Quella trappola criminale
Le immagini arrivate da Ceuta hanno richiamato alla memoria il più grande sbarco di migranti da una nave, nella storia dell’Italia: l’approdo della nave Vlora nel porto di Bari. Ma quelle immagini, provenienti dalla exclave spagnola, posta su una delle punte più settentrionali del territorio marocchino, hanno scatenato parole, post e dichiarazioni contro il premier spagnolo Sanchez, proprio come avviene nelle battute di caccia alla volpe. Udite per dovere di buona educazione le tesi negative – è una minaccia ai confini dell’Ue: bisogna sospendere Schengen per proteggersi; l’errore è stato la scelta del governo di dare permessi di soggiorno a più di mezzo milione di immigrati irregolari; Ceuta è la conseguenza di tutti gli sforzi del governo Sanchez di facilitare l’immigrazione di massa – rimane il dubbio che sia voluta aizzare una situazione di allarme per il governo socialista della Spagna, che della difesa dei propri valori di solidarietà e pacifismo ha fatto la cifra del proprio agire anche in politica estera, persino con gli Usa. “A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina”. Andreotti confessò di aver udito la frase dal cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, il quale ne attribuiva la paternità a Pio XI. In effetti, i fatti di Ceuta richiamano quella frase e raffigurano una azione di guerra ibrida, di Israele e degli Usa con manodopera del Marocco, nei confronti di una Spagna, troppo indipendente e molto poco assoggettata. Questo “complottismo” trova spiegazioni nei vari coinvolgimenti: Trump, Netanyahu, re Muhammad VI del Marocco, ma anche nel contesto internazionale di questi ultimi anni e nel venire meno di freni bloccanti, in Israele e negli Usa, circa l’ottemperanza di ogni regola del diritto e della coesistenza pacifica che renderebbe tale azione ibrida verosimile. Sul piano concreto, ci sono elementi che aiutano a spiegare la tempistica della crisi. Il primo è una recente ordinanza della Corte Suprema spagnola che ha deliberato che i migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere un distretto extraterritoriale non possono essere respinti e restano a carico delle autorità spagnole: ordinanza che avrebbe provocato nuovi tentativi di attraversamento. Un altro è la denuncia di una insufficiente cooperazione delle autorità marocchine nel presidio dei confini. Accusa, questa, che richiama quello che avvenne nel maggio 2021, quando Rabat allentò i controlli per punire Madrid che aveva curato in un ospedale, sotto falso nome, Brahim Ghali, uno dei massimi leader del Fronte Polisario, l’organizzazione del popolo Sahrawi che si batte per la libertà del Sahara occidentale, ex colonia spagnola occupata dal Marocco, che la rivendica parte del suo territorio. Per risposta, le autorità del Marocco ridussero i controlli alle frontiere. È questo l’antefatto che sostiene la ipotesi che questa crisi non sia soltanto effetto di dinamiche migratorie spontanee, ma rientri in una più ampia strategia di pressione nei confronti della Spagna. Questa tesi si inserisce nel contesto delle frizioni che negli ultimi tempi hanno opposto il governo Sanchez a Israele e agli Usa: quello ispanico è stato il governo europeo più risoluto nel censurare la condotta israeliana a Gaza e nel portare avanti delle iniziative di riconoscimento della Palestina. Sanchez, in più, ha espresso riserve sull’escalation militare contro l’Iran e la Spagna è il paese Nato che ha più reagito alla pretesa americana di fare arrivare la spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo, negoziando una esenzione al vertice dell’Alleanza, svoltosi all’Aja. Tutto questo avrebbe reso Madrid un bersaglio da punire agli occhi di Israele e Usa, in un momento in cui molti altri governi europei restano immobili e silenti. Non è un segreto che il Marocco abbia ottimi rapporti con gli Usa e con Israele, con cui ha relazioni diplomatiche consolidate dagli Accordi di Abramo. In quest’ottica, un allentamento dei controlli alla frontiera di Ceuta è, per Rabat, un segnale a basso costo, a elevata visibilità e senza responsabili, capace di mettere in difficoltà un governo europeo, per loro ostile e insopportabile. È una ipotesi, ma diverse prese di posizione qualche sospetto lo generano, a partire dalle battute e dalle vignette di Elon Musk. Nessun portavoce ufficiale ha fornito elementi che possano fare collegare la crisi migratoria di Ceuta a una rappresaglia studiata a tavolino. La vicenda è una occasione per consolidare la pressione sul problema migratorio, all’insegna dei governi basati sulla gestione dello smarrimento e della paura che ormai caratterizza le democrazie occidentali, con l’intento di favorire il successo di quelle forze più obbedienti agli aspetti più beceri e rozzi del pensiero Maga. Va detto, però, che sono state le omissioni, le soggezioni e le silenziosità diplomatiche europee e, soprattutto, le guerre americane senza fine di fine novecento, in Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, a far prorompere i fenomeni migratori verso l’Europa e verso tutti quei paesi dotati di “solide” economie. In conclusione, c’è un interrogativo che non trova alcuna risposta: perché la maggior parte degli oltre 50 mila migranti giunti in massa ha già fatto rientro in Marocco, grazie ai rimpatri spontanei? Perché? Le risposte possibili sono tante: per l’impossibilità di effettuare la traversata dello Stretto di Gibilterra, o, forse, per l’impossibilità di fornire loro un minimo di assistenza essendo Ceuta un fazzolettino di terra di appena venti chilometri quadrati, con oltre ottanta mila abitanti. Erano all’oscuro di tutto ciò, di tutti questi risvolti? Da che cosa sono stati spinti? Cosa ha spinto quei novanta disperati a tuffarsi in mare per poi annegare nel tentativo di raggiungere a nuoto un tozzo di pane, la libertà? Ci sarà qualcuno che darà risposte a questi interrogativi su quella trappola criminale, consumata nel terzo millennio nel lembo più dimenticato di quella che, in un tempo lontano, era la civilissima ed evolutissima Europa?




