Qual è il vero tradimento?
Il primo è stato il ministro della cultura israeliano, Miki Zohar, che non ha fatto abbuoni parlando dei due registi del documentario Naza, chiedendo che a Yuval Abraham e Rachel Szor sia revocata la cittadinanza israeliana. Poi è stata la volta di Eyal Zamir, il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, il quale si è pure spinto più in avanti usando l’espressione “accusa del sangue”, un riferimento esplicito a una vecchia accusa antisemita. Il supremo comandante ha chiesto che siano studiati provvedimenti contro gli ex militari intervistati nel film. Infine, è arrivato il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, che ha detto: “andatevene!” e ha poi indicato ai due registi una destinazione: Gaza, dove i loro presunti amici di Hamas li accoglierebbero a braccia aperte. Tutti hanno ammesso di avere visto soltanto il trailer del film e letto gli articoli pubblicati dai giornali, ma alla base degli attacchi ci sono il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia e i 24 minuti di standing ovation alla fine della proiezione del film. La vendetta politica prende forma attraverso una successione molto precisa: la testimonianza diventa diffamazione, la denuncia è trasformata in tradimento, il dissenso in connivenza con Hamas. Terminata la sequenza, chi ha soltanto raccontato il fatto è dichiarato indegno di appartenere al Paese. Così, la cittadinanza diventa, nelle parole dei ministri, non più un diritto ma una gentile concessione, come se fosse un premio della raccolta punti VDB degli anni Sessanta. Una concessione, questa, che appare subordinata alla fedeltà del cittadino al partito, alla coalizione, al governo. Nella dichiarazione rilasciata, Zohar offre due percorsi per arrivare alla stessa accusa: se i materiali arrivano dall’interno, indica il tradimento attraverso la divulgazione; se arrivano dall’esterno, insinua la collaborazione con Hamas. Ma ipotizzare sulla provenienza delle testimonianze serve solo a spostare l’attenzione dalle responsabilità raccontate alla colpevolezza di chi le ha raccolte. Peccato, però, che la parola tradimento non dimostra falsa una testimonianza, non modifica una immagine, non confuta un documento e non trasforma una condotta militare illecita in lecita o viceversa. Peccato che, prima che Naza – acronimo con le iniziali di nezek agavi, ovvero “danno collaterale”, i civili che è accettabile uccidere pur di eliminare un terrorista di Hamas – vedesse la luce, la distruzione di Gaza fosse già sotto agli occhi del mondo, da ormai tre anni. La differenza è che Naza entra nei meccanismi della distruzione di Gaza tramite le testimonianze di membri delle forze armate e di appartenenti ai servizi segreti israeliani e interpella i sistemi che hanno reso, e rendono, possibile l’uccisione di massa dei civili palestinesi. Resta sullo sfondo l’interrogativo: tutto ciò che rende noto Naza è vero oppure non è vero? Se è falso, non dovrebbe essere difficile dare dimostrazione, se le falsità sono così evidenti fino a giustificare la denuncia di tradimento contro due liberi cittadini. Quanto sopra detto è valido anche per il diritto di manifestazione del dissenso: se essere fedeli allo Stato vuol dire essere fedeli a qualsiasi azione compia il governo, allora è necessario parlare di obbedienza a un governo, non di fedeltà allo Stato. Il governo non è lo Stato, è una sua espressione temporanea. Se essere fedeli allo Stato vuol dire non rendere pubblico quello che combinano le sue forze armate, significa, di conseguenza, che si stanno difendendo determinate condotte (militari? difensive? o criminali?) dal diritto dei cittadini di discuterle. Se, per tutelare tali condotte, occorre minacciare la cittadinanza di chi le documenta o mettere i bastoni fra le ruote alla proiezione del film, allora la questione si fa ancora più grave. Emerge, alla resa dei conti, il punto fondamentale che attanaglia Israele da sempre, fin dalla sua fondazione: è problema del lupo, della capra e dei cavoli, di cui parla in Propositiones ad acuendos iuvenes cum solutionibus il beato Alcuino di York. È la vicenda di un contadino che, avendo comperato a un mercato un lupo, una capra e un cesto di cavoli, ha il problema di come attraversare un fiume per tornare a casa. È lo stesso problema per Israele: quello di essere una Nazione con supremazia ebraica, democratica con pari diritti per tutti ed estesa sul territorio storico della Palestina. Ma non si può avere sempre tutto: privilegiare l’identità ebraica e democratica implica rinunciare al potere sui territori palestinesi; optare per una autentica democrazia sul Grande Israele – inclusi i territori occupati – implica l’integrazione di milioni di palestinesi con il conferimento del diritto di cittadinanza e del diritto di voto, vuol dire perdere la supremazia della componente ebraica. Infine scegliere l’identità ebraica e l’espansione territoriale rappresenta la difesa della supremazia negando l’uguaglianza dei diritti della popolazione tutta. Tornando ai bastoni fra le ruote alla proiezione di Naza, occorre ricordare che, a Gerusalemme a dicembre dello scorso anno, “Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio”, un film di Anne-Marie Jasir sulla insurrezione palestinese contro il dominio coloniale britannico, fu bloccato dall’esercito che notificò anche il divieto di proiettarlo in tutto il Paese. Se in Italia dovesse arrivare a conclusione il disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo, passato in Senato a marzo, c’è il rischio che diventi un pretesto di censura e di repressione. Promuovere sit-in contro le operazioni dell’esercito israeliano potrebbe far incappare nelle pene a carico di chi attua l’antisemitismo, che è differente dall’antisionismo (ci sono individui, comunità e rabbini che si oppongono al sionismo come tradimento dell’etica ebraica). A questo punto, la domanda sorge spontanea, diceva Antonio Lubrano: noi, in Italia, potremo andare al cinema e vedere Naza?




