Lavoro

Ilva: domani incontro a Roma intanto i lavoratori dell’appalto bloccano la città

14 Set 2026

di Silvano Trevisani

La città ha avuto un assaggio di quello che può significare la locuzione “bomba sociale”: i lavoratori dell’appalto e dell’indotto, i primi a subire gli effetti della chiusura dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto, hanno deciso di indire immediatamente uno sciopero di 24 ore, che si concluderà domani alle 7 di domani, dopo aver tenuto una breve assemblea sindacale, per chiedere innanzi tutto il ritiro dei licenziamenti già in atto. Ma hanno anche deciso di manifestare, di fatto bloccando la via per Statte, poi la Statale e, via via la città, giungendo a piazza Castello dove il sindaco Bitetti ha ricevuto una rappresentanza. Dopo aver manifestato la solidarietà e garantito l’impegno di interlocuzione necessaria, il sindaco ha ribadito che domani, martedì 15, si terrà il preannunciato incontro a Palazzo Chigi.

Un passato fatto di errori non poteva che generare un presente molto complicato. Non è necessario applicare al caso Ilva la legge di Marphye: troppo facile capire che le cose sarebbero andate male. Dodici anni di commissariamenti, di provvedimenti tampone, di mancate scelte, di mancate bonifiche, di tentativi di disfarsi dell’azienda sempre definita strategica “a parole” ma considerata una patata bollente, non potevano che generare un disastro. Si tratta ora di trovare rimedi per arginarne gli effetti. Diciamo “arginare” perché altro termine sarebbe infondato. La perdita di 17.000 posti di lavoro, oltre a tutto quello che viene definito “indotto dell’indotto”, di una produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate, la realizzazione di nuovi forni elettrici, la riattivazione dell’area a freddo, la diversificazione produttive con nuovi insediamenti che ora sono solo sulla carta sono questioni che richiedono la piena attenzione di un governo che sappia dove andare. E che trovi le risorse finanziarie. Ma il governo corrente, che si avvia alla fine del suo mandato nella più assoluta incertezza e dopo 4 anni di balbettii, non potrà che pensare a nuovi tamponi: nella migliore delle ipotesi a reperire i soldi necessari per garantire la cassa integrazione a zero ore a quasi tutti i dipendenti. Dei quali, non dimentichiamolo, i “tarantini” sono una fetta significativa e non marginale, come qualcuno sostiene, che sta intorno al 40% del totale.

Si parla di un costo per le casse dello Stato intorno ai 50 milioni al mese, certamente inferiore a quello sborsato per mantene in piedi una produzione divenuta irrisoria, ma comunque da reperire. Poi bisognerà ragionare di altri ammortizzatori e di strumenti per agevolare l’uscita volontaria.

Ma soprattutto occorreranno strumenti di legge adeguati ad affrontare una questione tra le più spinose che investono l’Italia, già frustrata dagli effetti di guerre scellerate che non abbiamo voluto ma che volentieri tolleriamo. Già tutti, politici, sindacati, industriali ed “esperti” si stanno esercitando con le parole: “accordi di programma”, “concertazione”, “tavolo permanente”, “reindustrializzazione”, ecc… Parole che bisogna convertire dall’astrazione all’attuazione. Cosa che, fino ad ora, non è avvenuta.

“Non possiamo immaginare – dichiara Biagio Prisciano, segretario generale della Fim Cisl di Taranto Brindisi – una Taranto che viva solo di ammortizzatori sociali e subisca anche i licenziamenti. Occorre parlare di quelle che sono le prospettive industriali di una vera e sostenibile decarbonizzazione ma parlare anche di quelle che sono le questioni ambientali, al fine di salvaguardare il lavoro, salvaguardare il reddito, la salute e l’avvenire. Questo di può fare ma bisogna darsi d fare tutti, governo e forze politiche comprese”.

“Siamo di fronte a un disastro sociale preannunciato – dichiara il segretario della Fiom di Taranto, Francesco Brigati – e le risposte non possono essere quelle che il governo ci ha dato. Le nostre iniziative di mobilitazione devono tendere ad abbracciare la città, a richiedere di uscire da questa fase di difficoltà, perché soltanto insieme possiamo raggiungere degli obiettivi. Oggi il nostro primo obiettivo è quello di bloccare i licenziamenti collettivi e avviare una misure straordinaria per tutti i lavoratori e garantire un futuro occupazionale, produttivo, ambientale e sanitario a questo territorio”.

“Una volta fermata l’area a caldo – commenta da parte sua il coordinatore territoriale della Uil, Gennaro Oliva – , dovrà essere immediatamente messa in sicurezza e bonificata. Le risorse per realizzare questi interventi devono essere assicurate dal Governo e le attività devono essere svolte, per quanto possibile, utilizzando gli stessi lavoratori oggi impiegati nello stabilimento e nell’indotto. La messa in sicurezza e la bonifica non possono trasformarsi in un’altra occasione di espulsione dal lavoro: devono diventare, invece, un percorso di tutela occupazionale e di risanamento del territorio”.

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