Una guerra combattuta con le menzogne

Se non avesse paura della verità, Netanyahu lascerebbe entrare i giornalisti nella Striscia di Gaza. E non si affiderebbe alla banda di dieci influencer che hanno intrecciato le lodi di come Israele stia distribuendo aiuti ai palestinesi con una mano, mentre con l’altra preme il grilletto dei bombardamenti. Proprio di recente su tante piattaforme social una decina di influencer americani e israeliani ha diffuso una sfilza di video in cui mostra “come stanno le cose”. Come stanno secondo loro, ossia secondo il governo Netanyahu che li ha invitati e portati in giro dove alla stampa internazionale, da quasi due anni, è proibito entrare. Poi, però, la linea dell’abisso è stata spostata ancora più in fondo: il mondo intero ha assistito, quasi in diretta, all’ennesima mattanza degli unici giornalisti che continuano a fare il loro lavoro a Gaza, ossia gli unici che possono muoversi perché lì sono nati: i palestinesi. Abbiamo visto cadere i primi morti, arrivare i soccorsi, correre sulle scale dell’ospedale di Khan Younis, e per la seconda detonazione abbiamo visto morire cinque giornalisti. È la tecnica del doppio colpo, illegittima per le norme internazionali, ma non per Netanyahu. L’IDF ha affermato che ha colpito la telecamera “ritenendo che fosse stata piazzata lì da Hamas per monitorare i movimenti dei combattenti”. Questa è l’ennesima menzogna di una propaganda senza freni inibitori. Sono duecentottanta gli operatori dei mezzi di comunicazione e di informazione morti, nella Striscia di Gaza, dal 7 ottobre del ’23. È una cifra da Guinness dei primati, ma di quello stampato nelle tipografie dell’inferno. Ciò che è avvenuto nell’ospedale Nasser di Khan Younis non è una disgrazia, non è un incidente: è un’azione predeterminata, un pluriomicidio premeditato. Il rischio che pian piano si sta profilando all’orizzonte è che la menzogna ripetuta in maniera insistente e dilagante diventi la verità. Le dimensioni del massacro dei palestinesi, la devastazione della Striscia di Gaza, la carestia utilizzata come arma di guerra, l’assassinio dei giornalisti e dei testimoni non sono opinioni, sono fatti, veri, concreti e reali. Eppure c’è ancora in giro chi sostiene, senza vergogna, che tutto questo è una falsità, che tutto questo orrore accade per colpa dei palestinesi che non defenestrano i leader di Hamas. Che, poi, è la stessa accusa che si potrebbe rivolgere agli israeliani. Malgrado i dissensi, le manifestazioni, le contestazioni, le dimostrazioni, tutti i cortei, tutti gli scioperi, c’è gente incline a credere a Netanyahu, inseguito, come Putin, da un mandato come criminale di guerra della Corte penale internazionale, il quale sostiene che la carestia è una bufala e la maggior parte dei morti sono terroristi. Perfino i suoi servizi di sicurezza lo smentiscono: più dell’ottanta per cento delle vittime nella Striscia di Gaza sono civili. Tuttavia Netanyahu, non solo bolla tutti come bugiardi – dagli operatori umanitari alle ong, dal personale medico e sanitario ai sopravvissuti – ma cerca di eliminare tutte le fonti con la strage sistematica e stabilita dei giornalisti palestinesi. La strategia di chi ripete che la carestia e la fame sono una invenzione, nega ogni responsabilità, ripete che i morti sono terroristi o scudi umani, mette in dubbio tutte le cifre, contesta la veridicità di video e contraddice quanto scritto su un certificato di morte, è una strategia così assurda e tanto bizzarra che si fa fatica a credere al suo successo. E invece di successo ne ha, eccome. Ci si potrebbe accontentare della banale e sbrigativa spiegazione che una menzogna, presentata e ripetuta all’infinito, diventa verità, ma in un certo senso non basterebbe. L’idea e poi l’azione di colpire con un secondo attacco l’ospedale dove medici e paramedici tentano di strappare alla morte vite umane mentre giornalisti arrivano per raccontarlo, e poi dire con sfacciataggine, con sfrontatezza, con spudoratezza, che si è trattato di un errore, non possono far parte nemmeno delle prese in giro più illogiche e folli. È la conseguenza della impunità assoluta, completa che è stata concessa a Netanyahu. Le imboscate e i trabocchetti verso gli operatori dei mezzi di comunicazione e di informazione sono la causa e la conseguenza di tale concessione: è evidente che se si vuole mettere in atto la deportazione o la decimazione di una popolazione con operazioni che non lascino margini di reazione, bisogna non avere testimoni importuni sul terreno. In sostanza si uccidono i giornalisti per poter attuare tali operazioni. Nei giorni, nelle settimane e nei mesi immediatamente dopo il 7 ottobre del 2023 era praticamente impossibile citare la Nakba, cioè l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi del 1948: erano sommersi dalle offese i post relativi all’argomento, mentre la stampa occidentale si presentava come un monolite con rarissime eccezioni di parte. Si rischiava di essere criminalizzati: chi si permetteva l’uso di tale parola doveva poi dichiarare la propria lontananza dal terrorismo islamico. Ma quella diga non poteva tenere i milioni di metri cubi di quella ondata di carneficine, di eccidi, di massacri, di stermini. Talvolta sembra quasi impossibile fermare quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, soprattutto perché nessun governo appare avere la forza delle decisioni importantissime e indispensabili. E a fondamento del loro immobilismo e della loro inattività forse c’è una opinione, diffusa in settori della classe politica mondiale, che accetta, presta fede e lascia spazio alle menzogne più indecenti. Questa è la vittoria della propaganda di Netanyahu: la indolenza e la indifferenza della maggior parte dei governi del mondo per quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza e adesso anche nella Cisgiordania, con l’effetto dell’ispessimento della sua impunità. E che nome dare a quel che succede laggiù? Soluzione finale?
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