Le vite spezzate di due madri
La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, suicidatasi a soli trentacinque anni – la stessa età in cui la madre fu bestialmente trucidata dalla ’ndrangheta – non è soltanto una tragedia privata, ma è – o, meglio, dovrebbe essere – un lutto collettivo, un pianto comunitario, un dolore per tutti. Denise era figlia di Lea Garofalo e di Carlo Cosco, affiliato alla ’ndrangheta e dichiarato colpevole, come mandante, dell’assassinio dell’ex compagna. La colpa della donna era quella di aver deciso di troncare il collegamento con il sistema criminale e di raccontare agli organi inquirenti le molte, infinite segretezze di quella organizzazione criminale. Ammessa nel programma di protezione di testimoni, vittime e collaboratori di giustizia nel 2002 con la figlia, nel 2009 rinunciò alla tutela per il fatto di non sentirsi al riparo da pericoli e rischi. Il 24 novembre di quello stesso anno Carlo Cosco attirò Lea a Milano con la scusa di discutere del futuro di Denise, allora minorenne. Madre e figlia furono separate con un pretesto. Lea venne sequestrata, uccisa e il suo corpo bruciato per giorni in un terreno nei pressi di Monza. I resti furono ritrovati solamente nel 2012 grazie alle indicazioni di Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise. Dopo la scomparsa di Lea, Denise rimase per circa un anno con il padre e i suoi parenti. Lei capì ciò che era accaduto, pur costretta a vivere accanto a chi sapeva coinvolto nell’assassinio della madre. Ma trovò il coraggio di accusarlo. Denise aveva il sangue di quell’uomo, ma non la sua colpa. Scelse la verità. Scelse sua madre. Scelse la libertà. E pagò un prezzo immenso: una altra identità, un altro nascondiglio, una esistenza clandestina ma, soprattutto, un passato impossibile da lasciare alle spalle. Nel 2011, solamente ventenne, depose davanti alla Corte di Assise, nascosta dietro un paravento, testimoniò e si costituì parte civile contro Carlo Cosco. Nel marzo del 2012 furono inflitti sei ergastoli ma, in appello, ne furono confermati soltanto quattro. Venturino fu condannato a venticinque anni e Giuseppe Cosco assolto. La Cassazione rese definitivi quei verdetti nel 2014. Denise visse ancora per parecchi anni con una diversa identità e murata nelle tenebre. Il programma di protezione si concluse nel 2018 ma, secondo alcune ricostruzioni, continuò a essere seguita da un nucleo operativo del servizio centrale di protezione. Si era, nel frattempo, trasferita ad Ariccia con il compagno e con il loro bambino, che adesso ha quasi quattro anni. Aveva soltanto venti anni quando depose contro suo padre, il mostro che aveva fatto uccidere sua madre. Era stata costretta a diventare adulta molto prima. Era solamente una bambina quando imparò che, talvolta, famiglia poteva significare paura, fuga. Denise, domenica scorsa, si è lanciata dalla finestra della casa dove viveva: è morta giovedì, dopo quattro giorni di agonia. Ritornano alla mente le sue parole durante il funerale della mamma nel 2013. Lei era nascosta, il suo volto era protetto ma la sua voce fece venire i brividi. “Lea, la mia mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Ma la vostra presenza è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano ancora a rischiare. Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l’hai data tu, se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti”. È impossibile non cogliere una ferita speculare che attraversa la storia civile del nostro Paese. La morte di Denise rievoca immediatamente il fantasma e il dolore di Rita Atria, la diciassettenne testimone di giustizia che si uccise a Roma il 26 luglio del 1992, una settimana dopo la carneficina di via D’Amelio e l’uccisione di Paolo Borsellino. Nel novembre 1991 cominciò a collaborare e incontrò Borsellino, allora procuratore a Marsala, che diventò per lei una figura paterna e che la chiamava affettuosamente “la mia picciridda” (la mia bambina in siciliano). Sia per Rita che per Denise, la sofferenza non è stata causata dal pentimento, ma dall’insostenibile prezzo della solitudine e dalla violenta recisione delle proprie radici affettive. Entrambe hanno dovuto spezzare il cordone ombelicale con l’ambiente di origine, rompendo la cappa della complicità mafiosa. Rita perse la figura paterna di Paolo Borsellino, un faro per la sua esistenza. Denise è rimasta troppo sola perché il sistema di protezione formalizza la sicurezza fisica, ma frequentemente dimentica la tutela emotiva e psicologica. Vivere da “invisibili” per così tanto tempo scava un solco di alienazione che può spezzare anche la tempra più forte. Quanto dolore, quanta sofferenza, quanta disperazione possono abitare nell’anima e nel cuore di una persona senza che nessuno riesca a vedere tutto ciò? Quante volte si sarà sentita sola Denise, senza l’abbraccio della mamma, senza l’amore del padre e senza qualcuno con cui condividere tutto quel peso? Se un testimone, un collaboratore di giustizia, un sopravvissuto o una vittima della ferocia mafiosa è lasciato solo ad affrontare l’abisso del trauma, è lo Stato ad aver fallito nella sua missione: garantire la sua vita e il suo futuro. Denise non voleva essere un simbolo, né una martire, né un’eroina: chiedeva solamente di poter vivere, di poter amare e di poter respirare senza l’incombente ombra della aggressività, della brutalità e del lutto. Aveva troppa paura. Ed era troppo sola. Troppo spesso e troppo facilmente si parla di coraggio di fronte a storie del genere. Sono vite spezzate, distrutte, logorate da ferite che, con il passare del tempo, si fanno sempre più profonde e più dolorose. La ’ndrangheta, la camorra, la mafia, gli uomini d’onore, è questo che si portano dietro: dolore, morte e disperazione. Ci si trova in strade senza via di uscita. La morte di Denise ha causato un dolore collettivo. La speranza è che possa godere per sempre della luce dello sguardo di Dio.




