle risultanze. Se il regime dovesse reggere l’urto potrebbe non rinunciare all’idea del nucleare, anzi convincersi che la sopravvivenza passi proprio attraverso la detenzione della bomba atomica. Se invece dovesse configurarsi un crollo della repubblica islamica, si aprirebbe una fase di insicurezza oscura e profonda, con una instabilità a livello regionale crescente che avrebbe ricadute su diversi e numerosi ambiti: potrebbero esserci ripercussioni sullo stretto di Hormuz, punto di grandissima importanza strategica poiché passa quasi un quarto della produzione mondiale di petrolio. Pure questo un dejà vu. Anche in questo caso, di male in peggio.

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