Tracce

Non sono cani sciolti

APAImages/Shutterstock/Avvenire
09 Dic 2025

di Emanuele Carrieri

Della striscia di Gaza non parla più nessuno. Ciò che auspicavano Netanyahu e i suoi favoreggiatori si è concretizzato: proseguire il lavoro senza l’interesse dell’opinione pubblica mondiale. Stando all’Organizzazione delle Nazioni Unite, dall’inizio della tregua, il 10 ottobre, sono entrati nella Striscia, in effetti, poco più di cento tir al giorno, invece dei seicento concordati nell’accordo sul cessate il fuoco; il cibo è insufficiente, e Israele non permette l’ingresso di tende e di container, di cui vi sarebbe necessità per la già iniziata stagione fredda. La Striscia è stata in questo modo lasciata al suo destino e la Cisgiordania è stata consegnata alle sopraffazioni dei coloni israeliani. L’aggressione da parte di un gruppo di questi ai danni di tre volontari italiani e un attivista canadese, avvenuta la notte del 30 novembre nel villaggio di Ein ad-Duyuk al-Foqa, nei pressi di Gerico, in Cisgiordania, è semplicemente l’ultimo segno di un fenomeno che, da oltre due anni, cresce a ritmi rapidissimi. Gli episodi di violenza dei coloni, a partire dall’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, sono aumentati in modo esponenziale. Nel periodo terminale di quell’anno, gli attacchi registrati hanno superato quelli dei periodi precedenti, toccando delle frequenze quotidiane e colpendo, non solo comunità palestinesi, ma anche operatori umanitari e attivisti internazionali. La tendenza non si è fermata: gli assalti si intensificano, diffondendosi su aree sempre più estese della Cisgiordania. Eppure, la reazione di molti governi occidentali, e anzitutto europei, resta timida. Questi episodi sono, di solito, descritti come vicende isolate o azioni di gruppi eversivi; in altre parole, colpe di formazioni intransigenti e oltranziste che non rispecchierebbero le volontà del governo di Netanyahu. Una lettura, questa, che evita, sfacciatamente, di affrontare la portata reale di questi avvenimenti: la violenza dei coloni non è saltuaria, né è ininfluente. C’è di più: la distinzione, pretestuosa e artata, fra cittadini e Stato è artificiosa e tendenziosa. Principi e norme sulle responsabilità degli stati decretano che un governo sia chiamato a rispondere non solo delle proprie azioni dirette, ma anche delle condotte dei propri cittadini, se realizzate con la sua tolleranza o sotto la sua protezione. Non basta: questi pionieri in stile film “far west” realizzano la politica di colonizzazione della Cisgiordania. È una politica antica: il 18 luglio 2018, la Knesset approvò una legge fondamentale (ossia costituzionale) che, oltre che definire Israele ‘lo Stato nazionale del popolo ebraico’, diceva: ‘lo Stato considera lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo sviluppo’. Registrata e archiviata la scarsa attitudine di Israele al rispetto di risoluzioni, di sentenze e di verdetti (e forse anche di leggi divine!), resta il fatto che è proprio Israele che genera le condizioni politiche, militari e ideologiche per permettere ai coloni violenti di implementare la linea dello Stato, facendo in modo che tale violenza accada senza nessun tipo di ripercussioni sui responsabili. Davanti a una realtà di questa sorta è assurdo ritenere questo tipo di violenza esterna alla posizione dello Stato stesso che mira, chiaramente, a una più estrema espansione in Cisgiordania. I coloni svolgono un ruolo di punta, eseguono il lavoro sporco: non sono protagonisti devianti, non sono schegge impazzite, non sono fratelli che sbagliano, ma strumenti di una strategia più grande. Attraverso la violenza e lo spossessamento graduale delle comunità palestinesi, cooperano all’espansione del controllo militare israeliano sulla Cisgiordania, preparando il terreno, di fatto, a una annessione del territorio. Le emittenti televisive di tutto il mondo trasmettono di continuo le immagini che mostrano che quasi tutte le aggressioni accadono in presenza e con il supporto dei militari israeliani o in aree dove questi hanno un pressoché totale controllo. Gli autori raramente vengono fermati e quasi mai processati. La quasi totale impunità di cui godono non è l’effetto collaterale, ma è il chiaro segnale di condiscendenza che consolida e incoraggia ulteriori aggressioni. Le violenze si concentrano soprattutto nelle zone che lo Stato e il movimento dei coloni considerano strategiche per la espansione degli insediamenti. Le comunità palestinesi vengono in tal modo sottomesse a una pressione costante, ad attacchi, blocchi, razzie, chiusure, intimidazioni, minacce e sbarramenti che hanno il fine di rendere difficile la vita quotidiana, costringendole a lasciare le proprie case, le proprie terre. È un esodo forzato, in trasgressione delle norme del diritto internazionale umanitario: ecco perché le proposte discusse da alcuni governi europei, dalla Gran Bretagna e in passato dall’amministrazione Biden, come la introduzione di sanzioni contro alcuni coloni più violenti, sono misure simboliche e prive di qualsiasi efficacia, e finiscono, addirittura, per rafforzare la narrazione che la violenza dei coloni sia opera di mele marce o di cani sciolti che si muovono ai confini di qualsiasi legalità, come se fossero individui incontrollabili e del tutto esterni all’apparato dello Stato israeliano. Questa è una raffigurazione che non regge di fronte agli eventi e che tenta, senza effetti, di occultare la vera dimensione, programmata e pianificata, di questa violenza. Ne è la dimostrazione il filmato che circola sulla rete e che mostra, con chiarezza, come poliziotti israeliani abbiano ammazzato, a Jenin, due palestinesi, che avevano le braccia alzate e anche le maglie, per mostrare di non avere armi. Le condanne internazionali non hanno assillato le autorità israeliane: come altre volte in passato, dopo l’interrogatorio, hanno rilasciato gli agenti. Il ministro per la sicurezza nazionale del governo israeliano Ben-Gvir ha conferito un premio al loro comandante e ora si attende la proposta per il Nobel per la pace per quei poliziotti, ma è compito di Netanyahu.

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