Questo è il naufragio dell’Ue?
Lo sbarco della Vlora rappresentò per l’Italia un inatteso risveglio, il principio di una nuova era in cui il nostro Paese si scoprì terra di immigrazione. Quell’avvenimento mise a nudo l’impreparazione delle istituzioni, ma manifestò anche la sorprendente capacità di solidarietà dei pugliesi, l’importanza di una accoglienza dignitosa e la nobiltà di chi, come il professor Enrico Dalfino, in quel tempo sindaco di Bari, seppe anteporre i valori umani a qualunque altra considerazione. Oggi i drammatici eventi di Ceuta dicono che s’è trattato di una crisi intenzionalmente e premeditatamente fatta percepire all’opinione pubblica come tale, perché hanno avuto la prevalenza le argomentazioni e le strumentalizzazioni di politica interna. In ciò che è apparso il naufragio della solidarietà europea un minimo di trasporto umano per i giovani marocchini non si è visto. Come non si è visto uno sguardo clemente sul centinaio di ragazzi annegati, trascurati dal dibattito pubblico, la cui tragedia è sembrata derubricata allo stato di semplici “effetti collaterali”. È andato in scena una indecente rappresentazione di realismo che riscontra e che si rassegna alle paure delle società, sostenendole immoralmente per fare sportello, anzi per fare bottino elettorale. Perché, come ormai dice da giorni, il giornalista Marino Sinibaldi, “le migrazioni sono una risorsa propagandistica troppo forte”. Ma a Ceuta si è andati oltre, svelando il volto, opportunistico e cinico, della politica europea che, nel rendere superflui i popoli, tratta le vittime, provenienti dall’altra parte del Mediterraneo, come carta vincente da lanciare sul tavolo verde della politica internazionale. In questo quadro di totale regressione, si sta consumando anche la disputa (diplomatica? politica? meglio non utilizzare aggettivi) fra il nostro Paese e la Spagna dopo la decisione – inopportuna e inappropriata – della presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni di sospendere temporaneamente l’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle persone. Quantunque l’iniziativa sia, anzi sembri, poco più di una réclame, uno slogan o di uno spot, il problema vero è che interviene su un dispositivo simbolico della integrazione comunitaria. Da una parte, Sanchez diventato l’anti-Trump per definizione, dall’altra Meloni montata in sella all’onda securitaria in Europa. Proprio come sta facendo in Italia con i vari decreti sicurezza: avere a disposizione un popolo in permanente allarme per la sicurezza è un usato sicuro, garantito e certificato. Del resto ognuno ha i suoi Vannacci di varia tipologia e niente di meglio del nesso immigrazione-sicurezza, sull’agenda dell’Ue da almeno un decennio, garantisce un risultato corroborante per le elezioni dell’anno prossimo in parecchi paesi europei. Individuare Sanchez come bersaglio e aggregare 22 paesi sulla linea dura ha significato, per Meloni, rioccupare lo spazio del suo blocco sociale abbagliato da una destra più estremista e oltranzista, rafforzare il suo ritratto di punto di riferimento del sovranismo europeo nelle istituzioni e riavvicinarsi al mondo trumpiano. L’impressione che appare dalla decisione di sospendere l’accordo di Schengen è di una captatio benevolentiae nei confronti di Trump, irriducibile e accanito avversario di Sanchez. L’azzardo fuori misura dell’Italia è stato comunque stemperato dal summit dei ministri dell’Interno Ue, ma è coerente con un complessivo spostamento a destra del quadro europeo. Un oltranzismo ormai inscritto in una tendenza maggioritaria condivisa da esecutivi di maggioranze eterogenee. Ciò che fino a qualche tempo fa era divisivo e contrastato, adesso fa parte del politicamente corretto: è diventato accettabile e non desta scandalo. Il problema è lo scadimento del PPE: da punto di equilibrio della politica europea si è trasformato nel partito che a Ceuta ha flirtato con i sovranisti. La stessa Commissione europea, organo sovranazionale, garante dei trattati, in questa circostanza è stata parte di un preciso indirizzo politico. La politica migratoria centrata su ordine e controllo risponde a due criteri: alzare i costi emotivi dei flussi dei richiedenti asilo così da renderli più malvisti e monetizzare il loro destino al pari di una transazione (ricordarsi dei compensi alla Turchia nel 2015). Ma c’è di più: è stata ventilata l’idea di aggirare la Corte europea dei diritti dell’uomo chiedendo interpretazioni più elastiche del divieto di trattamenti inumani e degradanti e più peso all’ordine pubblico rispetto alla tutela della vita familiare. Azzardo anche questo illusorio: non è eliminabile il divieto di espellere una persona verso un paese in cui rischi delle torture o dei trattamenti inumani, perché sono norme inflessibili di diritto internazionale. Ora l’altro fronte di scontro sui migranti: la Germania ha rivolto all’Italia l’appello a riprendersi i richiedenti asilo sbarcati sulle coste italiane e poi trasferitisi nel Nord Europa, che le regole Ue assegnano alla competenza del paese di primo approdo. Roma ha opposto la tesi che quelle pendenze sono già state azzerate da una precedente intesa bilaterale e che sui casi nuovi è presto per fare conti; e su quei conti ha chiesto di inserire anche i natanti delle ong battenti bandiera tedesca. Che, invece, sono soggetti privati e nessuna direttiva europea attribuisce allo stato di bandiera la competenza sulle domande d’asilo, che resta al paese di sbarco. La risposta è stata rapida: le ong non ricevono ordini dal governo tedesco e il regolamento europeo non ordina che lo stato di bandiera del natante soccorritore sia responsabile della domanda di asilo. In questo quadro si inserisce il messaggio congiunto diffuso ieri mattina sui social da Meloni e dalla danese Frederiksen che hanno detto di non accettare una immigrazione non controllata verso l’Europa. Ciò all’indomani dell’anniversario di Marcinelle: quando opportunisticamente si chiederanno nuovi lavoratori immigrati, sarà giusto ricordarsi delle parole di Dalfino: “Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro! Siamo la loro ultima speranza!”.




